Il teatro che vi aspettate, anche come totale novità,
non potrà mai essere il teatro che vi aspettate.
Infatti, se vi aspettate un nuovo teatro,
lo aspettate necessariamente
nell’ambito delle idee che già avete.
Pier Paolo Pasolini, Manifesto per un nuovo teatro
in «Nuovi Argomenti», n. 9, gennaio-marzo 1968
.
Il teatro che si attendeva Pier Paolo Pasolini non poteva che restare impossibile: utopico, dialettico, ferocemente pedagogico e quindi inappagante.
Giovani infelici, l’allestimento firmato da Riccardo Massai e Angela Torriani Evangelisti, sembra restituire un’eco di quella impossibilità: un teatro che non consola ma interroga, che non compone ma scava.
Presentato in prima nazionale il 2 novembre scorso, nel giorno esatto in cui cadevano i cinquant’anni dall’ammazzamento di Pasolini, sul palco del Teatro Cantiere Florida di Firenze, con questa creazione si è aperta la Stagione 2025/2026.
È stato, etimologicamente, un rito civile e collettivo: il corpo e la parola si sono fatti materia di pensiero, con la salvifica concretezza di un pubblico verace accorso a festeggiare e a festeggiarsi come comunità, prima ancora che come spettatrici e spettatori, Giovani infelici ha inverato quella ibridazione tra cultura alta e popolare che Pasolini ha, in vita, sempre teorizzato, inseguito, a volte praticato.
.
I FIGLI, I PADRI
La scena è scarna, quasi ascetica.
Pagine di libro si proiettano sul fondale, alcune righe appaiono cancellate.
Come nei lavori di Emilio Isgrò, la cancellatura non è solamente negazione, ma disvelamento.
L’arte, scriveva Paul Klee, serve a “rendere visibile il visibile”: qui l’elisione si fa pedagogia.
Ciò che è rimosso grida, ciò che è taciuto rivela.
In questo spazio in parte cancellato si muovono i quattro giovani interpreti — Emanuele Taddei, Luca Pedron, Stella Ciutti, Matilde Danti — attraversando e incarnando la parola pasoliniana come una soglia bruciante.
Le loro presenze non “recitano” o “descrivono” il testo, piuttosto lo fanno oscillare tra eco e risposta, tra citazione e ribellione.
Il conflitto tra padri e figli — borghesia e proletariato, cultura e potere, tradizione e rivolta, si potrebbe pasolinianamente allargare — diventa materia, gesto e respiro.
Risuona nei gesti spezzati delle danzatrici e nei dialoghi che si infrangono contro il silenzio: una dialettica incarnata.
.

.
IL TEATRO COME LUOGO DELLA PEDAGOGIA
Pasolini fu, in tutta evidenza, anche un pedagogo.
Non per paternalismo, ma per spigoloso, scalciante bisogno di verità.
Giovani infelici si fonda su analoga tensione: il desiderio di comprendere e di farsi comprendere.
La regia di Riccardo Massai, limpida e strutturalmente rigorosa, costruisce un dispositivo teatrale che alterna testo e corpo, verbo e danza, lezione e confessione.
Non si tratta di spiegare Pasolini, ma di restituire la sua domanda ai giovani: «Quale felicità vi è concessa nel mondo che abbiamo distrutto?».
C’è una chiara attitudine pedagogica, non tanto nel tono quanto nel gesto: la parola si apre al dubbio, non all’imposizione.
Come nel teatro politico di Bertolt Brecht, qui il pubblico non è chiamato a commuoversi ma a pensare, a collocarsi criticamente dentro ciò che accade sulla scena.
STRUTTURA E VARIAZIONE
Lo spettacolo si articola come una partitura, alternando dialoghi serrati — quasi esercizi di reciproca confessione — a sezioni coreografiche e azioni fisiche e vocali collettive.
Le variazioni di ritmo e misura — ora dense e prosodiche, ora rarefatte e sospese — traducono in scena quella oscillazione morale che è l’anima delle Lettere luterane, da cui Giovani infelici è tratto: l’alternarsi di lucidità e dolore, di ragione e profezia.
È uno spettacolo strutturalista nel senso più alto del termine: le parti dialogano come piani di un edificio concettuale, in cui ogni elemento — corpo e parola, luce e suono — è linguaggio.
.

