SKIATHOS – Salendo su dal porto sulla via principale di questa cittadina marinara ormai votata e svenduta al marketing e al commercio di chincaglierie, calamite e ciottolame, ci imbattiamo quasi fortunosamente in un’oasi verde che apre le nostre speranze: nella Grecia di oggi c’è ancora un barlume di speranza per i fasti dell’antichità che combatte, e molto spesso soccombe, di fronte a souvlaki, moussakà, divertimentificio sparso e, a queste latitudini, anche, purtroppo, alla rappresentazione e rievocazione della pellicola Mamma Mia, girata a pochi chilometri da qui nella seconda isola delle Sporadi, Skopelos. Una guerriglia impari che, almeno stavolta, ha visto vincere Davide contro Golia, ovvero questo piccolo baluardo di bellezza urbana (la parola cultura è spesso abusata) dove testi millenari trovano il loro incastro e intreccio, senza snobismi di maniera né una ricerca spasmodica della sperimentazione, né la pesantezza e la radicalità dei soloni, con una piacevolezza internazionale, anche di semplice comprensione (i testi fuori campo sono sia in greco che in inglese), il che non è un male, per far avvicinare turisti (più o meno qui per una sorta di tanto sbandierata e sventolata movida) a storie, miti, vicende universali che continuano a toccarci, a smuoverci, a spostarci.
È lo Skiathos Garden Theatre, quasi un orto del Getsemani dai tanti ulivi dalle cortecce nodose e secolari (uno dei quali è la scenografia naturale di un palco ampio e svuotato) che ha alle spalle una bella storia tutta da raccontare: il musicista Yannis Pisimisi con la coreografa e drammaturga Sevi Dimitriadou vent’anni fa hanno ricevuto una donazione per trasformare un lotto di terreno in un fatto culturale, in uno spazio che non fosse adibito come mille altri nelle isole greche a ristorazione o ricezione alberghiera (che era la cosa più semplice e redditizia da fare). Fondano la compagnia Echodrama con le figlie Daniela e Phaedra, quest’ultima affiancata dal suo compagno artistico e anche nella vita Ben Lowinski (vivono e lavorano a Düsseldorf fino ad aprile per poi spostarsi nell’isola di Skiathos: il sogno di ogni tedesco, abitare in questo Paradiso, dice Ben che somiglia ad Agassi, mentre il nipote ricorda Nadal) in questi ultimi quattro anni hanno costruito altrettante stagioni estive (nei quindici anni precedenti non avevano ricevuto i permessi per poter trasformare il lotto in un luogo adibito agli spettacoli dal vivo) con un vasto repertorio, tra danza teatro e performance, che ogni anno si arricchisce di una nuova produzione. Quest’anno in cartellone erano presenti: L’assassina, Antigone e La caverna di Platone, che sono le due pièces che abbiamo avuto l’occasione di incrociare sulla nostra strada.
Il palco è sgombro, circondato da muri alti di case bianche. In fondo passa una strada dalla quale provengono strombazzamenti e sgommate di auto, mentre ai lati, tra le ombre gigantesche delle danzatrici che ampliano a dismisura i versi di Sofocle, arrivano strofinamenti di piatti, cibarie e chiacchiere familiari dai decibel fuori sincro. È la potenza dell’arte che appena i gesti e i movimenti dei danzatori dell’Antigone cominciano a fluire tutto zittisce con la sua lingua e carezza. Uno spazio di ampio respiro perché la cultura non deve mai andare in vacanza. Un centinaio di posti, tutto esaurito (è stata una sorpresa anche questa per noi, non certo per la qualità del prodotto ma dopo aver visto l’offerta dell’isola che è tuta incentrata su un mordi e fuggi di mojito e tramonti), tanti stranieri che hanno preferito questa preziosa performance a quelle più posticce legate al sopracitato film hollywoodiano. Intanto il cielo è stellato sopra di noi, e la legge morale speriamo sia in noi. Dalle terrazze si affacciano voci disordinate che i tamburi di guerra e morte dell’incipit del dramma mettono a tacere. Sei danzatori, tre uomini e tre donne, due in bianco, Antigone in rosso e tre in varie gradazioni di blu e azzurro appaiono frontalmente sulla scena. Odori di erbe aromatiche arrivano copiose ai nostri sensi mentre musiche tradizionali ci avvolgono e ci coinvolgono.

