Vedere Drama Sound City di Stalker Teatro a Pontelagoscuro (FE), come a me è capitato sabato 18 ottobre nell’ambito della Stagione TOTEM curata da Teatro Nucleo, significa assistere a un gesto che è insieme politico, estetico e antropologico: portare linguaggi complessi, raffinati e non addomesticati al consumo di marca televisiva in un territorio marginale significa restituire alla periferia il suo statuto di origine del pensiero, non di residuo.
Teatro Nucleo — la cui storia è intessuta di pratiche comunitarie, di un’arte che si fa presenza e azione condivisa nei luoghi più decentrati — trova in questa creazione di Stalker perfetta sintonia: Drama Sound City nasce da una ricerca nelle periferie di Torino, nei quartieri dove architettura industriale, spazi residuali e zone liminali si fanno luoghi di osservazione poetica.
Stalker Teatro ha percorso questi territori non come mero reportage urbano, ma come esperienza etimologicamente estetica, dunque conoscitiva.
L’atto di portare poi questo lavoro nella periferia di Pontelagoscuro, luogo altrettanto attraversato da memorie comunitarie e vissuti difformi, crea un cortocircuito di senso: la periferia si rispecchia nella periferia, il margine diventa specchio e soglia.
Come nella Passeggiata dadaista nella periferia di Parigi del 1921, anche qui l’esplorazione urbana diventa matrice poetica: lo sguardo si fa strumento di scavo, la città un archivio da riattivare attraverso la percezione.
In questa prospettiva, Drama Sound City, diretto da Gabriele Boccacini, con i corpi performativi di Stefano Bosco, Dario Prazzoli ed Elena Pisu, appare come un atto di riappropriazione percettiva: una composizione di suoni, luci e gesti che tenta di restituire alla periferia — di Torino e di Pontelagoscuro — la sua potenza simbolica, poetica, persino metafisica.
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L’ENIGMA DELLA PERCEZIONE
«Ebbi allora la strana impressione di vedere tutte quelle cose per la prima volta»: così scriveva Giorgio de Chirico nel suo manoscritto parigino del 1912, rievocando la genesi di L’enigma di un pomeriggio d’autunno (1910), opera che segna la nascita della pittura metafisica.
In quella visione — una piazza ordinaria, Firenze, la luce autunnale, la statua di Dante — avviene lo scarto percettivo: la realtà, pur invariata, si disloca e diviene enigmatica.
Allo stesso modo, Drama Sound City costruisce uno spazio in cui la percezione dello spettatore viene de-familiarizzata.
Le luci di Andrea Sancio Sangiorgi, i suoni digitali di Ozmotic e la voce di Adriana Rinaldi non illustrano un mondo, ma lo evocano come riflesso, come città che si scompone e ricompone in tempo reale.
È una pittura metafisica in movimento: l’enigma non risiede nei contenuti, ma nella mutazione dello sguardo.
Come in de Chirico, è la percezione stessa a essere posta al centro dell’opera.
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LA COMPOSIZIONE COME GESTO ANTI-NATURALISTICO
Nel teatro di Stalker i performer — non “attori” nel senso tradizionale — diventano operatori di una macchina visiva: manipolano materiali e suoni, creando una drammaturgia non di parole, ma di relazioni fisiche e percettive.
Vien da pensare a Mejerchol’d, quando invitava a prendere a modello il lavoro dell’operaio esperto: l’attore-performer diviene altro rispetto all’interprete psicologico e l’opera si genera come atto di composizione visibile, un montaggio continuo di piani e intensità.
Drama Sound City è dunque un laboratorio di forme, dove ogni gesto partecipa alla creazione di un ordine percettivo: un anti-realismo che, anziché fuggire il mondo, lo attraversa con strumenti linguistici.
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LO SPAZIO E LO SGUARDO
La scena di Drama Sound City è generata dallo spazio stesso, che non è contenitore ma principio creativo, finanche creaturale: ogni significante si articola in una partitura, forse reminiscente degli spazi ritmici di Émile Jaques-Dalcroze.
La coreografia si sviluppa per geometrie e impulsi, costruendo un’architettura sensibile che trasforma la percezione dello spettatore: l’occhio si fa orecchio, l’orecchio corpo, il corpo memoria.
In questo dispositivo lo spettatore non osserva: decodifica.
Ogni segno — una luce che pulsa, un corpo che emerge dal buio, una linea sonora che si distorce — è un invito alla traduzione.
Ogni persona è invitata a costruire un proprio vocabolario del visibile, diventando in qualche modo parte attiva dell’opera stessa.
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CONCLUSIONE
Vale ribadirlo: portare un’esperienza così sofisticata e stratificata come Drama Sound City nella periferia di Pontelagoscuro significa ribadire una verità che Teatro Nucleo testimonia da decenni: che la cultura non si “porta” nei margini, ma nasce nei margini, come pratica di liberazione dello sguardo.
Stalker Teatro, con la sua capacità di intrecciare arte visiva, musica elettronica e azione performativa, rinnova l’eredità delle avanguardie storiche e la restituisce alla comunità reale, in un presente che chiede di essere guardato non con nostalgia, ma con lucidità poetica.
Il teatro, in questo senso, si fa dramma della percezione, suono della città, visione condivisa di un enigma che — come per de Chirico — rimane inspiegabile e necessario.
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