Chiamare per nome un Capo di Stato, così confidenzialmente e semplicemente, dritto per dritto e senza altri orpelli specificazioni o aggettivi, puntando tutti i riflettori sul vocabolo più “proprio” di tutti, con cui Trump è stato apostrofato con i calzoni corti così come in giacca e cravatta, a gattoni come sull’Air Force One, nella cameretta come nella Stanza Ovale, è una strategia di lungo corso per accorciare le distanze, ridimensionare le gerarchie, ridefinire i rapporti, è rimettere la palla al centro e il tabellone sullo zero a zero per ricordarci che un uomo è pur sempre solo un uomo quando nasce e quando muore, a prescindere dalla parabola intercorsa tra i due poli.
Certamente c’è chi si trova ogni giorno dentro la “scatola con le antenne” e chi la guarda, c’è chi governa nazioni e chi è suddito, c’è chi possiede fortune e chi nemmeno una briciola di pane ma resta il fatto un po’ banale, ma sempre degno di una bella sottolineatura con l’evidenziatore, che le bare sono per tutti quanti senza tasche, senza bagagliai, senza portafogli, trattandosi di casse da morto e non di casseforti, ragion per cui dal punto di vista dell’universo infinito, e per giunta in espansione, uno risulta sempre uguale a uno, entrambi infinitesimali e insignificanti, e Donald uguale a X.
È un close-up intimo e cinematografico, un primissimo piano quasi da confessionale televisivo sull’uomo che vive dentro e oltre il personaggio quello concepito da Stefano Massini in questo suo Donald. Storia più che leggendaria di un golden man (Produzione Teatro della Toscana, visto al Teatro della Pergola), un’indagine approfondita e tutta dati ed interviste alla mano sul prequel del Presidente degli Stati Uniti, sulle manifestazioni precoci del temperamento, delle inclinazioni morali, delle attitudini, quelle che già facevano capolino in un tono di voce o in una frase a effetto quando ancora non faceva la parte del leone sullo scacchiere geopolitico internazionale ma il giocatore di baseball, il furbetto a scuola, lo speculatore edilizio senza scrupoli.

“Il carattere è destino”, per dirla con Eraclito, una scelta dopo l’altra. Un esperimento simile di corsa a ritroso, di racconto a cannocchiale retroverso, dalla storia raccontata nei libri alla cronaca oscura dei giorni qualunque dell’età infantile e giovanile, Massini lo aveva già sperimentato con Adolph Hitler e ci promette di riproporlo ancora per altri grandi della terra ancora viventi come Putin e Xi Jinping. Saranno dunque parabole biografiche e cantieri politici tuttora in corso, traiettorie non ancora concluse e storicizzate, per le quali non sono state ancora aggiunte le giuste pagine nei manuali scolastici e manca un’ardua sentenza già emessa dai posteri, code di comete ancora di passaggio dalla cui scia raccogliere manciate di meteoriti.
Massini racconta Donald in una scena essenziale e rarefatta con gradoni bianchi che evocano la tipica skyline delle metropoli americane e si tingono di cromatismi decisi quando le belle luci di Manuel Frenda arrivano a sottolineare una cesura e a seguire l’intonazione e la temperatura emotiva del racconto. Massini taglia e ricuce brani di cronaca minima della storia di Donald come un aedo farebbe con l’epica più sanguinolenta e altisonante, è un uomo solo al comando che con la sua voce perentoria e autorevole lentamente ci stacca dal Trump che conosciamo attraverso giornali, social, radio e televisione per animare ed evocare davanti ai nostri occhi, quasi per magia, un profilo fatto di foto di famiglia, villette a schiera di periferia, interni domestici, grandi insegne luminose, campi sportivi, banchi di scuola.
Quattro musicisti entrano saltuariamente in scena per corroborare sonoramente la sensazione di tuffo nel passato, di rievocazione di un’era, di amarcord collettivo di una storia non nostra che il pifferaio magico ci fa vivere dall’interno, proprio da dentro le scarpe del protagonista, e che un pregevolissimo quanto insolito foglio di sala, una ricca graphic novel di sessanta pagine firmata da Walter Sardonini (Donald, La Casa Usher), ci consente di ripercorrere anche una volta tornati a casa. Il racconto è incalzante ma senza colpi di scena, semplicemente perché nella vita dell’uomo in questione non ce ne sono, essa somiglia sempre a se stessa per ambizioni, obiettivi, contenuti, idee. Nessuna derapata improvvisa, nessuna conversione sulla via di Damasco, nessuna strada secondaria, non lacerazioni, non pentimenti, non combattimenti interiori, c’è solo Ercole senza nessun bivio ma solo con un’ambizione sfrenata dalle idee limpide e chiare, ovviamente dorate.
Che cosa resterà di noi? Che uso vogliamo fare del tempo? Che orma desideriamo lasciare del nostro passaggio? Sono domande che qualsiasi biografia dovrebbe suscitare, favorire, generare o risvegliare nel nostro intimo. E dunque un carattere, un destino, un uomo: cosa lascerà di sé su questa terra il Golden Boy, il King of Business, il teorico della “via diretta verso l’obiettivo”, il predatore selvaggio e senza scrupoli per sempre fedele al motto “l’unica difesa è l’attacco”? Massini decide di fermarsi sulla soglia, non prosegue oltre, arresta il suo racconto prima che l’entrata in politica e l’ascesa alla presidenza trasformino Donald in Trump e ci sia da scrivere tutta un’altra storia.
“Donald” di Stefano Massini, Produzione Teatro della Toscana. Visto a Firenze al Teatro della Pergola


