La notte del canto infinito di Teatro Zigoia nelle foreste casentinesi

ph Julia Upali

 

Da quattro anni sull’Appennino Romagnolo Teatro Zigoia replica l’appuntamento de La Notte dei Canti in Cerchio, un’esperienza le cui caratteristiche sono estremamente difficili da tracciare nelle nostre categorie pre-costituite di teatro, canto e danza, ma del cui valore e portato c’è molto da prendere in considerazione. Quest’anno l’evento ha preso vita per una intera notte dal 16 al 17 agosto a San Benedetto in Alpe (FC) presso Cà Rinuccioli, nelle possenti foreste casentinesi all’interno dello storico parco.

Il dispositivo di partenza è il Circle-Singing, una pratica in cui tutti i partecipanti vengono messi in cerchio e seguono un direttore che improvvisa la costruzione di un brano corale. Ne emerge una voce collettiva che genera melodie, ritmi e accordi diversi, in cui il senso di comunità si vede materializzato nel suono prodotto, a cui si possono abbinare anche movimenti danzati sulla scorta della community-dance. Andrea Valdinocci, regista e attore di Teatro Zigoia, aggiunge la dimensione performativa e teatrale, strutturando l’intera esperienza del canto in una drammaturgia composta in sette movimenti tematici dal tramonto all’alba, ciascuno dei quali attraversato da apparizioni performative e teatrali nel paesaggio e momenti monologanti. L’effetto finale è quello di un’esperienza ibrida, di un viaggio, in cui il confine con il rito è estremamente vicino, anche se l’idea di un’arte collettiva non viene mai messa in secondo piano.

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ph Julia Upali

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Il laboratorio

Nei giorni precedenti all’evento un numero limitato di partecipanti si può iscrivere ai laboratori, condotti dai formatori di Teatro Zigoia (lo stesso Valdinocci e Lianca Pandolfini), alcuni esperti e conduttori di Circle-Singing (tra cui Oskar Boldre, Giulia Matteucci e Charles Raszl) e di community-dance (Paola Ponti). Nelle prove si cerca di prendere confidenza con il canto collettivo, con alcune danze, ma anche con l’utilizzo del corpo e della maschera, la scrittura di monologhi e la gestione degli spazi. Si mettono così insieme materiali vocali, coreografici e teatrali da poter attivare in relazione ai movimenti in cui è strutturato l’evento.

L’esperienza laboratoriale è guidata sulla base tematica dei movimenti in cui è articolata la Notte dei Canti. Quest’anno i sette movimenti erano divisi in: Salutare la Luce, Il Vecchio, La Notte, Chi Bussa alla Tua Porta?, Tradire, Il Mezzo Movimento, Il Mondo Nuovo. Il filo rosso è la metafora del notturno, come spazio non sicuro o doppio, ma anche liminale in cui avviene la trasformazione e il Nuovo prende il posto del Vecchio. Su quest’ultimo concetto ruotano, per esempio, le azioni con le maschere della Commedia dell’Arte – divisa per sua stessa composizione – in Vecchi (Pantalone, Balanzone, ecc.) e Giovani/Innamorati, oltre che Zanni e Servi.

Nel paesaggio

Contrariamente ad altre esperienze di Teatro Zigoia (come le Escursioni Teatrali), la componente di teatro del paesaggio è qui più limitata, almeno nella concezione registica. Il luogo, incredibile, in cui il cerchio prende vita è scelto anche per permettere alcune aperture acustiche e visive ai partecipanti. Nei momenti in cui il canto si abbassa e si lascia il posto alla danza il concerto della natura, tutt’altro che sopita, composto di insetti e rane gracidanti, fa il suo ingresso e sostituisce le voci dei partecipanti, oppure l’utilizzo dell’eco prodotta dal coro nel rimbalzo delle onde sonore sulla vallata.

Un momento particolarmente efficace, invece, di costruzione registica con il paesaggio è costituito dall’apparizione di alcune maschere “giganti” dalla collina posta al limite del prato dove si svolge l’esperienza. Queste figure dalla testa gigantesca sorrette da piccoli corpi umani sbucano poderose dal crinale e incedono a ritmo di tamburo fluttuando verso la spianata.

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ph Julia Upali

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Il cerchio e l’ecosistema

Un prezioso regalo di questa esperienza è il cerchio e nella possibilità di accedere al suo potenziale. Alimentato per un’intera notte dalle persone, questa forma geometrica rispecchia l’infinito. È la forma dei pianeti che ci sembrano fissi e immutabili, ma anche l’essenza dei cicli vitali, degli ecosistemi che si rinnovano e rigenerano. Il cerchio è un organismo che de-sidera l’infinito e viene alimentato dai suoi partecipanti che si alternano: per ogni componente che se ne va arriva uno a prenderne il posto, per ogni pausa di un membro del coro c’è il vicino che continua a sostenere la melodia.

Il cerchio si presenta come un ecosistema pulsante, dinamico, nella cui essenza e trasformazione l’essere umano ha la possibilità di attingere energie e ritmo dalla vicinanza con il prossimo. La scoperta dell’insieme che si sostituisce al singolo, all’individuo che la società contemporanea ha innalzato a idolo. Un luogo di scoperta dell’infinito che per l’essere umano, di per sé finito, è rigenerante e per questo spesso vicino a un immaginario che richiama il rituale.

Forse che un rito, forse che no…

L’abbandono delle forme rituali – sinteticamente ma efficacemente descritte nel libro di Byung-Chul Han La scomparsa dei riti – è un fenomeno che caratterizza il nostro contemporaneo, dove ogni forma di sacralità ha lasciato il posto a una “coazione a produrre”. Lo diceva bene Pasolini in un famoso scritto corsaro, dove commentava lo slogan dei jeans marca Jesus.

La Notte dei Canti recupera consapevolmente alcune grammatiche del rito, in primis la ripetizione che secondo Han compatta il passato e il futuro nell’eterno presente. Teatro Zigoia, però, non dimentica la propria finalità artistica e condivisa con i partecipanti. In questo possiamo rivedervi molte esperienze performative e teatrali degli ultimi anni: Té end? di Teatro dell’Orsa, ma anche l’ideazione dell’Edizione 2025 de Il Giardino delle Esperidi (con particolare attenzione agli spettacoli dal tramonto all’alba e dall’alba al tramonto). Mediante queste forme di ritualità laica si elaborano forme partecipative il cui intento però è prima di tutto artistico, ma in una consapevolezza che anche questo linguaggio – quando è in crisi quello più prettamente religioso – deve rispondere a quel desiderio umano di ripetizione, in cui si trova la vibrazione dell’infinito.