DE/FRAMMENTAZIONE, produzione servomutoTeatro in collaborazione con Liberimago, regia di Michele Segreto, colpisce come un bisturi affilato. Non cerca la commozione. Non offre catarsi. Non consola. Analizza. Scompone. Ricompone. E alla fine lascia lo spettatore dentro quella zona grigia in cui i sentimenti si sono già dissolti, ma la mente insiste a fare ordine tra i cocci.
Lo spettacolo, passato anche da Forlì nel settembre scorso nell’ambito di Colpi di Scena a cura di Accademia Perduta / Romagna Teatri, recentemente è stato in scena al TEX – Teatro dell’Ex Fadda di San Vito dei Normanni (BR) e tornerà a Milano in sei repliche, dal 9 al 14 giugno all’Elfo Puccini.
Il titolo è già una dichiarazione poetica e politica: deframmentare significa smontare un intero, esporre le sue parti, individuare gli errori, riassemblare ciò che resta. È un’operazione tecnica, quasi informatica, qui trasferita con violenza chirurgica nella sfera più intima: la coppia, la promessa, il matrimonio come sistema operativo che va in crash. Ogni scena è una cartella aperta. Ogni gesto un file corrotto. Ogni omissione un settore danneggiato. Lo spettacolo non racconta solo il tradimento: mette in scena il processo stesso di disgregazione della memoria, del patto, della realtà condivisa.
Lui e lei si sposano. Frasi brevi. Semplici. Quasi banali. Poi le prime incrinature: lei vuole un figlio. Lui la blocca. Le rivela tardi, troppo tardi, di essere sterile. Una frattura improvvisa. Una crepa che, come spesso accade, si riempie di silenzi più che di parole. La coppia tenta un accomodamento vago, un escamotage emotivo che sa di toppa mal cucita. E da lì in avanti inizia la caduta. Un logorio lento, persistente, asettico. Il tarlo del dubbio che macina. Le mezze verità che diventano bugie intere. Le omissioni che da piccole fenditure diventano voragini.
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La scena è semplice, geometrica, quasi clinica: un lungo tavolo rettangolare, alcune sedie, uno schermo sul fondo. Un dispositivo che ricorda una sala conferenze. O una sala settoria. Accanto, una presenza femminile – figura silenziosa, precisa – proietta in presa diretta disegni, parole, schede, titoli. È regia nella regia. È mente visibile. È didascalia incarnata. Il suo gesto controlla la narrazione, la etichetta, la ordina come un’archivista che tenta di dare senso al caos. La sua azione non accompagna la storia: la definisce.
Il protagonista maschile – interpretato da Michele Magni – è Uno, uomo diviso tra professione e ossessione: ostetrico e killer allo stesso tempo. Paradosso vertiginoso. Gli piace vedere i volti di chi nasce e di chi muore. Li osserva. Li confronta. Li archivia nella sua memoria franta. Cerca differenze. O forse somiglianze. È un personaggio scisso, un uomo che sembra di continuo rimbalzare tra due estremi: generare e annientare. La sua amicizia con Zero – affidato a Roberto Marinelli – dice già tutto. È un uomo che convive con il vuoto.
Dall’altra parte c’è la moglie, interpretata da Francesca Borriero. Una donna che tenta di preservare il progetto di vita, il ricordo di un viaggio sereno in Islanda, le foto luminose, le promesse. Ma la crepa si allarga. Ogni ricordo diventa prova a carico. Ogni carezza una sospensione del conflitto. Ogni gesto d’amore un souvenir di ciò che non tornerà. Il rapporto si sfalda senza esplodere. Non c’è urlo. Non c’è melodramma. C’è solo un gelo che avanza, silenzioso, inesorabile.
La drammaturgia di Fabio Pisano procede a frammenti. Flashback. Flashback dei flashback. Una struttura che non si limita a raccontare: simula davvero la mente di una coppia che non ricorda più allo stesso modo. E se ricorda insieme, quell’unisono è già dissonanza. Ogni scena è accompagnata da didascalie evidenti. Dichiarate. Non c’è illusione. Non c’è continuità. Solo frammenti giustapposti. Segmenti. Schegge. La forma è contenuto: lo spettacolo diventa esso stesso deframmentazione.
Alcuni momenti si aprono alla danza. Movimenti asciutti, scolpiti, raggelanti. Non sentimentali. Non liberatori. Sono dispositivi scenici che mostrano il meccanismo interno delle emozioni, come se il corpo potesse raccontare ciò che la mente cerca di reprimere.
La regia di Michele Segreto è volutamente fredda. Distaccata. Non punta all’empatia, ma all’analisi. Non mette in scena il cuore, che qui è da tempo poltiglia. Mette in scena la mente che tenta disperatamente di governare ciò che sfugge. Dominare l’indominabile. Un teatro psicologico che non finge neutralità, ma la sbatte in faccia allo spettatore come una condizione inevitabile.
Ogni dialogo è un colpo secco. Brevi monologhi come poesia tagliente. Botta e risposta che feriscono più delle parole stesse. C’è un che di beckettiano nella rarefazione, nell’ironia sottile, nell’attesa di un chiarimento che non arriverà. C’è un’eco della Mandragola di Machiavelli, in chiave contemporanea, nel cinismo che serpeggia tra i personaggi: non più un vecchio gabbato, ma tre adulti che giocano con i compromessi come con sostanze corrosive.
E poi il tradimento. Non quello carnale, o non solo. Il tradimento del patto. Della fiducia. Del corpo che mente. Della mente che manipola. Della memoria che cancella ciò che non conviene. Uno spettacolo che è tradimento della memoria, del passato, del tempo, della ragione, della realtà. Le mezze verità. Le mezze bugie.
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Le luci di Martino Minzoni tagliano i corpi. Li mettono in trappola. Li isolano in nicchie d’ombra. Li espongono senza pietà. È un mondo fatto di ambiguità, di incroci, di follie trattenute. Un mondo in cui i personaggi cercano di riavere l’intero, ma non trovano che pezzi incompatibili.
DE/FRAMMENTAZIONE è un lavoro glaciale e potentissimo. Un’analisi spietata della coppia contemporanea, priva di sentimentalismi, piena di pensiero. Un teatro che non racconta come si ama, ma cosa resta quando si smette di farlo. Un teatro che non salva nessuno. Ma illumina tutto. Per lo meno, le nostre irresolutezze.
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DE/FRAMMENTAZIONE
Dramma Assoluto con Incursioni a Latere di Io Epico, ovvero UNA STORIA DI IMPOSSIBILITÀ
drammaturgia Fabio Pisano
regia Michele Segreto
con Francesca Borriero, Michele Magni, Roberto Marinelli
assistente alla regia Irene Latronico
costumi Alessandra Faienza
light design Martino Minzoni
produzione servomutoTeatro e Liberaimago
con il sostegno di AMAT – Associazione Marchigiana Attività Teatrali
in collaborazione con RAM – Residenze Artistiche Marchigiane
progetto promosso da MiC e Regione Marche
con il supporto del progetto di residenza artistica Teatro Le Forche – Futuro Prossimo Venturo 2024
con il sostengo di Circuito CLAPS/IntercettAzioni
si ringrazia NEST – Napoli Est Teatro
Visto al TEX – Teatro dell’Ex Fadda, San Vito dei Normanni, il 28 novembre 2025
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VINCENZO SARDELLI
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