Essere e non essere: da Ghosts di Fanny & Alexander fino ai tagli del Ministero e alla nomina di Elena Di Gioia

ph Marco Parollo

 

La parola “fantasma” deriva dal greco phántasma, che a sua volta discende da phaínesthai, “apparire”. Ma prima ancora, phaínō significa “io illumino”.

Un fantasma, dunque, non è solo ciò che si manifesta, ma anche un atto di luce: qualcosa che attraversa l’ombra per un attimo e poi si ritrae.

Un’apparizione, sì, ma anche un segno luminoso che incrina la continuità del visibile.

Un’interruzione.

Una fenditura.

In questa zona crepuscolare si colloca Ghosts, nuovo lavoro di Fanny & Alexander visto giovedì 3 luglio in prima assoluta al Teatro Alighieri di Ravenna nell’ambito di Ravenna Festival.

È uno spettacolo che parla – letteralmente – con i morti, e non come esercizio gotico, ma come modo di restare fedeli all’assenza.

Nei primi istanti, sul grande schermo sul fondale, una coppia d’ali: incerte, appena visibili. Un’apparizione che si ripete, ma non si fissa. È un segnale: siamo dentro un teatro della persistenza retinica. Lì dove vedere significa trattenere per un istante, e poi lasciar andare.

 

Lettura dell’invisibile

Ghosts nasce dai racconti di Edith Wharton, scrittrice statunitense di raffinata complessità, quasi mai inclusa nei territori canonici del teatro italiano. La sua scrittura è abitata da forze laterali, da tensioni inavvertite: lavora per omissione, per allusione, per echi. È una lingua in cui il non detto pesa quanto ciò che si articola, in cui il senso si genera nei margini, nei secondi piani, nei vuoti di raccordo.

Chiara Lagani ha intercettato questa energia obliqua e ne ha fatto un doppio gesto creativo: da un lato, la curatela e la traduzione dei racconti per Einaudi (2025), dall’altro, la trasposizione scenica.

Sul palco, la sua voce è sospesa, fatta di pause che suonano come frasi. Una voce che avanza per approssimazioni, come se si avvicinasse a qualcosa che non si può mai del tutto pronunciare.

Andrea Argentieri, in controcanto, oppone una vocalità più fisica, radicata nel gesto, nella vibrazione del corpo. È una presenza densa, che ancora la scena a una materia terrena, mentre la voce di Lagani tende all’evanescenza.

Insieme compongono un sistema binario, in bilico tra manifestazione e sottrazione, tra il visibile e il suo riflesso, come in un dagherrotipo che trattiene per un attimo la luce di ciò che non c’è più.

I suoni di Luigi Ceccarelli sono presenze a loro volta. Non commentano, non accompagnano. Si dispongono nello spazio come concrezioni: ora tattili, ora astratte. Sono linee di tensione, brume improvvise, risonanze che passano attraverso il corpo più che attraverso l’orecchio. Ogni suono è un’apparizione, una consistenza, un soffio che incide.

 

Figure smarginate

Nel 1735, Alexander Baumgarten scriveva che tra la percezione concreta (sensualia) e l’immagine interiore (phantasmata) si estende un territorio intermedio, sfuggente.

Un’area di contatto mobile, dove il qui e ora del vedere si sovrappone all’altrove del ricordare.

È in quella zona di interferenza, dove nulla si fissa del tutto, che si colloca l’intervento registico di Luigi Noah De Angelis in Ghosts.

I racconti di Wharton non vengono rappresentati, né riassunti: vengono sfiorati, percorsi per linee laterali. È un’azione perimetrica, che privilegia i bordi, le derive, gli interstizi. La scena non diventa racconto, ma luogo sensibile, risonanza.

Ne emerge un teatro che non produce nette figure, ma affioramenti. Non conferma, ma solleva. I fantasmi, qui, non sono sagome o apparizioni: sono tensioni, zone di densità. Quel che si mostra non è mai completamente visibile, e proprio per questo resta.

