Venerdì 19 settembre inaugura a Verona, aprendo l’ottava edizione del festival internazionale di fotografia Grenze Arsenali Fotografici, una mostra d’eccezione, presentata in esclusiva assoluta per l’Europa: la personale del celebre e celebrato regista Pedro Almodóvar.
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Simone Azzoni, l’anno scorso avete dedicato un’esposizione agli scatti di Wim Wenders, quest’anno alle fotografie di Pedro Almodóvar, peraltro presentate in esclusiva assoluta per l’Italia: com’è riuscito, un piccolo Festival come quello da te co-diretto, a ottenere tali risultati? E nel concreto, come sono avvenuti questi “agganci”?
Non ho le misure per dire se Grenze è piccolo o grande. So che in otto edizioni è cresciuto mantenendosi libero da banche e logiche di sistema e trasparente, nelle selezioni, nelle scelte, nella gratuità della proposta. «Gli innocenti non credevano che ciò fosse possibile, così lo fecero», mi verrebbe da dirti parafrasando l’autore. Wenders, Almodóvar hanno creduto nel nostro progetto sentendo che nella loro carriera potevano permettersi questa innocua stranezza.
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Avete verificato che la presenza di un nome noto ha portato un pubblico più numeroso, o comunque diverso, rispetto a chi normalmente vi segue?
Credo sempre più che la fotografia contemporanea non sia settoriale, ma abbia da tempo rotto i confini disciplinari, quelli dei generi, quelli del mezzo e l’unicità degli obiettivi. Quindi non avrebbe senso parlare solo di fotografia, ma di come questa sia nel processo creativo, anche di un regista. E piano piano il pubblico dei puristi si è messo in ascolto. Il nome noto aiuta soprattutto nella comunicazione, perché le testate nazionali sono sempre più pigre e qualcosa le solletica se lo riconoscono.
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Ciò ha mosso curiosità anche rispetto anche ad altre proposte del Festival oppure, come ahinoi sempre più spesso accade anche nella fruizione culturale, è stata un incontro “mordi e fuggi”?
Il Festival nella nostra programmazione è solo un climax: da settembre a luglio lo spazio Il Meccanico di Via San Vitale ospita una mostra al mese e almeno un laboratorio a settimana. Una sorta di educazione permanente allo sguardo.
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C’è, secondo te, qualche punto di contatto tra i lavori fotografici di Wenders e Almodóvar ospitati a Grenze, oltre alla principale professione degli autori?
La solitudine, i silenzi, quel prendersi una pausa dal set che si fa meditazione.
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Venendo all’oggi: la mostra di Pedro Almodóvar si intitola Vida Detenida. Ci spieghi questo titolo?
Intraducibile, anche dallo stesso autore. Vita ferma, vita congelata, ma soprattutto vita in attesa di una epifania.
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In che modo, dal tuo punto di vista, il lavoro nel cinema condiziona i suoi scatti fotografici?
Il colore innanzi tutto, la dimensione pop che sborda dalla cornice dell’inquadratura e inonda di luce questi oggetti. E poi quella decadenza malinconica, il retrogusto amaro dei suoi personaggi sfiorisce qui tra gli oggetti.

Secondo te questo passaggio dallo splendore del colore cinematografico alla quiete domestica della fotografia può permettere a noi spettatori di scoprire un nuovo Almodóvar?
Ritroviamo il suo tormento interiore, la sua paura della fine. Quel che resta dopo la fiesta.
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Le sue immagini sembrano collocarsi a metà strada tra la natura morta e il diario intimo: come far sì che chi le guarda percepisca questa doppia dimensione? E più in generale: quale equilibrio è possibile, come curatore, tra il proporre una chiave di lettura delle opere presentate e lasciarle al totale arbitrio e alla pura soggettività di ogni persona che le incontra?
L’allestimento per me è sempre una narrazione e una mediazione tra l’autore – assolutamente informato delle mie scelte – e il pubblico guidato su una strada interpretativa. Le opere dialogano tra loro lungo una linea di connettivi e raccordi emotivi ma hanno anche la giusta distanza per la contemplazione individuale e quindi soggettiva.
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Il colore almodovariano al cinema è spesso esplosivo, qui resta come trattenuto, sospeso. Quanto conta questa sottrazione cromatica per la costruzione della mostra?
In accordo con l’autore, quel colore lo abbiamo espanso perché tolga il fiato in un ambiente saturo. Sono partito dai colori de La stanza accanto per rigenerare una distrazione permanente, un vortice di passione.
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Quanto il tema della solitudine, dichiarato dallo stesso regista come condizione necessaria per fotografare, diventa chiave di lettura per l’intera esposizione?
Lo spazio espositivo ritorna ad essere un “white cube” platonicamente assoluto. Non sarà didascalico, non sarà realistico. Le immagini saranno su un’unica linea dello sguardo per assecondare una sorta di ipnosi visiva che nutre un desiderio mistico-profano di compiacere l’occhio, più o meno selvaggio.
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Le sue fotografie sembrano oscillare tra documentazione e invenzione poetica. Secondo te qual è la forza del gesto fotografico di Almodóvar: fissare la realtà o trasformarla?
Fissare la realtà sicuramente. Congelarne la vita appunto perché il particolare, il quotidiano rilasci l’anima, ossia le tracce di chi quegli oggetti li ha toccati.
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Che cosa pensi che queste immagini raccontino a noi spettatori di oggi, abituati a produrre e consumare fotografie quotidiane in modo rapido e spesso distratto?
Che c’è una bellezza classica a cui ritornare per ristorarci della trascendenza. In Accademia lo dico sempre ai miei studenti di estetica: studiamo Cattelan ma poi torniamo di corsa negli azzurri di Ettore Spalletti.
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Infine, una domanda da femminista: dopo due celebri uomini di cinema, ci sarà una grande regista, ospite di Grenze in futuro?
Lo staff di Grenze è tutto di donne, compresa la co-direttrice Francesca Marra, ospitiamo il premio Muse e ogni anno le quote rosa sono ampiamente soddisfatte dalla stragrande maggioranza di artiste ospitate. Comunque a marzo Il Meccanico ospiterà Katrien De Blauwer, non è una regista, ma è un grande nome.
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Le opere esposte sono fornite da Opera Gallery di Madrid, la curatela è di Simone Azzoni, il catalogo della mostra è di LazyDog
La mostra sarà visitabile presso Il Meccanico in via San Vitale 2/B a Verona fino al 21 ottobre 2025 – da martedì a domenica, ore 9.30-12.30 e 16-19. Ingresso libero e gratuito.
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