Due, sulla relazione irriducibile tra uomo e donna

Due, foto di Gianni Zampagnone

Quando non si tratta di matematica, ma ad esempio di vita e di teatro, uno + uno fa sempre uno. Nel senso mimetico che inevitabilmente l’uno diventa lo specchio dell’altro potendo definirsi solo nella relazione, sempre conflittuale ma proprio per questo creativa e metaforicamente (ma non solo, come Natura insegna) feconda.

Due, questo spettacolo monologico a due voci di Elena Bucci e Marco Sgrosso, insieme registi, dammaturghi e interpreti, si definisce infatti in base a questa ‘equazione’ (oggi si direbbe ‘algoritmo’) molto poco matematica, ma molto sentimentale: un sentimentalismo quasi quantistisco che divora l’ordinario.

I due/uno non sapendo dove sono non possono che essere in teatro. Isola ‘scenica’ che non c’è e allo stesso tempo è giardino postapocalittico, rifugio dell’umano. Non aspettano un Godot che ormai sanno che non arriverà mai più.

Narrando ciascuno di sé si definiscono solo insieme, lasciando a noi spettatori il compito di nominarli, di dare un nome a quella relazione universale e irriducibile tra uomo e donna (i due poli di un unico essere perduto nell’Universo): marito e moglie, fratello e sorella, padre e figlia, madre e figlio, amanti, amici o nemici in una pausa della guerra della vita.

Così si costruisce un mondo che intreccia la vita e la non vita, il desiderio e l’immaginazione, la biografia con il suo racconto.

Ma non è solo il dove, è anche il quando che circuita irresistibilmente andando e ritornando da dove sembrava partito ma era solo un’illusione.

Uno spettacolo all’apparenza semplice e tradizionale che, però, nelle parole e nel loro essere dette dai protagonisti sembra costantemente ricordare sé stesso, in una replica ‘teatrale’ della vita o delle vite che abbiamo vissuto.

Tertium non datur, dice il filosofo a Teatro quando, come in questo caso Due può bastare e basta a sé stesso nel riepilogo di ciò che è successo (ma, si sa, il ricordo nella nostra memoria tende a deformarsi come fosse una replica sempre un po’ ‘diversa’), un riepilogo offerto in dono a ciò che deve ancora succedere.

Mille varianti della mente e del cuore di due personaggi che hanno definitivamente perso il loro autore e vivono in un luogo irraggiungibile dalla ‘realtà’.

Sono bravi Elena Bucci e Marco Sgrosso, “una vita per il teatro” si sarebbe detto, per tecnica, mimica e dizione, capaci di raccogliere, come pescatori nella loro rete, simboli e metafore di ciò che prima o poi sbarcherà nella nostra vita.

In fondo tutto questo è il dialogo come arte per vivere oltre la sopravvivenza a sé stessi, iscritto in una bella scenografia visiva e sonora, per lo scenario di un’altro mondo che è il nostro.

Metateatralità e mestiere in una combinazione che ha riscosso molti applausi.

Visto al Teatro Nuovo di Napoli nell’ambito di “Campania Teatro Festival”, l’11 luglio.

 

Previous articleA Castrocaro il ballo che ti …pizzica
Next articleLasciate le porte aperte. Incontro con Alice Sinigaglia
Ho conseguito la Laurea in Estetica al DAMS dell'Università di Bologna, con una tesi sul teatro di Edoardo Sanguineti, dando così concretezza e compimento alla mia passione per il teatro. A partire da quel traguardo ho cominciato ad esercitare la critica teatrale e da molti anni sono redattrice e vice-direttrice di Dramma.it, che insieme ad altri pubblica le mie recensioni. Come studiosa di storia del teatro ho insegnato per vari anni accademici all'Università di Torino, quale professore a contratto. Ho scritto volumi su drammaturghi del 900 e contemporanei, nonché numerosi saggi per riviste universitarie inerenti la storia della drammaturgia e ho partecipato e partecipo a conferenze e convegni. Insieme a Fausto Paravidino sono consulente per la cultura teatrale del Comune di Rocca Grimalda e sono stata chiamata a far parte della giuria del Premio Ipazia alla Nuova Drammaturgia nell'ambito del Festival Internazionale dell'eccellenza al femminile.