Come in un eterno ritorno senza scampo, Gabriele Lavia approda al Re Lear di Shakespeare in veste di protagonista dopo aver interpretato il ruolo di Edgar nella storica messinscena di Giorgio Strehler al Piccolo, nel 1972.
E lo fa allestendo il dramma dell’anziano re in un teatro abbandonato, tra vecchi oggetti sproporzionati, casse, bauli e quinte storte, metafora potente della crisi del Teatro nel nostro paese, laddove la precarietà e le storture sono diventate ormai cifra esistenziale universale, e non solo del mondo dello spettacolo dal vivo.
Questa è la storia di un re che, arrivato quasi dall’altra parte, non nutre più i dubbi del giovane Amleto che oscillava ancora tra l’essere e il non essere.
Lear sceglie di non essere più re e questo suo privarsi dell’abito sociale che lo collocava al vertice della piramide del potere, è un cedimento fatale, un crollo che lo precipita nelle ceneri della follia e della reiezione.
I costumi sottolineano questo passaggio radicale dalla munificenza della regalità alla cenciosità dell’emarginazione: le stesse vesti cha all’entrata in scena sono luccicanti e sfarzose riappaiono poi misere e sbrindellate.
Gli attori le tirano fuori dai bauli e le indossano sotto lo sguardo del pubblico sui loro semplici vestiti neri, tutti uguali, tutti strumenti transeunti dell’antico gioco del Teatro oggi, come nel Seicento del Bardo.
I mantelli sono indossati sempre un po’ di sbieco, non aderiscono mai al corpo dell’attore, a sottolineare la precarietà dell’atto stesso di recitare mentre un antico teatrino delle bambole collocato al lato sinistro della scena crea l’effetto di una mise en abyme che gioca con la finzione della rappresentazione teatrale.
Con il suo perforante sguardo obliquo, Vitaliano Trevisan aveva colto in Shakespeare quelli che chiamò i crolli, the breakdowns, ovvero quei momenti di crisi apicale, di “punto di rottura” quando personaggi del calibro di Macbeth, Otello, Riccardo III, che raffigurano tutta la forza e la hybirs del potere, a un certo punto franano, cedono, vanno in frantumi.
Re Lear va incontro al proprio crollo quando decide di privarsi del potere e di dividere il suo regno tra le tre figlie Goneril, Regan e Cordelia.
Come nelle antiche fiabe, sarà proprio la figlia più piccola, la fedele Cordelia, quella che lui aveva precipitosamente rinnegato e bandito perché incapace di mellifluo e adulante eloquio, ad accoglierlo nel suo affetto sincero e disinteressato mentre le sorelle maggiori, ottenuto il proprio tornaconto, lo umiliano e gli volgono le spalle, abbandonandolo alla tempesta di un dolore così lacerante da tramutarsi in follia.
La follia di un re che ha perso il suo regno e quella di un padre che ha perso le sue figlie.
La follia che scaturisce dalla malvagità più scandalosa e mostruosa che ci sia, quella dei figli che tradiscono i propri padri e che sono pronti a sbarazzarsi di chi li ha messi al mondo.
Eppure, è proprio qui che la tragedia raggiunge il suo climax e la sua trasfigurazione.
Quando il crollo dell’anziano sovrano è definitivo e lo vediamo errare nella campagna esposto alle intemperie, privo ormai di qualsiasi autorità, irrompe la chiaroveggenza al centro stesso della follia e Lear si rivolge a tutta l’umanità che soffre e soprattutto ai poveri, agli umiliati e ai reietti di ogni dove:
Poveri disgraziati nudi, in qualunque luogo vi troviate a offrirvi al furore di questa spietata tempesta, come faranno senza un tetto quei vostri fianchi digiuni, i buchi e le finestre di quegli stracci, a difendervi da una stagione come questa? […] Fasto, ecco la tua medicina: esponiti a tutto quello che i miseri sentono, così da poterti spogliare del superfluo e darlo a loro…
Spiccano in questa messinscena l’interpretazione di Ian Gualdani nei panni di Edmund (figlio illegittimo del Conte di Gloucester) e di Giuseppe Benvegna nelle vesti di Edgar, suo fratello, che danno corpo e voce all’eterna tensione tra il bene e il male, tra l’apollineo e il dionisiaco.
Gualdani domina la scena con il suo fisico prodigioso e scattante da mirabile performer, restituendoci un Edmund che incarna perfettamente la pericolosa seduzione del male e l’avvento dell’uomo nuovo, moderno, che vuole arrivare a tutti i questi e che si fa beffe dell’ordine tradizionale e della sacralità dei legami di sangue.
Inutile il suo tardivo pentimento che non riesce a salvare Cordelia ma che forse lo riscatta in extremis sulla soglia della morte.
Il Bene trionfa ancora sulle tenebre ma si lascia alle spalle una spaventosa scia di morte e distruzione. Non c’è da meravigliarsi in fondo, visto che gli uomini non sono né migliori né peggiori dei tempi in cui vivono: «men are as the time is».
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Visto a Milano, al Piccolo Teatro Strehler il 9/11/2025
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Re Lear
di William Shakespeare
traduzione Angelo Dallagiacoma e Luigi Lunari
regia Gabriele Lavia
scene Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
luci Giuseppe Filipponio
musiche Antonio Di Pofi
suono Riccardo Benassi
con Gabriele Lavia
e con (in ordine alfabetico) Giovanni Arezzo, Giuseppe Benvegna, Eleonora Bernazza, Beatrice Ceccherini, Federica Di Martino, Ian Gualdani, Luca Lazzareschi, Mauro Mandolini, Andrea Nicolini, Giuseppe Pestillo, Alessandro Pizzuto, Gianluca Scaccia, Silvia Siravo, Lorenzo Tomazzoni
assistenti alla regia Matteo Tarasco, Enrico Torzillo
assistente alle scene Michela Mantegazza
assistente ai costumi Giulia Rovetto
suggeritore Nicolò Ayroldi
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Effimera, LAC Lugano Arte e Cultura
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