“Eddington”, Nuovo Messico, 2020.
Un film forte e importante, o così pare. Il primo film bello, forte e importante su un tema rimosso.
Un western contemporaneo senza cavalli e con pochi indiani, dove il West è solo spazio in cui perdersi, spazio in cui va in scena il totale e finale crollo di Senso dell’America, la disgregazione del patto originario, la fine del sogno. Per una volta senza scorciatoie retoriche e senza enfasi da quattro soldi “buoni contro cattivi”, civiltà contro barbarie eccetera.
Va in scena un disastro, tenendo l’inquadratura sempre sul cuore e sul cervello delle persone.
Il pretesto è la gestione delle misure pandemiche in un paesino di quattro gatti, due strade, un bar e un supermarket, lo sceriffo contro il sindaco, un crescendo di separazione, un’umanità contaminata dal dubbio (e per questo fragile, quando non già fragile in partenza) e dall’altra parte un attenersi severo, acritico a nuovi dogmi, più per posizionamento e ritorno personale che non per senso civico.
Eppure il film resiste nel prendere una parte, c’è pietà per tutti, non c’è un vero giudizio.
Gli sconfitti ci sono, e sono indistintamente tutti.
Diversamente da una brutta striscia di Zerocalcare di qualche anno fa in cui i “dubbiosi” venivano abbattuti con raffiche ad altezza uomo – o idranti, certo – e raffigurati come dei paria, dei sottosviluppati fragili vittime di macchinazioni, il punto di vista di “Eddington” e’ quello che ti aspetti da un artista di fronte a un dubbio così grande.
Qui non ci sono buoni e cattivi. Nè dita puntate.
C’è però la consapevolezza chiarissima, il chiarissimo assunto, che anche dietro una semplice mascherina – se usata come clava mediatica, se sospinta da una propaganda uomo-contro-uomo – c’è il germe della divisione, della guerra civile, del Male assoluto, della separazione, della fine della società e della solidarietà. E che anche un presidio di presunta sicurezza può diventare infine un pericolo, se brandito con la sicurezza di una svastica. Il simbolo di due umanità divise da un delirio storico inqualificabile.
Prima di perdere il senno, e di farne una battaglia sociale e politica e familiare per cui non ha sufficienti armi razionali (ricorrerà infatti a quelle automatiche) lo sceriffo Joe Cross, un ottimo Joaquin Phoenix, dice un paio di frasi definitive. Sulla fine della comunita’. Sul “non si possono trattare così le persone”. Sui fratelli contro. Parole di un uomo di fronte ad altri uomini.
Frasi che cinque anni dopo quei momenti terribili risuonano sinistre, perche’ sono una delle verità definitive e dei fallimenti definitivi che quel periodo ci consegna, al netto delle posizioni di ognuno. Dopo quella divisione iniziale è tutta solo deriva. Senza ritorno.
Non puoi fare un fuoco senza una scintilla, ci ammoniva Springsteen in un testo che pare ancora scritto da Carver. Quel calcare sulla divisione è la scintilla, il mondo in fiamme di oggi è un’altra tappa della medesima logica.
La divisione fra umani di quel periodo (che è davvero, a parere di chi scrive, il vero virus, la colpa imperdonabile di quei governi, il peccato irredimibile di quella classe politica, la vergogna perpetua di chi l’ha appoggiata) è la scintilla, il detonatore. Che slatentizza tutto il resto. Ognuno il suo “resto”, ognuno la sua debolezza.
Ma anche con le armi da guerra, con l’artiglieria pesante, nel film esplodono più spesso i cervelli, si spappolano più spesso teste che altro, e forse è una metafora.
Dietro tutto, i giovani. Che non sono né buoni né cattivi ma sembrano non accorgersi davvero di nulla. Che riescono solo a copiaincollare la causa in voga nel semestre e usarla per posizionarsi, senza gli strumenti critici per reagire al presente. La ragazzina bionda-ariana-impegnata che non si accorge dell’inferno di divisione che sta crescendo nel giardino di casa sua, che non dice mai niente di pregnante dietro la sua mascherina calzata sotto il naso, però si inginocchia in posa perfetta per Black Lives Matter, in diretta social. E piange per cause distanti da lei anni luce.
Cronaca del fallimento di tutti, indistintamente tutti.
E alla fine, guarda un po’, in mezzo ai corpi martoriati restano solo gli affari. E chi ha pelo sullo stomaco.
Regia e fotografia e musiche belle senza narcisismo, film profondissimo, due tempi che sembrano due film, due ore molto abbondanti, molto importanti.
Visto a Faenza, Cinema Sarti. Regia di Ari Aster. Un film con Joaquin Phoenix, Pedro Pascal, USA, 2025, durata 145 minuti.


