Modi di tornare integri. Su Quaderno magnetico di Francesca Proia

Francesca Proia

 

Da molti anni leggo tutti i libri di Francesca Proia, pur non praticando l’arte che lei con visionario rigore indaga – lo yoga – che è, da diverse prospettive, il campo di forze delle sue scritture.

Perché lo faccio, data la cronica mancanza di tempo per leggere tutto quello che vorrei e che, in teoria, tematicamente mi sarebbe più consono?

Questo mi sono chiesto, poco fa, all’ultima pagina della sua più recente pubblicazione, Quaderno magnetico. Dimensioni di scoperta nello yoga (Orthotes Editrice, 2025).

È un po’ come camminare in montagna in una zona affascinante ma del tutto ignota, mi son risposto.

Accompagnato da una guida sapiente, ho pensato, qualcuno che sa farti vedere sia l’orizzonte, sia farti fare attenzione a dove appoggi il passo.

Come faccio a valutare la sapienza di una disciplina che ignoro, mi sono allora domandato.

Non per il contenuto, certo: per l’esattezza del nominare.

Le parole: quelle sì, le indago da anni.

E da anni provo a servirmene, ogni giorno.

La scrittura di Proia mi pare funzionare un po’ come una scultura michelangiolesca: togliere il superfluo, liberare la forma.

Ogni frase è liscia come un sasso levigato da molta acqua e da molto pensiero, da molta pratica e da molta vita: leggendo vien da pensare che non la si potrebbe dire altrimenti, quella cosa lì.

Bisogna saperlo fare. Bisogna volerlo fare.

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In che modo, dunque, non dico recensire e neanche analizzare, ma almeno restituire in parte tale setacciata, solida esattezza?

In primis verrebbe da fare come nel racconto di Borges faceva Pierre Menard, la cui opera consisteva nel riscrivere parola per parola il Don Chisciotte di Cervantes.

Oppure, come qui e adesso, provando a nominare almeno, nel modo più concreto e semplice possibile, alcune delle cose che questa lettura mi ha messo in movimento.

Rispetto ad altri libri di Proia, in questo caso, è più facile, per me.

Copio dalla quarta di copertina, per spiegare:

«Il testo si compone di nuclei progressivi di introduzione allo yoga. In ogni capitolo un diverso tema portante della filologia yogica viene abbinato alla poetica di un artista o a un’opera letteraria che si prestano a creare un graduale e multidimensionale ingresso inedito nella materia. Tra gli artisti presi in considerazione vi sono: Teresa Murak, Lothar Baumgarten, Joseph Beuys, Chris Burden, Haroon Mirza. Tra i testi: La somiglianza per contatto di Georges Didi-HubermanMille piani di Gilles Deleuze e Félix GuattariPer farla finita col giudizio di Dio di Antonin ArtaudThe aesthetic of breathing di Jean-Thomas Tremblay e il saggio di Anne Carson Il genere del suono».

Ecco la prospettiva peculiare e feconda di questo saggio: relazionarsi con campi dell’umano diversi e trovare con lo yoga reciproci rilanci.

Costruire con essi occasioni per far avanzare e approfondire il discorso, a creare un reale dialogo, non solo per abbellire il proprio dire, come spesso (anche a me, ahimè) accade.

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Joseph Beuys, Le 7000 querce, Documenta VII, Kassel, 1982

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A pagina 62 trovo un frammento (questo sì, borgesianamente, lo ricopio): «Medicina, arte, filosofia e mistica in fondo hanno una radice comune. Sono tutti modi di […] tornare integri».

Ecco trovata, in poche, chiare, ben dette parole, la sintesi di ciò che da anni sperimento nei miei laboratori con cittadine e cittadini mescolando teatr e danza, arti visive e poesia, Passeggiate e racconti.

Questa per me folgorante definizione è parte del capitolo in cui l’autrice intercetta il lavoro programmaticamente elementare di Joseph Beuys.

La capacità di sintetizzare alcuni elementi biografici determinanti nello sviluppo della poetica dell’artista tedesco e la connessione con alcune opere-chiave, posti in relazione con principi e pratiche dello yoga mi hanno davvero commosso, nel senso letterale che mi han fatto muovere insieme al suo esatto dire.

Concludo questo strambo ringraziamento con la citazione posta in esergo all’ultimo capitolo.

È del danzatore butō Masaki Iwana, e felicemente ribalta questa che ho scritto finora che, mi rendo conto, pare unicamente una specie di ode e lode all’uso sapiente del linguaggio:

«Ora avevo bisogno di un vaso trasparente
con cui catturare vive le cose reali
senza lasciarle corrodere dal linguaggio».

Che cosa bella e sana lasciarsi ribaltare, da chi lo sa fare.

Che bella cosa lasciarsi toccare da ciò che non conosciamo, e che generosamente ci nutre.

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