.
IL CORO E LA NUVOLA
Nel finale entra in scena l’Ensemble Fuori dal Coro, ragazzi e ragazze tra i quindici e i venticinque anni diretti da Chiara Piccioli.
Cantano Cosa sono le nuvole, sospesa in un arrangiamento che sembra provenire da un altrove temporale, come una nenia che unisce passato e futuro.
È un momento di pura trasparenza: la voce collettiva si innalza, il canto diventa ponte tra vecchio e giovane, tra padre e figlio, tra morte e promessa.
Le nuvole — come nella canzone del 1967 scritta per Totò e Ninetto Davoli — tornano a essere emblema della conoscenza e del limite, di quella bellezza che salva e condanna, che Pasolini ha sempre cercato.
.
IL TEATRO CHE PASOLINI DETESTAVA (E CHE CONTINUA A GENERARE)
«Il teatro italiano si trova certo culturalmente al limite più basso… Il vecchio teatro tradizionale è sempre più ributtante. Il teatro nuovo – che in altro non consiste che nel lungo marcire del modello del “Living Theatre” – è riuscito a divenire altrettanto ributtante»
Così scriveva Pasolini in una celebre invettiva contro il teatro italiano, accusando l’ufficialità della protesta e il conformismo della sperimentazione.
Eppure, da mezzo secolo, proprio in quella micro-società che egli dichiarava morta, la sua voce trova nuova linfa.
Il rapporto tra Pasolini e il teatro è stato sempre conflittuale: autore negato in vita e venerato dopo la morte, rifiutato dai critici e ignorato dai registi, poi travolto dal protagonismo di una scena performativa che egli disprezzava.
Tuttavia, proprio da quella ferita nasce, forse, l’ossessione contemporanea per Pasolini: da quella impossibilità che oggi diventa domanda.
Giovani infelici si colloca dentro questa dialettica, restituendo il gesto pedagogico pasoliniano come pratica viva, incarnata, tutt’altro che museale.
.

.
POSSESSO CULTURALE DEL MONDO
«È il possesso culturale del mondo che dà la felicità»: Riccardo Massai cita Pasolini, ragionando sul suo fare.
Nel dispositivo che insieme ad Angela Torriani Evangelisti ha costruito, l’infelicità non è un sintomo, ma una soglia.
Le cancellature, le proiezioni, le posture interrotte, i dialoghi che inseguono una (im)possibile intesa disegnano una grammatica del vuoto, una fenomenologia del mancare.
Come nel teatro tragico greco, l’errore dei padri si riflette sui figli come destino; ma qui, nella voce e nei corpi dei giovani interpreti, quella colpa si trasforma in conoscenza.
L’infelicità diventa relazione, dunque rivelazione: una forma di resistenza contro la superficialità contemporanea, contro la felicità obbligatoria del consumo, culturale et ultra.
.
EREDITARE IL FUOCO
C’è un verso di René Char che dice: «La nostra eredità non è preceduta da alcun testamento».
Giovani infelici sembra partire da qui.
Con la lucidità di chi non cerca di imitare Pasolini ma di metterlo alla prova, di lasciar vibrare la sua voce dentro la contemporaneità, lo spettacolo ne prolunga la vita, ne incarna la portata dialettica e, forse, rivoluzionaria.
Giovani infelici non pacifica, non consola, ma custodisce e rilancia.
Come le cancellature di Isgrò, come le nuvole di Modugno, come i figli che restano a guardare i padri attraverso la nebbia della Storia.
Con occhi vispi, vigili, vivi.
.


