Borgo Polmone, opera prima di Stefania Bustelli pubblicata qualche mese fa da il Saggiatore, si offre al lettore come un organismo prima ancora che come un luogo: un corpo che respira male, che brucia e si decompone, che trattiene in sé una memoria dolorosa e non redenta.
In queste pagine il viaggio dell’io-andante senza nome ha la forma di un’infera odissea: non c’è vera origine, né meta conclamata, solo l’anti-eroica necessità dell’andare.
Bustelli sceglie una lingua scarnificata: frasi brevi, secche, che registrano fatti e visioni, come se la scrittura stessa fosse sottoposta a una disciplina di sopravvivenza.
Nei passaggi più riusciti questa asciuttezza produce un effetto di gelo raspante che richiama la Trilogia della città di K di Ágota Kristóf: implacabilità dello sguardo, rinuncia a ogni psicologismo, fiducia crudele nel fatto che nominare basti.
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SCRITTURA A RISCHIO
Non tutta la materia narrativa mantiene tale tensione.
Alcuni passaggi risultano più legnosi o, meglio (o peggio), da ottocentesca pièce bien faite: pagine meno attraversate da quella vivezza interna che altrove rende il testo compatto e perturbante.
Le parti migliori rinunciano alla bella scrittura e ai coup de théâtre a ogni costo e, nell’apparente multiformità, divengono coerenti con la natura irregolare del borgo stesso, fatto di stratificazioni, di camere cieche, di corridoi che non portano altrove.
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VISIONI DELL’INFERO
L’immaginario che sostiene Borgo Polmone affiora dal mondo ctonio.
Vien da pensare soprattutto quelli di Hieronymus Bosch: corpi deformati, ibridazioni pullulanti, scene inquiete di banchetto e sacrificio, a far affiorare una ferocia che non ha bisogno di tribunali perché è inscritta nella materia stessa del mondo.
Come nelle opere del grande fiammingo, in queste pagine l’orrore non è mai isolato: è diffuso, moltiplicato, autopoietico.
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CARTOGRAFIE IMPOSSIBILI
La struttura a brevi capitoli contribuisce a questa percezione frammentaria, al procedere per scarti e affioramenti di ciò che questo campo di forze contiene e cela.
Il borgo viene raccontato per scorci, per prospettive parziali, come se nessuno – né il viandante né il lettore – potesse mai possederne una mappa definitiva.
In questo senso le illustrazioni di Fulvia Monguzzi non accompagnano il testo, ma lo disorientano ulteriormente: funzionano come vere e proprie Mappe per perdersi, per dirla con Yoko Ono, dispositivi che non chiariscono ma moltiplicano le (feconde) possibilità del disorientamento.
Essendo un esordio, Borgo Polmone va forse letto anche come una promessa.
È un primo romanzo che pare preludere a successivi assestamenti, ma che già possiede una qualità non trascurabile: la sensazione che il mondo narrato continui a respirare – ostinatamente – anche dopo la chiusura del libro.
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