“The Tomorrow Man” è il nome del nuovo disco di Micah P. Hinson, uscito lo scorso 31 ottobre per Ponderosa Music Records.
Il cantautore texano sarà questo venerdì, 21 novembre al Transmissions Festival al Teatro Rasi di Ravenna, sotto la direzione artistica del grande Chris Angiolini del Bronson Club. Per l’occasione Micah presenterà il suo nuovo lavoro, e non vediamo l’ora di rivederlo e sentirlo dal vivo e nell’attesa abbiamo scambiato quattro chiacchiere con lui.
Ciao Micah, benvenuto su Gagarin Magazine, ti seguiamo da tanto tempo e siamo ogni volta estasiati dalla tua musica, con il tuo nuovo album “The Tomorrow Man” non solo hai intrapreso una nuova direzione musicale-artistica ma anche una dimensione spirituale e profonda che segna un punto di svolta nella tua carriera. Recentemente ho assistito alla mostra fotografica di Letizia Battaglia, sai lei ha fotografo corpi massacrati dalla mafia e ad un certo punto della sua carriera racconta che non ne poteva più di vedere tutta questa morte e ha trasformato quelle foto in altro, credo che siete sulla stessa lunghezza d’onda, nel senso che anche tu hai trasformato quel dolore in qualcos’altro, qualcosa che porta luce e speranza. É stato un lungo lavoro durato tutta una vita si può dire, grazie anche ai suoi fidati collaboratori, è così?
Suppongo che si possa dire così. La vita è qualcosa che porta dolore e traumi, ma porta anche, come dici tu, speranza e luce. È tra questi due estremi che cerco di stare, poiché nessuno dei due lati della medaglia è permanente e possono facilmente cambiare e muoversi intorno a noi. Penso che questa sia la chiave: sapere che il nostro dolore non è permanente, così come la nostra speranza. È una battaglia che tutti dobbiamo affrontare dall’inizio alla fine.
“The Tomorrow Man” è l’uomo di domani, l’uomo che sei diventato oggi, e universalmente è ogni essere umano che attraverso il proprio passato, le proprie ferite esplora nuovi orizzonti, in questo album hai collaborato con l’Orchestra di Benevento diretta da Raffaele Tiseo, una scelta azzeccata e inedita che rende il tutto ancor più potente, ascoltata su disco, mentre dal vivo sarete in tre, tu, il grande Asso, che ormai non sappiamo più quanti strumenti sappia suonare magistralemente e il barbuto Paolo Mongardi alla batteria e non vediamo l’ora di assistere al vostro live, anche perchè siamo già sicuri che scioglierà i nostri cuori, perchè quello che conta sono le canzoni, perchè puoi decidere di suonarle con un intero reggimento o semplicemente da solo, ma quando le parole sono vere, reali e profonde, sanno arrivare ovunque. È questa la prospettiva del vostro live e l’intento di trasmettere le tue canzoni?
Alla fine dei conti, la cosa più importante per me, quando si parla dell’arte della musica, sono le canzoni. Devono avere uno scopo e un obiettivo. Tutto deve essere radicato nell’atto di scrivere canzoni. Altrimenti è solo musica, e la musica può essere riprodotta negli ascensori, nelle pubblicità o dagli altoparlanti dei furgoncini dei gelati, il che va benissimo, ma non è lì che trovo il mio scopo. Per quanto riguarda i miei concerti dal vivo, si tratta di trovare un equilibrio tra le canzoni che ho scritto (con chitarra acustica e voce) e le registrazioni (strumenti multipli, orchestra, missaggio, masterizzazione, ecc.), quindi le canzoni che eseguo dal vivo devono trovarsi tra questi due punti e, molte volte, mi sembra di doverle riscrivere… Devo trovare il punto in cui possono coesistere tra il nulla e il tutto. E non è un lavoro facile, non è semplice: ogni sera in tour cerco ancora di trovare il modo in cui le canzoni vogliono e hanno bisogno di essere suonate per poter comunicare e trasmettere quante più emozioni possibile.
20 anni di carriera, che hanno plasmato la persona e il cantautore stesso che sei oggi, personalmente continuo a vederti come un cantautore filosofo viscerale che esprime con le note e la musica la continua ricerca della propria essenza, come un Mike Patton in versione crooner e un Mark Lanegan per la profondità vocale, un mix esplosivo, la tua cifra stilistica ti rende un’artista riconoscibile, ma soprattutto quello che amiamo è la tua sincerità e autenticità, doti che mancano a molti artisti di questi tempi. Chi è Micah oggi?
La tua risposta potrebbe essere valida quanto la mia. Chi sono oggi? Sono un Chickasaw proveniente dal Texas, terra di nessuno, che cerca di districarsi tra le insidie e gli incubi del capitalismo, del cristianesimo, della moralità, della propaganda, del dolore, della disillusione, dell’amore, della speranza e della vittoria.
Ultima domanda, hai ascoltato qualche cantautore italiano che ti ha particolarmente colpito e con il quale ti piacerebbe collaborare? Noi ti vediamo particolarmente bene assieme a Iosonouncane e Daniela Pes, anche solo un pezzo firmato da voi sarebbe una bomba pazzesca.
Iosonouncane è, per me, un punto di riferimento per quanto riguarda la composizione e il suono. È incredibilmente brillante. Il giorno in cui ho ascoltato DIE è stato il giorno in cui la mia vita è cambiata. Le sue canzoni mi hanno aiutato a liberarmi dal peso della tossicodipendenza, della tristezza e, in sostanza, dal sentirmi perso e fuori posto. Gli devo molto. E lui lo sa. È un gigante e ho un immenso rispetto per lui. Nel corso degli anni abbiamo parlato qua e là della possibilità di fare qualcosa insieme, ma non è mai andata in porto. Tuttavia, il futuro è luminoso e aperto, quindi posso sempre tenere le dita incrociate mentre aspetto il momento e il luogo giusti. È un genio e continuerò a sostenerlo finché non mi dimostrerà il contrario.
Grazie Micah, ci vediamo sotto al palco!


