Cantiere creativo che si innerva capillarmente negli spazi più segreti così come in quelli più noti della città, il Festival Fabbrica Europa di Firenze è giunto quest’anno alla trentaduesima edizione, inaugurata dalla performance Senza Titolo di Romeo Castellucci nello spazio recentemente riqualificato della Ex Centrale termica Fiat di Novoli.
Siamo in un edificio industriale freddo e austero, monumentale: soffitti altissimi, enormi vetrate rettangolari e due imponenti fornaci ormai spente forniscono la scenografia in cui allestire un lungo cilindro cavo di metallo dorato, appeso al soffitto con ganci, sospeso orizzontalmente nel vuoto, all’altezza dei nostri occhi. La prima impressione che se ne trae è a metà tra macelleria e palestra, ma poi la musica cambia.
Senza Titolo di Romeo Castellucci: note d’acqua orfane di un pentagramma
Davanti a questa lucente cassa armonica si avvicendano performers non professionisti formati nei laboratori di movimento proposti in città da Castellucci e percuotono a più riprese lo strumento con i propri capelli, bagnati in una bacinella da barbiere posizionata all’ingresso in scena. Mentre la qualità del suono varia inesorabilmente al variare degli individui (cambia il sesso, l’età, l’altezza, la massa e la lunghezza delle chiome, la forza fisica) sempre identici e reiterabili potenzialmente all’infinito sono i gesti compiuti in sequenza fissa: rovesciare la testa in avanti e inumidire i capelli quasi fosse un gesto liturgico, il segno della croce fatto con l’acqua benedetta all’ingresso della chiesa, strizzarli con due mani, la linea di passi che portano davanti all’asta, il corpo che carica lo slancio, la percussione alternata forte/piano, sotto/sopra, davanti/dietro, il tocco leggero della mano sul metallo, per fissare l’equilibrio e placare il senso di vertigine.
Ciascuno raccoglie l’energia vitale che ha a disposizione, la concentra, la fissa in un punto, prende lo slancio e colpisce l’asta che, percossa, produce suono ed eco e poi riverberi profondi di campana tibetana, grazie a microfoni che catturano le onde sonore, poi riproposte ritardate e amplificate. Sul pavimento una costellazione di schizzi si produce e si rinnova continuamente, evapora e si riforma senza pause come se fosse una trascrizione segnica delle vibrazioni, una partitura che si scrive in diretta, una traccia effimera del gesto. Sono note d’acqua orfane di un pentagramma, note versate nelle stanze in cui regnava il fuoco, davanti alla fornace ormai silente ed algida i corpi suonano con i crini, come l’archetto accarezza le corde del violino.

The Fridas di Sofia Nappi: sincronie, antinomie, rispecchiamenti
È un riferimento pittorico esplicito il fuoco generativo della coreografia The Fridas, creata da Sofia Nappi per la sua Komoko, vista nello splendido spazio della Palazzina Reale, architettura di regime coeva al celebre dipinto Las dos Fridas nel quale la Kahlo propone il proprio autoritratto sdoppiato, in forma di due repliche del proprio Sé che si tengono per mano, sedute su una panca impagliata, una in abiti europei con il cuore sezionato come da un intervento chirurgico e l’altra in abiti tradizionali messicani, con il cuore esposto.
Le sofisticate suggestioni contenute nel dipinto e i complessi attributi iconografici delle due figure (il medaglione col ritratto di Diego, le forbici, la vena recisa che gronda gocce di sangue) sono restituiti e reinterpretati in questa coreografia, tutta al maschile ma con forti frizioni tra forza e dolcezza, dalle interazioni dei danzatori che si posizionano l’uno rispetto all’altro come tessere di un caleidoscopio che mutano le reciproche posizioni all’infinito ma in uno spazio finito, in un susseguirsi ininterrotto di contrapposizioni, scambi, moti in controparte, sincronie, antinomie, rispecchiamenti.
Le due figure, precise e potenti, si muovono ora su musiche sentimentali di chitarra pizzicata ora su ritmate sonorità arabeggianti, rendendo dinamica e plastica l’idea della dualità dell’individuo, della pluralità che ci abita, delle personalità molteplici, dei sentimenti contrastanti. Nel quadro conclusivo si aggiungono due identici copricapi femminili che rinforzano il ragionamento già avviato sulla complessità, sulla metamorfosi, sul doppio.

