Corpi, sguardi e memoria. Su I Mezzalira di Agnese Fallongo e Tiziano Caputo

ph Tommaso Le Pera

 

Martedì 2 dicembre, al Teatro Goldoni di Bagnacavallo, si è inaugurato il nuovo cartellone di Teatri d’Inverno, progetto di Accademia Perduta/Romagna Teatri dedicato alla drammaturgia contemporanea.

L’apertura è stata affidata a I Mezzalira – panni sporchi fritti in casa, terzo capitolo della Trilogia degli ultimi di Agnese Fallongo e Tiziano Caputo, qui con la presenza scenica di Adriano Evangelisti: una saga teatrale che comprende anche Letizia va alla Guerra e Fino alle stelle! (QUI e QUI, rispettivamente, le nostre recensioni).

Accademia Perduta, dal 2023 a oggi, ha portato in Romagna tutti e tre gli spettacoli, permettendo a chi guarda – e a chi scrive – di disporre di un quadro più ampio, di confrontare poetiche, costanti, ricorrenze.

È una scelta utile a restituire la complessità di un percorso, invece di appiattire l’esperienza di fruizione su un solo titolo: una possibilità di educare uno sguardo più largo, capace di percepire continuità e variazioni che in un’opera singola resterebbero invisibili.

Una scelta curatoriale che, in un’epoca schiacciata da cuori, pollici e altri velocissimi giudizi, allena alla complessità: bene.

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UN TEATRO FATTO A MANO

Fallongo, Caputo ed Evangelisti costruiscono il loro teatro a incastri, dettagli, aggiustature, con una cura solida, quasi artigianale nel senso più concreto del termine.

Lo si percepisce nella relazione drammaturgica tra corpi, posizioni nello spazio e ritmo della scena: una coreografia di spostamenti concreti, mai ornamentali, sempre funzionali alla costruzione del racconto.

Gli oggetti – soprattutto quelli di legno, ricorrenti nei loro lavori – assumono una funzione quasi polifonica: diventano utensili, pareti, soglie, memorie. Strumenti poveri trasformati in un teatro ricco d’invenzioni. È un modo diretto di ricordare che la scena nasce dalla relazione tra immaginazione e materia, come hanno indicato due linee maestre del Novecento.

Vien da pensare a Tadeusz Kantor, per cui l’oggetto non era simbolo ma corpo, frammento di realtà che portava con sé un passato, un peso, una resistenza.

E a Eduardo De Filippo, che affidava agli oggetti quotidiani la responsabilità di definire equilibri familiari, tensioni non dette, spostamenti di forze: una sedia mossa, un bicchiere posato, una porta semiaperta.

In entrambi i casi, l’oggetto agisce, modifica la scena, condiziona la relazione. I Mezzalira muove da questa genealogia: gli oggetti sono memoria, i gesti sono drammaturgia.

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LA LINGUA CHE FRIGGE

L’andamento carnoso del racconto – impastato di ironia popolare, concretezza sensoriale, semplicità piena di sapienza – è uno dei motori principali dello spettacolo.

Il titolo stesso, I Mezzalira – panni sporchi fritti in casa, nasce da un gioco linguistico che fonde un proverbio arcinoto con il simbolo della frittura, confine economico e sociale fra chi possiede l’olio e chi non può permettersi di sprecarne neppure una goccia.

Questo slittamento non è un vezzo: propone un’idea di mondo.

Il lato comico e quello amaro, il privato che deborda, la cucina come luogo di conflitto antico quanto il rapporto fra servo e padrone.

E tutto questo si ritrova nella scrittura scenica, dove le parole sembrano friggere, schioccare, addensarsi, attaccarsi l’una all’altra. La lingua non illustra: costruisce.

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ph Enzo Maniccia

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CANTO, LUCE, RITMO

Un altro tratto distintivo dello spettacolo (e in parte dell’intera Trilogia) è il sapiente uso del canto, integrato nella drammaturgia senza scivolare nel numero musicale. La voce interviene come passaggio di stato, come modulazione emotiva, come strumento narrativo.

Il disegno luci, essenziale e mobile, accompagna questo respiro: disegna spigoli, incornicia confessioni, apre squarci di presenza improvvisa. È la luce a dare forma al tempo, mentre i corpi disegnano lo spazio.

Ne risulta un ritmo scenico teso e preciso, capace di tenere insieme le svolte quasi da giallo, la dimensione popolare da commedia all’italiana, la parte più cupa e segreta, quella dei “panni sporchi” che – per quanto si voglia tenerli dentro casa – trovano sempre una via di fuga.

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GUARDARE DAL BUCO DELLA SERRATURA

I Mezzalira non racconta semplicemente una storia peculiare: offre a chi guarda il buco della serratura attraverso cui osservare la propria famiglia, i propri tabù, le omissioni che hanno contribuito a costruire ciò che siamo.

Il tragicomico, qui, non è un ibrido di genere: è la sostanza stessa della vita, la sua oscillazione naturale tra la possibilità del riso e l’improvvisa densità del ricordo.

La regia restituisce questa ambivalenza con una misura che è insieme popolare e rigorosa, senza estetizzazioni, senza scorciatoie.

L’effetto complessivo è un equilibrio vigilato tra sorriso e brivido, leggerezza e malinconia.

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CONCLUSIONE: ALLARGARE LO SGUARDO

In un tempo in cui spesso si consuma teatro “a porzioni singole”, l’esperienza di seguire l’intera Trilogia degli ultimi in Romagna ha permesso di cogliere ciò che i singoli spettacoli annunciano ma non esauriscono: una poetica coesa, un’attenzione alle microstorie, un’idea di teatro come artigianato lento, condiviso, popolare nel senso più ampio e non folkloristico del termine.

I Mezzalira – panni sporchi fritti in casa si inserisce così come ultimo tassello di un discorso più ampio, e proprio per questo diventa un utile punto di partenza da cui continuare ad allenare lo sguardo.

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