MILLE, nome d’arte di Elisa Pucci, è un’artista dai mille talenti. Sospesa tra gli anni Sessanta e gli Ottanta, sembra venire da una vecchia autoradio, da una cassetta con su inciso un pezzo di Alice e Franco Battiato. Ironica, leggera e consapevole, arriva sabato 6 dicembre alle 21 a Madonna dell’Albero (Ravenna) al Bronson Club in collaborazione con Retro Pop Live per presentare “Risorgimento”, il suo nuovo album, in una data che segue i sold out di Milano, Roma, Parma, Torino, Molfetta e Bologna.
In occasione del concerto di questa sera abbiamo scambiato quattro chiacchiere con lei.
Ciao Mille, benvenuta su Gagarin Magazine, con il tuo nuovo disco. Risorgimento, possiamo dire che sia un punto decisivo di svolta del tuo percorso artistico ma allo stesso tempo a livello personale, rifletti perfettamente l’immagine dell’autenticità, in un mondo sempre più fasullo e irreale, è così?
Assolutamente sì. Risorgimento per me è stato un atto di sincerità, prima ancora che di musica. È il disco in cui mi sono data il permesso di essere esattamente come sono, senza filtri e senza dover aderire a qualcosa che non mi appartiene.
Viviamo in un mondo molto performativo, in cui spesso ci si mostra più che ci si racconta. Io invece avevo bisogno di tornare al movimento, al cambiamento vero, e questo disco è la prova che si può essere autentici anche quando tutto intorno sembra spingerti verso il contrario. È una rinascita, un ri-sorgere nel senso più letterale della parola.
Ascoltando il disco, quel sapore retro’ e vintage che ci rimanda alle grandi cantautrici come Mina, Nada, mescolandosi con sonorità più contemporanee baustelliane, quali sono le tue maggiori influenze artistiche (non solo in campo musicale)?
Le mie influenze sono un miscuglio di tutto quello che mi ha formata. Sicuramente la melodia italiana anni ’60 e ’70: Mina, Nada, la teatralità di certe interpreti, ma anche l’eleganza sporca del rock, e quella scrittura un po’ cinematografica che oggi ritrovi nei Baustelle.
Poi c’è il cinema: mi ha sempre ispirata l’estetica dei film che raccontano storie di vite in trasformazione. E ci sono figure come Iris Apfel, che mi ricordano ogni giorno che la creatività non ha età né confini, e l’estetica del Risorgimento, che ho scomposto e riassemblato come un gioco di simboli. Io sono tutto quello che ho incontrato e cerco di farlo convivere senza troppi confini.
Mille, una nessuno, centomila, ironica, malinconica, mille sfumature, questa sei tu, siamo tutti, noi spiriti irrequieti che cercano un centro di gravità permanente, quella libertà di potersi esprimere senza nessuna regola, forse è questa la felicità?
Per me sì. La felicità è proprio quella libertà lì: smettere di cercare un centro di gravità permanente e accettare che siamo pieni di sfumature, di contraddizioni, di parti che convivono anche quando non dovrebbero.
Io scrivo così perché sono così: ironica e malinconica, spudorata e fragile. Mille in un corpo solo.
La felicità non è essere una cosa sola: è permetterti di essere tutte quelle che vuoi, senza scusarti.
L’ultimo pezzo del disco vede la collaborazione con Rachele Bastreghi, perfetto connubio, due voci immense, che si amalgamano e incastrano come una magia fra queste parole che feriscono in fondo all’anima e che solo due voci come le vostre potevano cantare, come è nata la vostra collaborazione?
È nata nel modo più semplice e naturale. Quando ho scritto Tour Eiffel ho pensato subito: “qui sarebbe meraviglioso se entrasse la voce di Rachele”. L’ho detto a Unbertoprimo, che mi ha detto: “chiamala”.
Io l’ho chiamata con un po’ di pudore e lei è venuta in studio, ha ascoltato il brano e ha detto sì senza pensarci troppo.
Rachele ha una qualità rara: abita le parole. Quando canta, quello che dice lo vedi. In “Dentro i tuoi occhi rossi c’era di tutto”, io quelle albe e quei tramonti li vedo davvero. È stato un dono, e per questo ho voluto che fosse il brano che chiude il disco.
Mi dicono che anche i concerti sono delle bombe, intervallati da momenti di estrema leggerezza a quelli più profondi e intimi, non vediamo l’ora di vederti sul palco del Bronson e cantare le canzoni assieme a te!
Grazie di cuore.
I concerti, per me, sono la parte più vera di questo mestiere: lì non puoi mentire. Ci sono le canzoni, certo, ma ci sono anche i corpi, il sudore, le parole dette male, gli abbracci che arrivano da lontano.
E poi c’è il pubblico, che è sempre la parte migliore: quando cantano con me, quelle canzoni cambiano forma e diventano loro.
Non vedo l’ora di essere al Bronson e di urlare e sussurrare insieme a voi.


