Non si può raccontare, Ra.Me. Festival, senza nominare il tempo.
E il luogo in cui da anni, con visionaria pervicacia, Teatro Ebasko lo fa accadere: Melissa, paesello calabro semiabbandonato in mezzo a un paesaggio di turbine eoliche e luce.
Stradelli in salita-salita – o discesa-discesa, dipende da dove si va.
Dipende sempre da dove si decide di andare: nella vita e in quella sua buffa trasduzione che ne è l’arte antica e presente della scena.
Alcune case abitate, altre chiuse, altre ancora diroccate.
Dalla strada si vedono macerie, là in fondo una pila di piatti, sulla mensola, come se chi ci abitava fosse dovuto scappare via di corsa, tanto tempo fa.
Il tempo, a Melissa, ha una misteriosa consistenza densa.
Sarà il silenzio.
Saranno gli sguardi interroganti dei pochi abitanti.
Sarà che internet prende poco, il cellulare anche: si rallenta, a Melissa, per amore o per forza.
Con gratitudine o ansia, a seconda dei casi.
Il tempo, a Melissa, mostra il suo enigma (che è poi quello che l’arte dovrebbe sempre fare, penso, ma questo è un altro discorso).
Penso alla chiusura di quella famosa poesia di Jorge Luis Borges, quella che Mariangela Gualtieri ha riportato in auge: Ringraziare desidero, la conosciamo con lei, Poesia dei doni, l’aveva intitolata lui.
Un lungo elenco di ringraziamenti.
Commoventi, molto: alla millesima volta che li rileggo fanno ancora rabbrividire.
Comunque.
L’ultimo: «per la musica, misteriosa forma del tempo».
Da qui il titolo di queste note.
Che riprendono, nell’andamento, quelle che avevo scritto un anno fa (QUI, per chi ne avesse curiosità).
Per Henri Bergson, il tempo non è successione cronologica, ma durata interiore, memoria vissuta: Ra.Me. Festival sembra articolarsi secondo questa durata, non lineare ma immersiva.
Il teatro, del resto, è sempre stato arte del tempo che scorre: come già sapevano i Greci, che affidavano alla parodos e allo stasimon il compito di scandire la tragedia come rituale ciclico, non come cronaca.
Il tempo teatrale è il tempo del mito, che torna e non finisce.
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Pietre care, case amiche: geografia dei ritorni
A proposito di riprendere andamenti, il Festival 2025 è ripartito là dove quello del 2024 si era chiuso: Pietre Care, Case Amiche.
Teatro dell’Albero, Teatro Ebasko, le proiezioni di L4R e le donne del coro della chiesa di Melissa.
Una di loro, appena un attimo dopo l’inizio ha avuto un mancamento, forse il caldo, forse l’emozione.
È subito arrivata una persona in soccorso, si è ripresa, quindi via, ad attraversare il paese: una nominazione camminante degli elementi bassi di quel luogo arcigno.
Come non pensare, lettura di gioventù, a quel che ci raccontava Bruce Chatwin, con gli aborigeni australiani che facevano esistere il mondo cantando il nome di ciò in cui si imbattevano durante lunghi, lunghi cammini?
Ra.Me. cammina.
Come le tragedie greche (o, per nominare un ensemble qui molto caro, come gli accadimenti teatrali dell’Odin Teatret) si serve dello spazio per innescare memoria.
Ogni pietra del paese sembra risuonare, come nei paesaggi abitati di Anselm Kiefer, dove la materia trattiene il tempo e lo restituisce, lento, sedimentato.
Anche qui, tra le crepe dei muri e le strade scoscese, si avverte una memoria non lineare ma geologica, fatta di strati, di residui, di nomi incisi nel silenzio.
Ed è forse proprio la gioventù, con il suo passo inquieto e la sua fame di senso, a farsi tramite sensibile di questo tempo profondo: come se solo chi è in cammino potesse udire davvero il mormorio delle pietre.
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Vent’anni come soglia
A proposito di gioventù: che abita in paese, ce n’è ben poca.
Una ventina di ragazze e ragazzi, però, in questi giorni ci sono, ad arrampicarsi tra i viottoli o, con una birretta in mano nella piccola piazza, semplicemente a stare.
E sudare, ascoltare, dire, poco dormire.
Ci sono, le ragazze e i ragazzi, eccome: con tutti i sogni e i progetti e le insicurezze e le bellezze e le curiosità e le aperture e le fragilità e le spavalderie che solo a vent’anni o giù di lì, si hanno.
Poi il tempo, quasi sempre, ci indurisce di già visto, ci rinsecchisce di già capito, ci ammutolisce di non più, non abbastanza, non, non, non.
Una ventina di ragazze e ragazzi, di cui metà han partecipato a una intensa settimana di incontri, spettacoli e momenti di laboratorio.
Fra questi anche uno guidato da me, L’arte di accorgersi, su cui non mi dilungo ma per cui molto ringrazio.
E poi diversi altri, soprattutto con artiste e artisti che al Festival han presentato un loro lavoro scenico.
Il tempo, qui, è anche quello della formazione, dell’iniziazione.
Come nei misteri eleusini, il sapere artistico non si trasmette in modo solo discorsivo, ma attraverso l’esperienza incarnata.
La pedagogia teatrale di Barba, Grotowski o Mnouchkine si fonda su questo: trasformare il tempo quotidiano in tempo mitico.
Qui, con concreta semplicità, ci provano.
