Quando non si tratta di matematica, ma ad esempio di vita e di teatro, uno + uno fa sempre uno. Nel senso mimetico che inevitabilmente l’uno diventa lo specchio dell’altro potendo definirsi solo nella relazione, sempre conflittuale ma proprio per questo creativa e metaforicamente (ma non solo, come Natura insegna) feconda.
Due, questo spettacolo monologico a due voci di Elena Bucci e Marco Sgrosso, insieme registi, dammaturghi e interpreti, si definisce infatti in base a questa ‘equazione’ (oggi si direbbe ‘algoritmo’) molto poco matematica, ma molto sentimentale: un sentimentalismo quasi quantistisco che divora l’ordinario.
I due/uno non sapendo dove sono non possono che essere in teatro. Isola ‘scenica’ che non c’è e allo stesso tempo è giardino postapocalittico, rifugio dell’umano. Non aspettano un Godot che ormai sanno che non arriverà mai più.
Narrando ciascuno di sé si definiscono solo insieme, lasciando a noi spettatori il compito di nominarli, di dare un nome a quella relazione universale e irriducibile tra uomo e donna (i due poli di un unico essere perduto nell’Universo): marito e moglie, fratello e sorella, padre e figlia, madre e figlio, amanti, amici o nemici in una pausa della guerra della vita.
Così si costruisce un mondo che intreccia la vita e la non vita, il desiderio e l’immaginazione, la biografia con il suo racconto.
Ma non è solo il dove, è anche il quando che circuita irresistibilmente andando e ritornando da dove sembrava partito ma era solo un’illusione.
Uno spettacolo all’apparenza semplice e tradizionale che, però, nelle parole e nel loro essere dette dai protagonisti sembra costantemente ricordare sé stesso, in una replica ‘teatrale’ della vita o delle vite che abbiamo vissuto.
Tertium non datur, dice il filosofo a Teatro quando, come in questo caso Due può bastare e basta a sé stesso nel riepilogo di ciò che è successo (ma, si sa, il ricordo nella nostra memoria tende a deformarsi come fosse una replica sempre un po’ ‘diversa’), un riepilogo offerto in dono a ciò che deve ancora succedere.
Mille varianti della mente e del cuore di due personaggi che hanno definitivamente perso il loro autore e vivono in un luogo irraggiungibile dalla ‘realtà’.
Sono bravi Elena Bucci e Marco Sgrosso, “una vita per il teatro” si sarebbe detto, per tecnica, mimica e dizione, capaci di raccogliere, come pescatori nella loro rete, simboli e metafore di ciò che prima o poi sbarcherà nella nostra vita.
In fondo tutto questo è il dialogo come arte per vivere oltre la sopravvivenza a sé stessi, iscritto in una bella scenografia visiva e sonora, per lo scenario di un’altro mondo che è il nostro.
Metateatralità e mestiere in una combinazione che ha riscosso molti applausi.
Visto al Teatro Nuovo di Napoli nell’ambito di “Campania Teatro Festival”, l’11 luglio.


