Nel quasi buio, alcuni bastoncini di incenso accesi, tenuti in bocca, disegnano nel vuoto una costellazione effimera.
Fumo che si fa respiro visibile, parola che non ha ancora scelto una forma per andare nel mondo.
Elysium di C.G.J. Collettivo Giulio e Jari visto a Cango Cantieri Goldonetta, a Firenze, nell’ambito della rassegna La democrazia del corpo lo scorso 28 ottobre, inizia così: è una chiamata ai sensi, prima e più che al senso.
Un invito ad abbandonare la logica della comprensione per entrare in quella della percezione.
O, meglio, della sensazione, per dirla con Gilles Deleuze.
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Il fluire delle identità
Si muovono in penombra o in controluce, i corpi di Jari Boldrini, Sofia Galvan, Chiara Montalbani e Giulio Petrucci.
Compongono e scompongono senza posa una comunità di forme.
Non c’è gerarchia, né centro: ogni gesto nasce da un altro, ogni appoggio si offre a un corpo vicino.
La coreografia — intrisa di inarcamenti e sospensioni, piccoli guizzi e torsioni — costruisce un linguaggio che pare oscillare fra il biologico e il sintetico: gli arti si allungano e si piegano in ritmi intermittenti, le rotazioni improvvise si alternano a cadute trattenute, a scarti e decelerazioni che sembrano obbedire a una grammatica segreta.
Poi di colpo ci si addensa: una fila, una colonna che trabocca, un corpo multiplo che non smette di riformarsi.
È in questa fluidità che si manifesta l’Elysium del titolo: un luogo altro, ma non ultraterreno — un territorio di passaggi, dove le identità si fanno porose e il mutamento è la sola permanenza.
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Colmi di figure
Vien da pensare a Rainer Maria Rilke, a un frammento della sua Infanzia:
mai fu la nostra vita così piena
di incontri, di arrivederci, di transiti
come quando ci accadeva soltanto
ciò che accade a una cosa o a un animale:
vivevamo la loro come una sorte umana
ed eravamo fino all’orlo colmi di figure.
Ecco, forse, il cuore poetico dello spettacolo: le danzatrici e i danzatori diventano contenitori di immagini transitorie, la scena si popola di forme che emergono e subito si dissolvono — figure che, per un istante, ci sembrano familiari ma all’instante scivolano altrove.
Come in un bestiario fantastico à la Borges, la scrittura coreografica costruisce un atlante impossibile dell’ibridazione: scrittura di corpi nello spazio che non si può nominare, ma solo attraversare.
C’è, in questo movimento, un’eco dell’arte di Lou Benesch, la cui poetica visiva ha ispirato il progetto.
Come nelle sue immagini sospese tra materia e dissolvenza, biologia e sogno — volti, paesaggi, corpi umani, animali et ultra che sembrano emergere da un altrove — anche qui il corpo è icona in fuga, impronta instabile che esiste solo nella soglia della trasformazione.
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Il suono come quinta figura
La composizione elettronica di Simone Grande non accompagna, ma danza.
È una presenza materica costante, in scena, una “quinta figura” che muta in accordo con i corpi.
I suoni si fanno punteggiatura sospesa: ritmi frammentari, impulsi granulari, linee sonore che si dissolvono in vapori sintetici.
A volte affiorano micro-sincronie tra gesto e suono che subito si disfano, generando una vibrazione ritmica che non si chiude mai.
La musica non sostiene l’azione: la complica, la sdoppia, la espande.
È un campo di forze invisibili, un respiro elettronico che prosegue quello organico dei corpi interpreti.
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Forme dell’informe
Le luci di Gerardo Bagnoli agiscono come un tessuto: ricamano apparizioni e cancellazioni.
Incontrano Figure che emergono dal buio per poi tornare a esso, in un gioco di presenza e assenza.
La dialettica fra forme e informe attraversa tutto lo spettacolo: è una tensione, non una definizione.
In certe sequenze, il gesto si fa calligrafico, quasi scultoreo. In altre, si disfa in un magma di contatti e di attriti.
È il corpo come organismo collettivo e come laboratorio, dove l’organico e l’artificiale, l’animalità e la macchina, coabitano senza mai fondersi del tutto.
Nell’impermanenza di questi stati, Elysium trova la propria grazia.
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Le scie del corpo, o la memoria di Loïe Fuller
Quando le braccia si muovono velocissime tracciando scie nei nostri occhi, il pensiero corre inevitabilmente a Loïe Fuller — la danzatrice che tra la fine Ottocento e l’inizio del secolo breve fece dell’incontro tra la materia e la luce il proprio strumento di metamorfosi.
Come Fuller, anche per Boldrini, Galvan, Montalbani e Petrucci ogni gesto è un dispositivo ottico, un’apparizione temporanea.
Il corpo diventa così non solo danzante, ma generatore di immagini: un’unità che si moltiplica e si dissolve: colma di figure, per stare ancora un po’ con l’amato Rilke.
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Tra scienza e mito
Elysium Planitia, l’altra suggestione che ha ispirato lo spettacolo, è una pianura marziana: un paesaggio enigmatico, sospeso tra scienza e mito.
Le tecnologie genetiche — evocate nel testo di presentazione — restano sullo sfondo come metafora: l’editing del DNA diventa immagine dell’editing del gesto: ogni movimento sembra correggere o riscrivere il precedente, in un processo di mutazione continua.
Ciò che ne risulta non è solo danza, ma una riflessione incarnata sulla possibilità di essere umani in un tempo di ibridazioni, di corpi riscritti, di identità multiple.
Dentro la vita
Elysium, nella mitologia greca, era la dimora dei beati.
In questa creazione il termine si svuota di trascendenza per farsi luogo terrestre, immanente, affatto carnale.
Un altrove che non è “dopo” la vita, ma dentro di essa: l’Elysium come condizione del corpo che muta, che migra, che resiste alla definizione.
Un’utopia momentanea, fragile, in cui i corpi condividono lo spazio dell’incertezza — e lì trovano la propria vivezza e, forse, verità.
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