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Un inciso raccapricciante
A proposito di brutalità, e di tempi cupi: non mi dilungo, ma il fatto che un Festival come questo – che vuol portare cultura e arte in vero, profondo dialogo con un territorio decisamente marginale – debba patire una ridda di limitazioni, tagli, mutismi, conferme dell’ultimo istante e cento evitabili complicazioni da parte di chi, nel territorio et ultra, dovrebbe valorizzare questo mostruoso lavoro in parte gratuito e in parte sottopagato, portato avanti nonostante tutto con commovente entusiasmo e luminosi sorrisi, è una cosa raccapricciante.
Punto.
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Qui e ora, qui ancora
Ra.Me. Festival restituisce al teatro quel senso del collocarsi in un qui e ora che ne è la più radicale essenza.
Un qui e ora con cui veramente entra in relazione.
Questo lo fa, Ra.Me. Festival, in molti modi: dagli incontri dello YIAS (tra giovani e artisti) organizzati vicino al bar di Ciccio, nella piazzetta del paese fino al proporre uno spettacolo che, nel campetto della scuola, traduce in immagini suggestive e immaginari lirici tre fiabe della tradizione, dunque un patrimonio culturale condiviso; dal (vero) barbiere Nicola che nella sua minuscola bottega taglia i capelli a una persona (è capitato anche a me) davanti a un piccolissimo pubblico, mentre racconta della sua emigrazione e a seguire propone gongolando qualche vecchio gioco di prestigio fino al concerto di canti sacri offerto per convocare la comunità di Melissa attorno a una pratica devozionale qui molto viva e sentita; dall’affabulazione donchiosciottesca che riporta il patto scenico alla sua essenza di corpo-voce in relazione con un manipolo di persone a cui concretamente si rivolge fino a un esercizio scenico che con grande sapienza ritmica intreccia mitologia e (sotto)cultura pop, turpiloquio e artigianato, per arrivare a un rave euripideo, il sabato notte, a intercettare e al contempo allargare i mondi riconosciuti dalle persone più giovani.
L’arte che si pratica a Ra.Me. è relazionale: l’evento è qui inteso non come rappresentazione, ma come convocazione.
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Ebasko: l’eterno presente
Ancora, a proposito del tempo e dei suoi misteri: Teatro Ebasko ha compiuto dieci anni, e al Festival li ha festeggiati.
Questo teatro che per nome si è scelto un verbo antico, greco, senza passato né futuro, che si coniuga solo al presente.
Ebasko significa “prendere forza”, “rinascere”, “diventare giovani”: perfetto, qui.
Si son festeggiati con una mostra antologica: molte piccole foto, da scrutare come miniature, con l’attenzione che serve. Alcuni oggetti di scena. Alcuni fili, a tessere senso.
E presentando un libro a molte voci, che si e ci interroga sul senso dell’arte intrecciando insieme (che parola fuori dal tempo, insieme!) passato, presente e futuro.
E concludendo il Festival con un documentario sui loro dieci anni, sonorizzato dal vivo, a suggerire altri intrecci: tra Italia e India, tra artigianato e arte, tra parola e corpo-teatro.
Non ha avuto, questa triplice proposta, il tono univoco di una mielosa autocelebrazione. Come han fatto?
Creando una festa del noi, azzardo, pensando a quel celebre frammento della Lettera a D’Alembert sugli spettacoli di Jean-Jacques Rousseau: «Piantate un palo adorno di fiori in mezzo a una piazza, riunitevi intorno il popolo e avrete una festa. Ancor meglio: offrite gli spettatori come spettacolo, fateli attori essi stessi, fate che ciascuno si veda e si ami negli altri, affinché tutti siano più uniti».
Nel presente eterno del teatro, Ebasko affonda radici.
In un tempo feroce come quello che ci stiamo costruendo, Ra.Me. Festival contiene un seme – minuscolo, marginale, fragilissimo, ma evidente – di una rivoluzione.
Dire grazie, almeno.
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Appendice. Borges, ancora
PS da ringraziare qui, c’è in abbondanza.
Ecco allora che ricopio, per chi vuol farsi dono del tempo per leggerla o rileggerla, la poesia di Borges citata in apertura di queste note.
Poesia dei doni
Ringraziare voglio il divino
labirinto degli effetti e delle cause
per la diversità delle creature
che compongono questo singolare universo,
per la ragione, che non cesserà di sognare
un qualche disegno del labirinto,
per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il saldo diamante e l’acqua sciolta,
per l’algebra, palazzo dai precisi cristalli,
per le mistiche monete di Angelus Silesius,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per lo splendore del fuoco
che nessun essere umano può guardare senza uno stupore antico,
per il mogano, il cedro e il sandalo,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giornate del 1955,
per i duri mandriani che nella pianura
aizzano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all’altra
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in me,
per la lingua che, secoli fa, parlai nella Northumbria,
per la spada e Tarpa dei sassoni,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo,
per la musica verbale dell’Inghilterra,
per la musica verbale della Germania,
per l’oro, che sfolgora nei versi,
per l’epico inverno,
per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Dei
per Francos
per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso d’ottone,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan
per il mattino nel Texas,
per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale
e il cui nome, come egli avrebbe preferito, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo scrissero
tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un principio
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi, che scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché moriva così lentamente,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
per due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per la musica, misteriosa forma del tempo.
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[ ph Domenico Pizzulo, Martina Anzellotti, Bianca Attiani, Michele Pascarella ]
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