Coltivare il campo dell’essere. Su Bill Viola. Trascendenze digitali di Alessandro Alfieri

 

L’etimologia di “trascendenza” — trans-cendere, “andare oltre”, “varcare un limite” — non indica un altrove irraggiungibile e impalpabile, bensì un gesto di passaggio affatto fisico, un concretissimo scavalco.

L’opera di Bill Viola, come la lettura che ne offre Alessandro Alfieri nel suo recente saggio Bill Viola. Trascendenze digitali pubblicato per Inschibboleth Edizioni, insiste su questo attraversamento: non sull’oltre come separazione, ma come profondità che si apre all’interno dell’esperienza.

In questo senso, affiora da queste pagine illuminanti, le videoinstallazioni di Viola si configurano come varchi: non superfici di intrattenimento, ma soglie che lo spettatore deve attraversare, lasciando che la propria percezione ne sia modificata.

Alfieri accompagna il lettore in questa trasformazione, adottando una scrittura che costruisce ponti tra discipline, arti e linguaggi: bisogna saperlo fare. Bisogna volerlo fare.

 

L’OPERA COME TENSIONE DI OPPOSTI

Ogni lavoro di Viola mette in gioco coppie di opposti, che non si risolvono mai in una sintesi pacificata.

L’immobilità e il movimento, la tradizione iconica e la tecnologia elettronica, la contemplazione museale e la rapidità della fruizione quotidiana, natura e cultura: tutto convive senza ridursi.

L’arte visiva contemporanea, soprattutto dagli anni Sessanta in poi, ha spesso esplorato queste polarità — basti pensare alle tensioni tra gesto e concetto, tra materiale e immateriale — ma in Viola esse trovano una radicalità ulteriore.

Non si tratta solo di mostrare l’opposizione, ma di abitare la soglia che le divide. L’immagine elettronica diventa così un terreno di mediazione, un segno che non si chiude su sé stesso, ma che rimanda sempre a un oltre.

 

SACRO ELETTRONICO

La connessione tra sacro e tecnologia è uno dei nuclei centrali del saggio di Alfieri.

Il sacro, inteso come struttura culturale, non è relegato a un tempo remoto: continua a trovare forme di manifestazione anche nelle tecnologie contemporanee.

Viola non tematizza la religione come iconografia, ma genera esperienze che hanno la qualità del rito.

I suoi schermi diventano spazi liturgici, il rallentamento del gesto assume la solennità di una celebrazione: in questo senso, Alfieri mostra come Viola sia capace di restituire alla tecnologia un’aura che non la contraddice, ma che la inscrive nel lungo cammino della storia delle immagini.

 

LO ZEN DEL DIVENIRE

Lo zen insegna l’impermanenza, il mutamento incessante, l’assenza di fissità.

Nelle opere di Viola c’è un fluire continuo: immersioni e riemersioni, attese sospese, cicli di dissoluzione e rinascita.

È un tempo che sfida la logica lineare della narrazione e che richiama invece una dimensione ciclica, ritmica, meditativa.

In questo senso la trascendenza non è fuga, ma immersione radicale nell’immanenza stessa del divenire.

 

IL RESPIRO DELLO SPETTATORE

Le opere di Viola non solo si guardano: si respirano.

Alfieri insiste sul modo in cui lo slow motion estremo obblighi il fruitore a cambiare il proprio ritmo corporeo, ad assecondare la durata dell’immagine.

Si tratta di un processo percettivo che richiama l’esperienza della pittura rinascimentale: così come davanti a un’opera di Pontormo l’occhio è invitato a fermarsi e sostare, così davanti a The Greeting o The Crossing lo spettatore deve lasciare che l’immagine entri nel proprio respiro.

È un atto di contemplazione, un rallentamento che produce epifania.

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Pontormo, La visitazione, 1530 | Viola, The Greeting, 1995

QR CODE COME NUOVE SOGLIE

Un elemento significativo del libro è la presenza di QR code che permettono di accedere alle opere analizzate.

Questo dispositivo, apparentemente secondario, prolunga il gesto stesso di Viola: la tecnologia come soglia, non come feticcio.

La lettura diventa esperienza ibrida, in cui la parola rimanda all’immagine, e l’immagine ritorna a nutrire la parola.

In questo senso, Alfieri costruisce un saggio che non parla solo delle opere, ma che si dispone esso stesso come varco.

 

UNA GENEALOGIA DELL’IMMAGINE ELETTRONICA

La storia della videoarte, che Alfieri traccia sinteticamente, illumina il contesto da cui Viola emerge.

Dalle sperimentazioni Fluxus in continuità con il Dadaismo, passando per le ibridazioni tra arti visive, performance e vita quotidiana, fino alle installazioni immersive contemporanee: la videoarte è stata il luogo in cui linguaggi diversi si sono contaminati.

Viola raccoglie questa eredità, ma la trascende: non si limita a sperimentare la tecnologia, bensì la orienta verso la dimensione dell’esperienza interiore.

 

CONTRO IL TRIONFO DEL SIGNIFICANTE

Un filo critico percorre il saggio: la denuncia di un’arte che indulge nel compiacimento del puro significante, nell’ornamento autoreferenziale, in quella che Baudrillard chiamava «trionfo del significante».

Le immagini di Viola, al contrario, non sono decorazioni, ma processi: non si chiudono nella loro superficie, ma conducono oltre, verso una profondità che è sempre altra da sé.

In questo, la sua opera si distingue da molta produzione contemporanea: non cerca la distrazione, ma la concentrazione; non la seduzione immediata, ma la lenta, lentissima trasformazione.

 

AURA AL TEMPO DEL DIGITALE

Mentre nella modernità tecnica Benjamin individuava la perdita dell’aura, Viola sembra ricrearne una forma nuova.

Non aura come unicità dell’oggetto, ma come unicità dell’esperienza.

Ogni visione delle sue opere è irripetibile, perché non si tratta di consumare un video, ma di entrare in maniera personalissima dentro a un evento temporale che modifica lo spettatore.

L’aura è nel tempo sospeso, nel respiro modificato, nella tensione che si instaura tra immagine e sguardo.

 

L’IMMAGINE-AFFEZIONE

Alfieri legge in Viola una delle più potenti incarnazioni di ciò che si potrebbe chiamare, con Deleuze, immagine-affezione: non rappresentazione di un’azione, ma esposizione di uno stato, di una vibrazione emotiva che si sottrae alla codifica.

È lo sforzo paradossale di mostrare ciò che non si lascia rappresentare.

Qui l’opera di Viola si intreccia con la grande tradizione cinematografica di Dreyer, Bresson, Bergman, ma si estende oltre: il volto rallentato, il gesto sospeso, il corpo che cade nell’acqua diventano icone di un sentire che non trova linguaggio.

 

COLTIVARE IL CAMPO DELL’ESSERE

Riconoscere che l’opera di Bill Viola non è un oggetto da consumare, ma un terreno da abitare, un paesaggio di segni in cui lo spettatore deve sostare, respirare, lasciarsi trasformare.

Alessandro Alfieri ci mostra come ogni immagine di Viola sia una semina: non un significato concluso, ma un seme che attende il tempo della germinazione nello sguardo.

Come i campi cromatici di Rothko, come le macerie feconde di Kiefer, come i silenzi di Bresson, anche Viola invita a farsi custodi di un terreno fragile: dove tecnologia e sacro, durata e mutamento, segno e vita si incontrano.

La trascendenza digitale, allora, non è evasione dal mondo, ma la cura di un campo interiore, un esercizio di attenzione che restituisce al presente la sua densità.

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