“Il fantasma è un faro che illumina per un attimo la coscienza umana”, si è detto nell’incontro post-spettacolo. Ma è un faro intermittente, impreciso, incapace di fissare un senso. Non indica una rotta, non offre una salvezza. Espone, per un breve istante, la superficie del buio. E poi si ritrae.

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ph Marco Parollo

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La grammatica dell’oblio

Negli stessi giorni in cui Ghosts prendeva forma sul palco, si diffondevano le nuove decisioni ministeriali per il finanziamento allo spettacolo dal vivo.

Un dispositivo che, al di là delle dichiarazioni di principio, sembra produrre un effetto preciso: disinnescare le realtà che sfuggono al centro, che abitano i margini, che non si piegano a una forma unica del mostrarsi.

In questo contesto, “essere o non essere” smette di essere un’espressione shakespeariana. Diventa prassi amministrativa. Un criterio di ammissibilità. Un gesto che decide chi può esistere e chi no, chi viene incluso e chi smarginato.

L’apparire, oggi, ha un prezzo: conformarsi a una leggibilità rapida, a una rendicontazione numerica, a un’estetica addomesticata. Il contrario non è solo una difficoltà economica. È una forma di esilio: una sottrazione di voce, di accesso, di diritto al linguaggio.

Così, mentre la scena prova a evocare ciò che non si vede, le istituzioni rischiano di non vedere ciò che davvero accade. I linguaggi che lavorano sull’inatteso, sull’informe, sul tempo lungo dell’ascolto — diventano fantasmi. Ma non fantasmi nel senso lirico del termine. Fantasmi, qui, come ciò che viene escluso dal campo visivo. Non più nominato. Non più ammesso all’esistente.

 

Fenditura femminile

In un sistema che fatica a riconoscere ciò che devia dalla norma, ogni apparizione disallineata porta con sé una carica sovversiva. Ogni atto che rompe la continuità di un dominio, anche solo per un istante, si fa evento.

È in questa prospettiva che va forse letta la nomina -annunciata ieri pomeriggio- di Elena Di Gioia alla direzione artistica di ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione.

In un contesto strutturalmente maschile, dove appena poco più del 10% dei ruoli apicali è affidato a donne, la sua presenza costituisce una discontinuità che interpella. Una linea obliqua nel grafico dell’inerzia.

Ma non si tratta solo di numeri, né soltanto di rappresentanza.

In gioco c’è una postura, una grammatica relazionale, un’idea di potere che non si fonda sul presidio ma sull’ascolto.

Di Gioia, auspichiamo, porterà una visione laterale, un’attenzione che disarticola la logica dell’espulsione e propone invece una politica del possibile, con la forza di disegnare geografie plurime, porose, disseminate.

Se così sarà, verrà tracciata una fenditura: un luogo di attraversamento.

Un punto in cui il teatro, come linguaggio e come istituzione, potrà finalmente ricominciare a pensarsi -e a farsi- etimologicamente luogo di sguardi e visioni.

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Elena Di Gioia

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Epilogo. Restare apparizione

In un’epoca che pretende chiarezza, funzione, rendimento, Ghosts sceglie di non spiegare, di non dimostrare. Resta ai margini del visibile, come un’immagine in controluce o una voce fuori campo. Ma proprio per questo ci riguarda. Perché abita quello stesso spazio di indecidibilità che oggi rischia di essere espunto, eliminato dai codici normativi, dalle griglie di valutazione, dai numeri che contano.

E tuttavia, qualcosa persiste. Persiste nella fenditura di una voce femminile che prende posizione, che afferma la pluralità. Persiste nel gesto di una direzione che potrebbe avere soglie. Persiste nella lingua dei fantasmi.

Forse è questo che resta da fare, oggi: custodire la possibilità di apparire altrimenti.

Trattenere – anche solo per un istante – la luce obliqua di ciò che sfugge.

Proteggere l’anacronismo.

Difendere l’ombra.

Perché anche ciò che non si vede – o proprio ciò che non è in piena luce – può continuare a dirci chi siamo.

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