Al cinema “Father Mother Sister Brother”, il nuovo film di Jim Jarmusch.

Esce finalmente nelle nostre sale l’atteso nuovo film di Jim Jarmusch, il regista che forse meglio nel nostro immaginario simboleggia l’idea del regista indipendente nell’ambito del cinema d’autore americano, in quanto ha sempre cercato, con tenacia ed ostinazione, di proporre una idea di cinema lontana e diversa da quella imperante ad Hollywood (da lui battezzata come “la fabbrica degli zombie”) e che, in questo, è stato fonte di ispirazione per tanti altri cineasti.

Mai era stata così lunga l’attesa tra un suo film e l’altro: ben sei anni sono passati da I morti non muoiono (2019). In questo film corale il regista originario di Akron (Ohio) si era discostato dai temi più ricorrenti del suo cinema, per raccontare, con sguardo divertito, di una piccola cittadina americana alle prese con un’improvvisa invasione di zombi.

Alcuni anni prima, nel 2013, con Solo gli amanti sopravvivono, i protagonisti erano invece una coppia di affascinanti vampiri. In questo caso, pur sempre nell’ambito del genere fantastico, lo sguardo disincantato e amaro di Jarmusch, alleggerito però da una sottile vena ironica, attraverso la storia di questi aristocratici anticonformisti, che coltivano l’amore per la bellezza e che riescono a trovarla ormai solo nei reperti di un passato sempre più lontano, ci indicava il suo punto di vista sul nostro mondo, devastato dalla corruzione morale e materiale, con gli uomini ridotti al rango di zombi, persi in una frenesia consumistica che li rende immemori del passato e incuranti del futuro.

Tra questi due film si colloca Paterson (del 2016), forse il suo film più noto, in cui il suo minimalismo poetico trova la sua espressione più matura. Ambientato a Paterson, la cittadina del New Jersey che fu una delle protagoniste del decollo industriale degli Stati Uniti e dove ha sede un importante stabilimento per la produzione di energia, che sfrutta la forza delle cascate del fiume Passaic (davanti alle quali si svolgono alcune delle scene più importanti del film). Qui vive Paterson, un giovane uomo che guida gli autobus cittadini, la cui esistenza apparentemente piccola e noiosa seguiamo nel corso di una settimana, scoprendo pian piano che essa ha al suo centro un piccolo taccuino in cui annota le sue poesie, per lo più senza rima, che prendono ispirazione dai minuti fatti della sua vita, ad esempio dalla scatola di fiammiferi Ohio Blue Tip, per parlare dell’amore: “Sono confezionati benissimo / piccole scatole resistenti / con lettere blu scuro e blu chiaro bordate di bianco / con le parole scritte / a forma di megafono / come per dire ancora più forte al mondo / “ecco il più bel fiammifero del mondo” / il suo stelo di tre centimetri e mezzo in legno di pino/ sormontato da una testa granulosa viola scuro / così sobrio e furioso e caparbiamente pronto/ a esplodere in fiamme/ per accendere, magari, la sigaretta della donna che ami/ per la prima volta/ e che dopo non sarà mai più davvero lo stesso / tutto questo noi vi daremo/ questo è ciò che tu hai dato a me/ io divento la sigaretta e tu il fiammifero,/ o io il fiammifero e tu la sigaretta/ risplendente di baci che si stemperano/ nel cielo”.

Ecco, Father Mother Sister Brother dal punto di vista stilistico si pone in evidente continuità con questo film.

La struttura è quella del film ad episodi, che avevamo già visto nel suo cinema (ad esempio in Taxisti di notte e Coffe and cigarettesT). “Volevo girare un film diviso in capitoli ma senza che apparissero separati, non mi piace mai quel tipo di struttura. Li immaginavo come un movimento unico nel quale ognuno di essi rimandava all’altro. Per questo li ho scritti come se fossero un pezzo musicale in cui i passaggi appunto sono sempre collegati fra di loro” (Si veda, per questo e gli altri virgolettati, l’intervista raccolta da Cristina Piccino, pubblicata da Il manifesto il 6 settembre 2025, “Jim Jarmush: «Il nostro mondo è fatto di sfumature»”).

In questa suite in tre movimenti il filo conduttore sono i legami familiari, ed in particolare la relazione tra genitori e figli. Questo tema è analizzato, in tutti e tre i capitoli, mostrando un dettaglio, raccontando un frammento di vita, un breve incontro tra alcuni componenti di nuclei familiari ormai da tempo disgregati (due figli – una sorella e un fratello nel primo e nel terzo episodio, due sorelle nel secondo; un genitore – il padre nel primo episodio, la madre nel secondo episodio; nel terzo episodio sono evocati entrambi i genitori, ma sono assenti essendo morti assieme, in un incidente aereo). Questa è lo stile e la poetica propria del suo cinema, che rifugge dalla necessità di raccontare una storia e di mostrare un’azione, ma che procede dall’osservazione dei suoi personaggi, attraverso l’accumulo di piccoli dettagli. “Scegliere l’osservazione dei personaggi permette a chi guarda di trovare da sé le proprie direzioni e anche lo spazio per immaginare un fuoricampo”.

