C’è una Bologna che Michelangelo non dimenticò mai. Fu la città che lo accolse due volte – da giovane in fuga e da artista ormai affermato – e che, in entrambe le occasioni, lasciò un segno profondo nella sua formazione. Proprio da questa duplice relazione nasce la mostra “Michelangelo e Bologna”, in programma fino al 15 febbraio 2026 a Palazzo Fava a Bologna, che celebra il 550° anniversario della nascita di Michelangelo Buonarroti (1475–1564) con un racconto inedito sul suo legame con la città felsinea.
Promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e prodotta da Opera Laboratori, la mostra è curata da Cristina Acidini e Alessandro Cecchi, rispettivamente Presidente e Direttore della Fondazione Casa Buonarroti di Firenze, con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna, del Comune di Bologna, dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna e dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. L’esposizione è stata possibile grazie al sostegno di Intesa Sanpaolo.
Un progetto che, come sottolineano i curatori, nasce dal desiderio di restituire a Bologna il ruolo che ebbe nella crescita e nella maturazione del genio michelangiolesco.
Il percorso espositivo, articolato in sei sezioni e arricchito da oltre cinquanta opere, tra marmi, disegni, libri antichi e documenti d’archivio, ricostruisce i due soggiorni bolognesi dell’artista, veri momenti di svolta nella sua carriera. Ad arricchirlo il catalogo edito da Sillabe e curato da Cristina Acidini e Alessandro Cecchi.
Nel primo viaggio, il giovane Michelangelo, appena ventenne e da poco autore della Madonna della Scala, approda a Bologna poco prima della cacciata dei Medici da Firenze.
Ospite di Giovan Francesco Aldrovandi, esponente della corte bentivolesca, viene introdotto in un ambiente colto e cosmopolita, dove la scultura emiliana quattrocentesca e la lezione di Jacopo della Quercia lo conducono verso una nuova monumentalità.
Nascono così le tre statue per l’Arca di San Domenico – San Petronio, San Procolo e l’Angelo reggicandelabro – capolavori giovanili che segnano la sua prima affermazione pubblica.

«L’anno o poco più trascorso nel palazzo Aldrovandi di Borgo Galliera – spiegano Cristina Acidini e Alessandro Cecchi –, sarà determinante per la sua formazione e gli consentirà di coltivare gli studi artistici e letterari e di entrare in contatto con la vivace realtà culturale bolognese. L’incontro con la tradizione plastica centroitaliana e padana fornisce al giovane scultore un repertorio formale e iconografico destinato a riemergere, profondamente rielaborato, nelle imprese maggiori della maturità, prima fra tutte la volta della Cappella Sistina.»
Il secondo soggiorno, tra il 1506 e il 1508, avviene in tutt’altro contesto: Michelangelo è ormai celebre, ma ancora inquieto e ambizioso. Chiamato da papa Giulio II per realizzare la colossale statua bronzea del pontefice destinata alla facciata di San Petronio, affronta una sfida tecnica e concettuale senza precedenti. Oggi perduta, quella statua diventa il simbolo del difficile equilibrio tra arte e potere, tensione e grandezza che accompagnerà Michelangelo per tutta la vita.
«Quest’opera, di grande complessità tecnica e dal forte valore simbolico – sottolineano Acidini e Cecchi – va interpretata come un atto di autorappresentazione del potere pontificio, in cui la costruzione dell’immagine politica e ideologica è affidata all’artista che assume il ruolo di mediatore e d’interprete.»
Dei sedici mesi trascorsi a Bologna resta la preziosa documentazione costituita dalle oltre trenta lettere, in prevalenza del carteggio fra Michelangelo e il fratello minore Buonarroto, conservate nell’Archivio Buonarroti, che danno conto delle difficoltà della vita quotidiana, aggravate da una recrudescenza della peste, e del difficile processo tecnico della fusione della statua.
Il percorso espositivo si apre con l’orizzonte artistico e culturale entro cui Michelangelo si inserisce. I capolavori giovanili fiorentini come la Madonna della scala sono messi a confronto con i maestri toscani e i modelli bolognesi. Donatello rappresenta un riferimento essenziale: la tecnica dello stiacciato – esemplificata in mostra dal Sangue del Redentore – offre al giovane Michelangelo un modello plastico e compositivo fondamentale. Allo stesso tempo, Jacopo della Quercia fornisce suggestioni formali e iconografiche che riaffioreranno, profondamente rielaborate, nelle sue opere mature. Parallelamente, la tradizione bolognese dei santi patroni Petronio e Procolo, testimoniata da dipinti, affreschi e sculture, fornisce uno stabile repertorio iconografico e compositivo: motivi che confluiranno nelle statue per l’Arca di San Domenico – visibili presso la Basilica di San Domenico sede esterna della mostra – a conferma del profondo legame tra la sua pratica scultorea e la cultura religiosa locale. Lungo il percorso espositivo le opere di Ercole de’ Roberti, Francesco Francia, Lorenzo Costa e Amico Aspertini, restituiscono il panorama artistico della Bologna bentivolesca, nel quale politica, fede e cultura si intrecciano in immagini potenti e allusive. Accanto ai marmi e ai disegni, dipinti, documenti e carteggi originali illustrano la fitta rete di relazioni tra Michelangelo, la corte bentivolesca, i Domenicani di San Domenico e la committenza papale.
Bologna, Palazzo Fava, 14 novembre 2025 – 15 febbraio 2026, martedì-domenica, 10.00-19.00. Chiuso lunedì. https://genusbononiae.it/palazzo-fava/


