Affogo, scritto e diretto da Dino Lopardo, è un monologo teatrale che travolge lo spettatore come un’onda sporca e inesorabile. Prima tappa della Trilogia dell’odio, l’opera si sviluppa come una partitura musicale, densa e stratificata, dove ogni voce interiore diventa strumento, ogni gesto un colpo di cassa, ogni silenzio una pausa tesa.
La scena si apre in bilico tra il grottesco e il tragico: Nicholas, interpretato da un magnetico Mario Russo, urla contro una papera di pezza tentando di insegnarle a trattenere il fiato. Una risata amara, surreale, che subito si incrina lasciando spazio a una vertigine più profonda: quella del ricordo e della colpa.
La scrittura tragicomica di Lopardo plasma un personaggio disturbato e solitario, incapace di relazionarsi al mondo, se non attraverso un sarcasmo corrosivo e un linguaggio debordante. Nicholas parla, straparla, invoca e accusa in un monologo corposo che si muove tra toni lirici, allucinati, osceni. Le parole nascono da una scenografia tetra e quasi annegata: al centro della scena, una vasca da bagno, residuo di un’infanzia contaminata, è la culla e la tomba di un’identità in frantumi.
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L’acqua domina il racconto, ossessivamente evocata come madre e carnefice: è il sogno olimpico del bambino grasso che voleva essere campione, ma anche il mezzo della dannazione. Dentro quella vasca, Nicholas rievoca un passato marcito tra le corsie di una piscina comunale del Sud Italia, dove le istituzioni — scuola, famiglia, sport — si rivelano complici di un sistema di violenza e silenzio. Il Sud qui non è geografia, ma condizione emotiva: una provincia che deforma e opprime, non solo chi è fragile, ma chi semplicemente è diverso.
La messinscena asseconda con precisione chirurgica questo magma interiore. Le luci, fredde e fioche, tagliano lo spazio come lame, mentre la sonorizzazione — gorgoglii d’acqua, tuffi lontani, fischietti deformati — costruisce un paesaggio mentale liquido e soffocante. La lingua scelta da Lopardo è un calabrese jazzato, stratificato, spiazzante: non è dialetto folklorico, ma uno strumento musicale, un corpo sonoro che plasma l’identità del protagonista e ne amplifica la frattura.
Mario Russo dà vita a Nicholas con una fisicità scarnificata e intensa, che richiama la danza contemporanea e la body art: il suo corpo si piega, si contorce, si richiude su sé stesso per poi esplodere in gesti rabbiosi, in posture spezzate. Accanto a lui, o meglio, alle sue spalle, Alfredo Tortorelli attraversa la scena come un’ombra muta e molteplice: è il chorus maligno del trauma, una maschera che si fa zia violenta, istruttore fallito, fratello muto. Le sue metamorfosi silenziose amplificano la solitudine del protagonista e restituiscono una coralità distorta, moltiplicata come un’eco.
Nulla in Affogo è realistico, eppure tutto risulta autentico. Lopardo non chiede pietà né empatia: pretende ascolto e partecipazione. Lo spettatore non può sottrarsi: resta con il fiato sospeso, immerso nello stesso liquido torbido in cui Nicholas affoga e si dibatte. La rabbia del protagonista non cerca redenzione, ma vendetta — contro il mondo che lo ha umiliato e contro sé stesso, colpevole di non essersi salvato, e forse di non aver salvato l’amato fratellino, la cui assenza riempie la scena come una presenza definitiva.
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Affogo è anche un atto politico, nel senso più profondo e umano del termine. In un panorama teatrale spesso anestetizzato da estetiche accomodanti o moralismi didascalici, Lopardo osa sporcare, urtare, dividere. La sua è una scrittura-torrente: viscerale, ritmica, senza filtro. È teatro che urla, lacera e non fa sconti. Un’esperienza che non si limita a raccontare il disagio, ma lo fa vivere.
Non sorprende, dunque, che lo spettacolo stia ricevendo riconoscimenti significativi:
• Finalista In-Box 2024/25
• Premio SuiGeneris al Torino Fringe
• Mario Russo candidato come miglior attore performer under 35 ai Premi UBU 2025
• Dino Lopardo finalista al Premio Le Maschere del Teatro Italiano come miglior autore di novità italiana
In definitiva, Affogo (di ritorno a ottobre: il 17 a Massafra, il 24 a Valsamoggia, il 30 a Palermo) è una ferita aperta che pulsa sotto i nostri occhi, uno specchio acquoso in cui siamo costretti a riflettere. È un affondo che non promette salvezza, ma — forse — una possibilità di riemersione. Per chi ha il coraggio di restare sott’acqua fino all’ultimo.
VINCENZO SARDELLI
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Affogo, scritto e diretto da Dino Lopardo, con Mario Russo e Alfredo Tortorelli, scene di Dino Lopardo, aiuto regia Amelia Di Corso, calligrafia Andrea Liserre, produzione Gommalacca Teatro, sostegno all’allestimento Collettivo Itaca, con il sostegno della residenza artistica Il filo immaginario