Da questi piccoli racconti minimalisti (con la parziale eccezione del terzo) emergono storie di famiglie che non hanno funzionato, di legami familiari irrimediabilmente logori e compromessi. I dialoghi a cui assistiamo sono faticosi e formali, certe questioni familiari o nodi irrisolti del passato sono elusi, l’imbarazzo è palpabile, così come il sollievo liberatorio, quando il breve incontro finalmente si conclude. Traspare inoltre, da queste storie, una sottile malinconia, un latente senso di inquietudine e insoddisfazione esistenziale. Nei tre episodi ricorrono poi alcuni dettagli comuni, si vede ad esempio un Rolex (vero o falso?), oppure si fanno insoliti brindisi.

Nel primo episodio un fratello e una sorella (Adam Driver e Mayim Buialik) vanno a trovare il padre vedovo (uno straordinario Tom Waits), che vive da solo in un luogo piuttosto isolato e remoto del nord degli States. Si preoccupano per le sue condizioni, in particolare il figlio è convinto che se la passi piuttosto male, non ha neppure la pensione. Il padre (forse il personaggio meglio definito di questo film) si guarda bene dal rassicurarli, anzi si dimostra uno spregiudicato dissimulatore, nell’enfatizzare il disordine della sua casa o le tracce della sua indigenza; (ATTENZIONE, nelle 3 o 4 righe che seguono ci sono un paio di spoiler e se preferite potete saltarle) davanti all’ingresso è parcheggiato un vecchio macinino, ma a breve distanza ha nascosto sotto un telo una splendida Chevrolet El Camino. Che gran furbacchione, ad essere buoni, o che gran figlio di puttana, a dire il vero: ha ben compreso il punto debole del figlio e sa che, impietosendolo, può ricavarne qualcosa. La figlia, più smagata, non si lascia ingannare, ha imparato a conoscerlo per quello che è, un impenitente ubriacone, bugiardo ed egoista, che non è mai stato capace di rinunciare ad un piacere nella sua vita. La telefonata che conclude l’episodio è spassosa.

Il secondo episodio è ambientato a Dublino. Per diversi aspetti ricalca la situazione del primo. Qui sono due figlie (Catherine Blanchett e Vicky Krieps) che vanno a trovare la madre (Charlotte Rampling), nel centro della città. Non è un incontro estemporaneo, ma un rito, quello del tè del pomeriggio, che si ripete, sempre uguale a sé stesso, una volta all’anno. Se il padre del primo episodio era un vecchio dissoluto, qui la madre è una signora benestante, autrice di romanzi popolari di successo, algida e capace di un distacco emotivo raggelante. Ma dietro all’ordine impeccabile di questa casa borghese si cela qualcosa di profondamente disturbante, di cui avvertiamo qualche traccia nella forte insicurezza della figlia maggiore o nella vita disordinata della figlia più piccola.

Il terzo episodio si distacca decisamente dai primi due. Un fratello e una sorella, gemelli (Luka Sabbat e Indya Moore), hanno perso i genitori qualche tempo prima, vittime di un incidente aereo. Non si frequentavano da molto tempo, loro vivono negli States, i genitori a Parigi. Si ritrovano nell’appartamento in cui vivevano, in affitto, ormai spoglio, e nel garage vicino, in cui i loro oggetti sono stati depositati. In questo incontro molto tenero, in cui i dialoghi sono sinceri ed empatici, scoprono anche di non avere mai saputo molto della loro vita (molto libera e anticonformista), che lentamente riscoprono guardando le fotografie dei loro viaggi e toccando i loro oggetti. E così rievocano anche l’intensità del legame che li univa.

La riuscita del film deve molto alle notevoli prove degli attori coinvolti, oltre che al grande equilibrio formale del racconto. Ricordiamo anche, di questo film, alcuni passaggi musicali molto intensi, come le cover di Spooky, bellissima canzone di Dusty Springfield, e di These Days, di Nico.

Abbiamo visto il film all’ultima mostra del cinema di Venezia, dove ha ottenuto il Leone d’oro come miglior film.

Father Mother Sister Brother, di Jim Jarmusch, USA/Irlanda/Francia, 20 25, 110’.

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Dario Zanuso: Ama, al pari di un’iguana, crogiolarsi per ore al sole, ma come una talpa, si trova a suo agio anche nel buio di una sala cinematografica. Il suo sogno nel cassetto è di proporre alla Direttrice una rubrica di recensioni letterarie dal titolo “I fannulloni della valle fertile” o “La valle fertile dei fannulloni”, è indeciso; da sveglio si guarda bene dal farlo: è pigro quanto un koala australiano. Aldo Zoppo: Collaboratore di Gagarin Magazine dal 2010, ha ideato con il fido Dario la rubrica Telegrammi di Celluloide. Nasce a Napoli nei mesi delle rivolte studentesche del ‘68, si trasferisce a Ravenna a metà degli anni ’90 e diventa cittadino del mondo, pur rimanendo partenopeo nell’anima. Lo si trova abitualmente nei vari festival cinematografici del bel paese, apprezza molto le produzioni dei “Three amigos” del nuovo cinema messicano e la cinematografia italiana, dal Neorealismo alla commedia all’italiana. Attore teatrale per hobby, ha interpretato tanti personaggi della commedia napoletana, da Scarpetta ai fratelli De Filippo.

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