Manifestus di Jacopo Jenna: gocce di mercurio sparse a cercarsi
Ancora alla Palazzina Reale va in scena Manifestus di Jacopo Jenna, una coreografia dalle atmosfere urbane che ben si sposa con la presa diretta sulla ‘città che sale’ di memoria futurista, sulla città dinamica, in moto perpetuo, visione offerta dalla grande vetrata del salone d’onore affacciata direttamente sul binario 16 di Santa Maria Novella e dalla tessitura musicale energetica ed elettronica che incalza, spinge, stimola.
Tre performer calcano la scena in un ritmo alternatamente centrifugo e centripeto, coagulano e si diramano, ci sembrano le tre teste di un unico corpo, come un Cerbero al quale l’Idra di Lerna abbia prestato le sue movenze sinuose. È un essere trinitario e metafisico che ruota come un ingranaggio liquido, montato con i pezzi variopinti di un lego alieno, sono costruzioni rotanti, gocce di mercurio sparse a cercarsi, magneti lanciati dalla mano del dio del Caos a correre la giostra opposta dei poli, attrazione e repulsione.
Automa, robot, cyborg: il trimorfo si muove articolando freneticamente le sue sei mani e le sue trenta dita come i tentacoli di una piovra o le zampe del millepiedi, costruendo muri, pareti, scivoli colorati, flussi serpentiformi. In perfetta consonanza con il titolo, le mani si trasfigurano in terminazioni esposte e parlanti, in un manifesto di poetica, agiscono come antenne prensili, ricettive e reattive, estremità meccaniche, filamenti fitomorfi di alghe abissali che giganteggiano di ombre nere sul granito rosso che fascia la stanza.

Vuelta a uno di Rocìo Molina: forza primordiale che sembra provenire direttamente dal nucleo della terra
Una potente rilettura della danza tradizionale spagnola per eccellenza, il flamenco, va in scena sul palco del Teatro della Pergola Vuelta a uno della danzatrice e coreografa Rocìo Molina, Leone d’Argento alla Biennale di Venezia 2022, che si muove come una dea madre maestosa e muscolare su un palco arredato con piattaforme rosa e mette la sua danza in simbiosi con la chitarra di Yerai Cortés, musicista col quale intrattiene un consolidato sodalizio artistico. È una simbiosi, la loro, un dialogo stretto, incessante, serrato, tra corde pizzicate e tacchi, sguardi e gesti, battere e levare.
Il controllo assoluto della tecnica permette ai due artisti di improvvisare con sprezzatura, la danza insiste su ogni nota con vigore ed intenzione, una forza primordiale che attraverso il pavimento sembra provenire direttamente dal nucleo della terra, dal magma ancora intatto del Big Bang. È con autorevolezza assoluta che Molina ormai da tempo riscrive le regole del flamenco in una chiave contemporanea fatta di materia e di energia primitive che conquista e convince anche nella sua vena più esplicitamente e programmaticamente distruttiva, quando l’oggetto feticcio e simbolo della tradizione, il ventaglio, verrà travolto e sbriciolato da una sequenza martellante di scosse telluriche.

Sisifo felice di Philippe Kratz e Pablo Girolami: la pena e il sollievo in attesa di una nuova pena
Concludiamo la rassegna con un ritorno alle atmosfere e alle sonorità industriali del dittico Sisifo felice, coreografato da Philippe Kratz e Pablo Girolami per il gli otto danzatori del Nuovo Balletto di Toscana, visto al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, in cui vengono visualizzati i due fuochi dell’ellisse, i due estremi dell’ossimoro mitologico, la pena e il sollievo in attesa di una nuova pena.
Nel primo quadro caratterizzato da abiti stile business-finanza-citylife e da un movimento automatico, simile alla catena di montaggio, meccanico e parossistico, che ci ha ricordato il Chaplin di Tempi Moderni, è condensata la condanna dei giorni fuori dall’Eden, la cacciata divina in un precipizio di disarmonia, la punizione, l’eterna tirannia del lavoro, del dolore, del sudore, è Sisifo che spinge a fatica il suo masso verso la cima della montagna, un passo dopo l’altro.
La seconda visione si apre con un cambio abiti a vista, si accendono sul fondale grandi quadranti arancioni dalla luce calda e le mani dei danzatori si allacciano l’un l’altro magliette di velo leggero: è l’attimo dell’assenza di peso, della liberazione, una gratificazione convulsa quanto passeggera. Sentiamo pulsazioni, battiti cardiaci, ticchettii di orologio, Sisifo tira il fiato, è il tempo della tregua apparente, mentre la forza di gravità trascina il masso giù per la discesa, in pochi secondi. La felicità, in questo luogo di esilio, via dall’Arcadia perduta, lontano dall’Età dell’oro, è solo la consolazione nella pausa tra due fatiche sempre uguali.


