L’ultima regina di Milano: Ornella Vanoni, diva senza limiti

 

Se ne va un pezzo di Milano. Una regina silenziosa, intensa, libera, scostumata. Ornella Vanoni non è stata solo una cantante, ma un’attrice teatrale, una musa di Strehler, una provocatrice dolce e feroce. Sempre un passo avanti. Sempre felice a metà.

Nata a Milano, Ornella Vanoni ha respirato l’aria di palcoscenico fin da giovane. Dopo gli studi dalle Orsoline, lei che in fatto d’istruzione si definiva “una cialtrona”, si iscrisse nel 1953 all’Accademia d’Arte Drammatica del Piccolo Teatro di Giorgio Strehler. Strehler non fu solo il suo maestro: divenne il suo compagno e “redentore” artistico.

Il suo debutto teatrale arrivò nel 1956, con Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello, sotto la direzione di Strehler. Poco dopo, nella stagione 1957, fu ingaggiata per I Giacobini di Federico Zardi al Piccolo Teatro: cantava nel filo fra le scene, accompagnata dalle musiche di Gino Negri.

Proprio da quel contesto nacquero le sue celebri canzoni della mala. Strehler, insieme ad autori e musicisti come Fausto Amodei, Fiorenzo Carpi, Gino Negri e Dario Fo, costruì per lei quei pezzi che parlavano di mala milanese, di bottini, carcere, poliziotti, donne ai margini. Canzoni teatrali, dolorose e poetiche. Ballate inventate ma vere. Un mondo che lei interpretava con una profondità inedita.

Gli anni al Piccolo non furono solo prove e spettacoli, ma una scuola di luci, gesti, posture, tempistiche. Vanoni assorbiva tutto: non era una cantante, ma un’attrice completa. Il teatro le insegnò la presenza scenica, la sospensione, il valore del silenzio. Ogni suo movimento nasceva da quella disciplina.

E quella formazione teatrale plasmò la sua musica. Quando cantava Ma mi o Le mantellate, non era solo una voce: era un corpo in scena, un personaggio, una storia vivente. La sua vocalità aveva il taglio del dialogo, la pausa del monologo, il respiro di un dramma. La musica diventava spazio, la luce diventava parola, il gesto diventava frase. E nelle sue coreografie tutto era teatrale, le luci, i movimenti, la prossemica.

Non volle restare imprigionata nell’etichetta di “cantante della mala”. Cambiò direzione. Incontrò il cantautorato genovese, Gino Paoli, l’amore, la dolcezza e la ferita. Da lui arrivarono Senza fine e Che cosa c’è, brani che l’hanno consegnata all’immortalità. Il suo timbro divenne più morbido, intimo, avvolgente.

Il teatro, però, non l’ha mai abbandonata. Anche in età avanzata tornò al Piccolo Teatro, ormai diventato casa spirituale. In concerti autobiografici, rievocò le sue origini, le storie del sottobosco urbano, le ombre della città che non esiste più. In quelle serate, ogni luce, ogni suono, ogni gesto rifletteva la sua natura teatrale. Era come se ogni parola fosse già scritta per il palcoscenico.

Vanoni era una diva sempre dentro e al di là del limite. Amava la malinconia, la risata trattenuta, il gioco della seduzione. Sapeva trasformare la leggerezza in profondità, la fragilità in forza. Era solare, ma attraversata da ombre. Portava con sé una continua tensione, un equilibrio precario che diventava arte pura. Sul palco diceva di essere felice. Ma fuori restava quella donna “a metà”, sospesa tra teatro, musica e vita.

Negli anni ha collaborato con giganti o li ha interpretati: De André, Tenco, Paolo Conte, Toquinho, jazzisti, orchestratori, visionari. Ma il suo timbro restava sempre segnato da quella prima educazione teatrale. Era musica e gesto. Era parola e silenzio. Una donna di scena che cantava come si recita, e recitava con la voce.

Ora, mentre Milano saluta la sua regina, resta il suo lascito: il Piccolo Teatro, le sue canzoni, la sua libertà creativa. Ornella Vanoni ha vissuto sempre un passo oltre. Con eleganza, ironia, malinconia. Con la grazia delle vere dive.

Riposa in pace, regina.
L’ultimo pezzo autentico di Milano se ne va.
Ma la sua eco resta. Sempre dentro il limite. Sempre al di là.

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VINCENZO SARDELLI

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