Crisalide Festival, nel suo appuntamento estivo dentro e attorno al Giardino del Gualdo, sembra istituire un dispositivo in bilico precisissimo, finanche tagliente, tra hortus conclusus e locus amoenus, tra autonomia ed estroflessione.
Spazio pienamente significante, la casa di masque teatro nei pressi di Meldola (FC): non cornice ma campo d’azione, setaccio che (r)accoglie e trattiene.
La scena non si delimita, non si separa: si confonde con l’intricato vegetale circostante.
Lì, nel Giardino e nei suoi pressi, il corpo di chi fa e di guarda (e dunque, ancorché altrimenti, fa) non rappresenta: si lascia attraversare.
Il pubblico cammina, attende, fa attenzione.
Crisalide d’estate è un dispositivo che all’improvvisa trasforma il pubblico in uno, due, tre, quattro, eccetera corpi-mente in cammino.
In attesa.
In attenzione.
Anche il silenzio – gesto collettivo e condiviso – diventa atto performativo.
Meglio: creaturale: qui si fa silenzio come si fa il pane, con le mani, con il tempo.
Non svuotamento, nessuna regola imposta: lavorio interno che prepara la possibilità dell’incontro.
Alcuni estratti brevissimi, come i frammenti a cui si riferiscono, funzionali al presente minimo discorso.
SMONTARE E ACCOGLIERE
In Presenza comune. Esercizi premeditativi guidati da Francesca Proia il corpo è con chiara semplicità interpellato, scosso nella propria abituale linearità, chiamato a esperire le proprie soglie.
Un po’ meno individui, un po’ più membrane porose.
Qui il gesto non costruisce una forma: la smantella.
Accogliere significa sottrarre.
Essere accorti significa restare disarmati.
È un teatro etimologico, questo, luogo di sguardi e visioni: non si mostra ma si lascia cadere, e in questa caduta forse dischiudere, per un fortunato istante, la possibilità di scorgere il terreno comune di un ascolto condiviso.
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LAVORO COME DRAMMATURGIA
Con Vedrai, vedrai del Teatro Due Mondi lo spazio del campo si fa grande corpo drammaturgico.
Le tre poderose attrici vi si immergono come dentro un organismo più vasto: vi lavorano, lo lavorano.
Ogni loro gesto fisico e vocalico – frutto di training attorale severo e paziente – appare insieme faticoso e lieto.
Qui il corpo è soma lavorante: si plasma attraverso la ripetizione, la disciplina, l’attrito con la terra.
Il campo non è sfondo ma materia: superficie viva che restituisce peso, che accoglie e riflette.
OBLIQUITÀ SENTIMENTALI
Il Sentimentalstudio di Cristina Kristal Rizzo interroga invece un altro registro: il corpo citato, attraversato da echi cinematografici e ironici, proiettato in diagonali oblique che tagliano la radura.
È un corpo che si guarda da fuori, che si misura con il proprio riflesso mediale, che ironizza sulle proprie posture.
Le linee non sono rette: deviano, scartano, costruiscono spazi laterali.
Qui il corpo non è mai immediato: è sempre eco, figura, citazione.
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CAMPO LARGHISSIMO
Con Angolo di campo di Opera Bianco la percezione si espande.
Il corpo si dà nell’ampiezza: carne gettata nello spazio, ora lontanissima, quasi dissolta nel paesaggio, ora vicina, tangibile, palpabile.
Figurine là in fondo e poi, di colpo, peli e pori.
La distanza diventa materia scenica, il vuoto si trasduce in densità.
Qui il corpo è immagine che si apre e si richiude, come un diaframma che respira.
SPIRITO E FANGO
In Oh, Spirito! di masque teatro la materia in questione è premoderna, quasi arcaica.
Un corpo di acqua e fango scandaglia un’origine che precede il linguaggio.
È (fatta di) densità spigolosa, selvatica: vien da pensare al butō, danza che si misura con la gravità, che sprofonda nella terra per ritrovare un gesto dimenticato. E per dimenticarsi dei codici, dei messaggi, finanche di sé.
È un corpo oscuro, opaco, non addomesticato, che chiede di essere guardato come si guarda una pietra, una radice.
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MEMBRANE AL CREPUSCOLO
Guado di gruppo nanou si immerge nell’imbrunire, quando la luce smorza e la percezione si fa incerta.
Due corpi velati e svelati da membrane sottili: la pelle non è più limite, ma strato che lascia percepire e solo dopo, eventualmente, intravedere.
Lo spettatore non assiste, testimonia: le Figure emergono e si ritirano, come immagini che l’acqua suggerisce e subito cancella.
L’opera è sospesa in quel passaggio di luce in cui, per un istante, il mondo non sta in un nome, ma vibra.
(S)PROFONDO SONORO
Forse la sorpresa più radicale della giornata: Sprofondo.
Qui il corpo non è solo umano, ma si dilata nel suono.
I contrabbassi di Rocco Castellani e Giacomo Piermatti diventano strumento, letteralmente, di esplorazione materica: dalle corde, dal legno, emergono sostanze pre-musicali, vibrazioni che precedono ciò-che-solitamente-chiamiamo-musica.
È fiducia riposta nel corpo multiforme del suono stesso, che plasma lo spazio, che lo riempie e lo svuota.
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POLVERE DI POESIA
Lo dico dal futuro. Un pensiero d’amore per Marina Cvetaeva dissemina frammenti poetici come un viandante che sparge semi.
Il corpo di Fiorenza Menni | Ateliersi qui è errante: attraversa, si lascia portare.
E la poesia appare come un pulviscolo azzurrino che per un attimo s’innalza: visibile, mobile, subito disperso, in bilico tra misura e dismisura.
USCIRE DAL CORPO
Con Exit di e con Licia Lanera il corpo esce da sé.
La techno-trance è prima individuale – «chi non danza non sa cosa succede», dice e ridice – e poi collettiva.
Molti corpi danzanti diventano uno solo: un rave postmoderno in cui quella temporanea comunità si fa carne, pulsazione per un istante condivisa, biologie che spingono per eccedere i propri confini.
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SOMA. SOMARO. SOMATOS. IL CORPO CURATORIALE
La sezione estiva di Crisalide Festival sembra aggrapparsi linguisticamente, come altrimenti farebbe un naufrago con una zattera, a corpi che significano in quanto tali.
Come i cavalli in galleria di Jannis Kounellis: presenze reali, non metafore.
Il corpo selvatico non è simbolo, è sostanza.
È il Festival stesso a farsi corpo multiplo: fragile e resistente, errante e immobile, divaricato e aggrovigliato.
Crisalide d’estate non chiede di essere interpretato, ma attraversato: non è soltanto una successione di brevi performance create o meno ad hoc, ma corpo a sua volta, organismo che respira e si trasforma.
Il lavoro di Lorenzo Bazzocchi ed Eleonora Sedioli per Crisalide si configura come forma d’arte autonoma: la loro curatela non si limita a selezionare, costruisce piuttosto spazi di esperienza in cui gli artisti e il pubblico sono convocati insieme dentro un campo di forze.
In questo senso Crisalide è esso stesso un gesto performativo: un Festival che si fa drammaturgia diffusa, che non “ospita” ma genera condizioni, che non “presenta” ma trasfigura.
È un’arte del tempo lungo, della sedimentazione, esercizio di attenzione, organismo che è insieme fragile e resistente, animale e pensante: soma, somaro, somatos.


