Bros di Romeo Castellucci, la semiotica della violenza

FIRENZE – Il fumo grigio che dilaga in platea e ci accoglie al nostro arrivo in sala è il primo dei non colori che, insieme al nero della Polizia e al bianco di Geremia, sarà protagonista del ventaglio cromatico di Bros, visto al Teatro della Pergola, ambiziosa produzione internazionale per la regia di Romeo Castellucci. È una bruma, una nebbia opaca, un pulviscolo denso che sembra già alludere alle tenebre della coscienza, all’ottundimento del pensiero, allo spegnimento inesorabile dei lumi della ragione. Una macchina da presa rotea tra rumori meccanici di mitragliatrice, di cartucce che tintinnano a terra, di caricatori che vengono sostituiti per continuare il ciclo incessante degli spari. Dal buio emerge una figura solitaria e canuta che dialoga con Dio, col Signore degli eserciti che si manifesta in un fascio di luce abbagliante, nel fragore del tuono, nella folgore. È il vecchio profeta Geremia, che con la sua lunga tunica candida, la barba bianca, il vincastro nodoso, i piedi nudi alla presenza del sacro, ci è sembrato emergere dai rotoli di papiro delle grotte di Qumran, dalle pagine millenarie dell’Antico Testamento. Sulle sue labbra scorre una lingua arcaica nella quale interloquisce focosamente con l’Altissimo, del quale è chiamato ad ascoltare e riferire la volontà, ad essere cassa di risonanza, strumento e portavoce, minacciando di morte e distruzione coloro che non obbediranno alle sue leggi.

In una performance sovrabbondante di segni e simboli, sovraccarica di significati talvolta fin troppo espliciti e talvolta da decodificare con acribia, il passaggio successivo è lineare e diretto: dalla profezia dello sterminio degli empi della grande Babilonia, sentina di ogni corruzione e peccato, ad uno scenario contemporaneo nel quale ventotto Bros, brothers, fratelli, camerati, sono una squadra di agenti di polizia in divisa nera che obbediscono a ranghi serrati ai comandi di un manichino automa e fantoccio, idolo e simulacro, burattino burattinaio che li governa attraverso mille invisibili fili ben ancorati nella loro mente. Del resto la concezione dello spettacolo prevede che i performer si incontrino per la prima volta alla vigilia della replica, per un’unica giornata di prove: non hanno un quadro d’insieme, ciascuno agisce e si muove costantemente eterodiretto da comandi puntuali che riceve in cuffia ed ai quali obbedisce volontariamente, reagendo in modo spontaneo alle sollecitazioni che via via si susseguono.

L’effetto è quello di una somma di individui distinti ma coesi che si spostano come uno stormo di uccelli migratori, formiche nel formicaio o api nell’alveare, soltanto che al posto dell’istinto c’è un dio regista e burattinaio che governa il caos attraverso i suoi messaggeri e profeti, dando ordini a coloro che liberamente si sottomettono alla sua volontà. I Bros si cospargono di sangue, percuotono vittime, roteano manganelli, sparano, praticano torture crudeli in un accumulo di sequenze e immagini che costruiscono un’idea di fratellanza basata sul collante di una prepotenza cieca quanto inconsapevole, sull’esercizio della forza nella sua dimensione più brutale.

La partitura sonora (percussive le musiche di Scott Gibbons) sottolinea ed amplifica gesti e azioni, li rende iperbolici come nel caso delle manganellate, tradotte in vibrazioni tanto potenti da scuotere pavimento e poltrone. Certamente nelle intenzioni lo scossone vorrebbe essere anche emotivo, ma in noi l’artificiosità del progetto complessivo ha inibito una reale adesione emotiva a quanto accade sul palco. Iterato ed insistito quanto estremamente cerebrale e ridondante è l’accumulo di contrappunti verbali e visuali che dialogano con le diverse azioni dei Bros, dai motti latini ricamati su grandi stoffe, alle stampe fotografiche, ai numerosi tableaux vivants che propongono alcuni grandi capolavori della pittura di tutti i tempi nei quali il fuoco dell’attenzione è sul corpo morto, sulla prepotenza e sulle armi, a cominciare dalla Deposizione Baglioni di Raffaello, passando per il Giuramento degli Orazi di David, la Lezione di anatomia del dottor Nicolaes Tulp di Rembrandt, la Zattera della Medusa di Gericault ed infine la Fucilazione del 3 maggio 1808 di Goya.

La vasta e diversificata strumentazione simbolica e segnica che viene dispiegata sul palco costruisce una sorta di semiotica generale della violenza che, però, rimane inevitabilmente agganciata collegata e rappresa attorno alla presenza dei ventotto poliziotti, a tutti gli effetti designati, nonostante i numerosi parallelismi e i colti riferimenti, come l’emblema per eccellenza e la metafora principe dell’utilizzo ottuso e crudele della potenza. Il sonno della ragione genera mostri per dirla con la celeberrima incisione di Goya o fatti foste per viver come bruti, parafrasando Dante. Nella sequenza conclusiva, sotto un ampio drappo che reca la scritta De pullo et ovo (viene prima l’uovo o il pulcino?), la Polizia pone in mano ad un bimbo in abiti dal candore immacolato un manganello già sollevato verso il cielo in una sorta di rituale para-eucaristico ed iniziatico che sigilla il finale con un’idea esplicita di trasmissione della brotherhood attraverso la corruzione dell’innocenza. Bros è un’altalena tra bene e male, è una fotografia in bianco e nero.

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