(Non) mettersi nei panni dell’altro. Pensieri e domande tra Dervisci Rotanti e Franco Battiato, a Ravenna

 

Ieri, sabato 27 dicembre, al Teatro Alighieri di Ravenna è andato in scena Omaggio a Franco Battiato (1945–2025) con il Mevlana Ensemble di Süleyman Erguner e i Dervisci Rotanti di Istanbul. Un appuntamento carico di stratificazioni simboliche: l’anno in cui Battiato avrebbe compiuto ottant’anni, la presenza dell’ensemble con cui aveva collaborato a lungo – fino a uno degli ultimi concerti a Istanbul – e l’evocazione diretta di quell’immaginario sufi che il cantautore aveva inciso in modo indelebile nella cultura popolare italiana, a partire dalla celeberrima canzone Voglio vederti danzare.

È inevitabile che il pensiero torni subito ai dervisci evocati in uno dei brani più celebri di Battiato, diventato paradossalmente “familiare” pur nella sua eccentricità.

Eppure, ciò che è accaduto sul palcoscenico del Teatro Alighieri non nasce come spettacolo ma come samā, una pratica rituale, una meditazione in movimento, una forma di ascesi che attraversa il corpo per orientarlo verso l’amore, il superamento dell’io, la contemplazione di ciò che è perfetto. Un rito antichissimo, riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità, che affonda le radici nella tradizione mevlevi legata alla figura di Mevlâna Jalāl al-Dīn Rūmī, poeta, mistico e maestro spirituale del sufismo.

Süleyman Erguner – maestro del ney, flauto di canna dal suono scavato e ipnotico – non è un monaco, ma un musicista e un docente che trasmette questa tradizione in tutto il mondo. Con dodici performer in scena, tra musicisti e danzatori, l’ensemble ha proposto a Ravenna un’esperienza che, almeno nelle intenzioni, non media, non traduce, non spiega: semplicemente accade.

Ed è qui che sono iniziati i dubbi.

TRECENTO SPETTACOLI, PIÙ UNO

Nel 2025 ho visto circa trecento spettacoli. Questo, al Teatro Alighieri, è stato l’ultimo dell’anno. E forse proprio per questo – o forse perché non era davvero “uno spettacolo” – ha lasciato una scia di pensieri irrisolti.

Io, di cultura orientale, so poco o nulla.

So però che ciò a cui ho assistito si colloca altrove rispetto alle categorie abituali del teatro occidentale: non rappresentazione, ma pratica; non messa in scena, ma ritualità; non comunicazione, ma esperienza interiore lasciata affiorare.

E so anche quanto sia difficile – se non impossibile – mettersi nei panni dell’altro.

Questo pensavo, seduto nella borghese platea di un borghese teatro di una borghese città di provincia.

Uso questo aggettivo in senso storico, non polemico: per indicare una tradizione di fruizione dell’arte come fatto utilitaristico, decorativo, rassicurante, spesso confermativo di categorie già possedute. In questo orizzonte, uno spettacolo viene apprezzato nella misura in cui “rientra” nei nostri schemi cognitivi: lo capisco, lo riconosco, lo colloco.

L’accadimento di ieri sera, per buona parte del pubblico, era altro.

Lo si percepiva dal sommesso ma costante brusio in platea, da un rumore di fondo che non era semplice distrazione ma, forse, disagio. Come se l’assenza di appigli narrativi in una lingua a noi nota, di spiegazioni, di un patto esplicito con lo spettatore producesse inquietudine.

PONTI E BARRIERE

E qui si apre una questione delicata, che riguarda tanto il pubblico quanto la scena: quella dell’appropriazione culturale e, al tempo stesso, del suo opposto.

Da un lato, il rischio che un rito nasca altrove e venga fruito qui come “suggestione esotica”, come immagine poetica resa innocua dal consumo teatrale occidentale. Dall’altro, il fatto che i performer in scena non abbiano fatto nulla per venire incontro ai bisogni cognitivi e categoriali di un pubblico prevedibilmente ignaro di quella cultura, privo di riferimenti, di strumenti di comprensione. Nessuna introduzione, nessuna mediazione, nessuna pedagogia. Solo il rito, nella sua integrità.

È una scelta etica, prima ancora che estetica. Ma è anche un posizionamento che espone a un cortocircuito: chi guarda resta fuori, osserva senza comprendere, forse senza nemmeno essere davvero invitato a comprendere. Non c’è didascalia, non c’è ponte.

Battiato, in questo, era stato più ambiguo e più generoso insieme. Voglio vederti danzare, con il suo ritmo slanciato e l’improvviso affaccio sul valzer viennese, costruiva un attraversamento: non spiegava, ma metteva in relazione. Forse per questo è diventata una canzone abitabile, capace di restare nelle orecchie di generazioni diverse.

A Ravenna, la domanda non è se abbiamo “capito” o meno, ma che tipo di sguardo abbiamo esercitato. Se eravamo spettatori, voyeurs, ospiti, intrusi. Se stavamo osservando o se, in qualche modo, eravamo osservati.

Davanti ai dervisci rotanti, chi è il soggetto dell’esperienza? Chi guarda o chi danza? E cosa accade quando lo sguardo occidentale, borghese, teatrale, si scopre inadeguato, rumoroso, incapace di silenzio?

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BATTIATO DOV’È?

C’è poi una questione ulteriore, che riguarda la ricezione e le aspettative ingenerate dal modo stesso in cui l’evento è stato presentato.

Sottolineare con forza la relazione con Franco Battiato – la collaborazione, l’amicizia artistica, l’eco di Voglio vederti danzare – non è un dato neutro: è un dispositivo di accesso, una promessa implicita di riconoscibilità.

Convoca un pubblico che arriva portando con sé un immaginario già formato, affettivo, popolare, occidentale.

Ma cosa accade quando ciò che viene offerto non risponde immediatamente al già noto, quando il riferimento al famoso cantautore non funziona come ponte ma come orizzonte?

Il rischio è che la figura del Maestro diventi una soglia ingannevole: un nome-calamita che attira, senza poi fornire strumenti concreti per attraversare davvero l’alterità di ciò che si incontra.

E allora la domanda resta aperta: evocare Battiato aiuta a predisporre all’ascolto di una pratica rituale che non nasce per essere capita ma esperita, o finisce per sovraccaricarla di aspettative improprie, chiedendole – implicitamente – di “spiegarsi”, di adattarsi, di essere altro da sé?

Forse, più radicalmente, l’omaggio a Battiato è passato non dalla celebrazione rassicurante ma dallo scarto, dall’incomprensione, dalla frizione. Dal riconoscere che non tutto è traducibile, non tutto chiede di essere capito.

E che, a volte, il vero atto politico ed estetico è (sarebbe) restare in ascolto del proprio spaesamento.

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