La trama è nota: Polinice, fratello di Antigone, muore con disonore in battaglia; la sorella vuole recuperare il corpo per dargli giusta sepoltura ma il re Creonte per punire il traditore decide che il suo corpo debba restare offeso sul campo di battaglia. La nostra eroina dissente da questo decreto e recupera le spoglie dell’amato fratello per seppellirlo. Creonte impazzito d’ira ordina che Antigone sia imprigionata in una grotta. Sulla scena sarà tutto un susseguirsi di azioni a due, Antigone-Creonte, Creonte con il figlio Emone, Antigone-Emone, supportate da un piccolo coro candido che cuce e flirta i vari quadri. Elemento cardine e fondante dell’intera esperienza è sicuramente l’unico oggetto che vediamo apparire, agito da Antigone: l’epifania di un grande rotolo di tulle traforato che si trasforma alla nostra vista diventando terra scomposta alzata erosa sollevata, polvere quando viene scavata la tomba di Polinice e quando successivamente viene ricoperto tale sepolcro. Un telo che può essere anche rete del mare, coperta di pescatori, lenzuolo di apostoli, una stoffa leggera che ora la ingloba come ragnatela, un kimono che la soffoca nei sensi di colpa, un catafalco che la bracca, la cinge, la ingabbia, la costringe, claustrofobico, facendola diventare bozzolo di baco da seta, aggrovigliato, quasi un nido senza uova da covare, velo di sposa-cadavere sublime e dolorosa, velo di lacrime che porta supplizio, velo che è bara e sarcofago. Creonte-Michael Logothetis, muscolare e scattoso, si muove circospetto e meccanico come un animale che ha paura della propria ombra nel bosco. D’impatto ci è saltato alla mente un parallelismo con Macbeth che, sporcatosi le mani di sangue innocente, vive i suoi giorni inseguito dal nero delle sue paure. Il re pare sbandato, non sa dove andare, ha perduto il proprio baricentro, non trova più la direzione né la strada: è perduto, pare un boxeur suonato all’angolo ad incassare, è inquieto e senza pace.
Uno scontro da capoeira si accende e si anima e si infuoca nell’incendio generazionale tra il Padre-Padrone e il Principe suo figlio Emone innamorato di Antigone. Creonte con la sua presa di posizione ha condannato il figlio, che si toglierà la vita, e Antigone, che si impiccherà nella caverna, rendendo queste due figure una sorta di Romeo e Giulietta ante litteram. Persa anche l’ultima occasione di riscatto offerta dagli dei attraverso la supplica dell’indovino Tiresia, la hybris di Creonte dilaga. Creonte è schiacciato dal peso dei suoi errori ed è come se portasse sulle spalle questo straordinario affliggente tormento; è un Atlante che però non riesce più a sollevare le decisioni del suo recente passato. Creonte imbufalito, incollerito e ormai fuori di senno come un Orlando furioso è un animale in cattività che liscia con il suo pelo irto le sbarre di questa grande gabbia mentale che solo lui si è autonomamente costruito attorno. Antigone è una performance molto lirica e partecipata, chiosata dall’epitaffio finale per le persone che ancora lottano per i loro diritti che Antigone sciorina dal palco e che ci arriva come una fresca folata di vento estivo.

Dalla caverna di Antigone a quella del mito di Platone: cinque danzatori in grigio come un corpo unico, quasi pesci pappagallo a difendersi e proteggersi dentro l’anemone, stanno chiusi nel loro bozzolo con gli occhi rivolti verso terra, zombie senza un proprio personale sguardo sul mondo. Sono i prigionieri della Caverna di Platone bloccati nel loro immobilismo eterno a guardare davanti a se stessi fissando un muro. Un sesto viene sputato dallo schermo mentre gli altri continuano i propri movimenti di bambole interrotte e scomposte, raggomitolandosi, risvegliandosi momentaneamente dal torpore per poi nuovamente assuefarsi all’oblio. Il fuoriuscito nella versione platonica rientra nella grotta per insegnare agli altri la libertà di pensiero ma questi, considerando la consapevolezza più ardua del rimanere nella propria situazione già consolidata di ignoranza e prostrazione, lo aggrediscono perché ormai lo riconoscono come corpo estraneo, proprio perché ha raggiunto quella luce (il fuoco della ragione che vediamo anche nelle proiezioni) che permette di vedere finalmente gli oggetti tridimensionali e di capirne le reali forme. Fulcro della scena è un cordoncino che paradossalmente identifica lo scioglimento dei nodi delle loro catene; un legaccio che è anche cordone ombelicale e inoltre filo di Arianna per uscire dal labirinto del buio della loro imperitura ignoranza.
Concetto ancora più attuale se si considerano le contraddizioni della nostra era contemporanea, dai no-vax ai terrapiattisti, passando per coloro che credono che l’allunaggio sia frutto di un set cinematografico. La messa in scena greca punta sulla dicotomia tra capitalismo e miseria, tra affari e povertà, visualizzando sul fondale immagini come la Borsa, le manganellate della polizia, lingotti d’oro, il Parlamento Europeo, centri commerciali, le proteste di piazza, le fabbriche, una Zecca che continua a produrre banconote. Questo, alla luce anche della crisi che un decennio fa portò la Grecia sull’orlo della bancarotta, ci mostra come le parole del filosofo siano applicabili anche all’oggi. Da Platone il quadro si rivolge al presente, gli abiti sono moderni, suoni aggressivi ci tartassano le orecchie: sveglie, centralini, telefoni, sirene, elicotteri, auto che sfrecciano, urla, incidenti. Tutti corrono per raggiungere freneticamente qualcosa, del quale non hanno forse bisogno: una persona fa jogging, una è al telefono, c’è il manager, un professore, mentre l’ultima fa finta di essere felice. È l’uomo contemporaneo che crede di conoscere tutto, sapere tutto e di essere libero.
Anche questa seconda performance che abbiamo visto nella splendida cornice del Garden Theatre, luogo magico, sottolinea la vocazione del gruppo Echodrama verso la giustizia sociale e il loro impegno per un mondo più equo, senza vincitori né vinti. Il loro è un teatro di pace in un luogo di pace. Ultima annotazione, il gruppo Echodrama sfida ogni estate (sono attivi da aprile a settembre) l’intrattenimento facile e la leggerezza che inevitabilmente trascina le folle di turisti su queste deliziose isole votate al sole e al mare; ma GT è un presidio culturale, una residenza accogliente che con garbo e gentilezza fa sentire la sua presenza. Imprescindibile.



Le tue recensioni si leggono sempre con grande interesse e piacere
Alla prossima
Antonia