«Patti chiari, amicizia lunga» sembrano riflettere gli schermi racchiusi nell’imponente scenografia praticabile che mostrano, appena si fa buio in sala, scorci di primi piani e paesaggi che paiono esser tratti dal drammone country di Ang Lee del 2005, I segreti di Brokeback Mountain.
Sono in realtà stati girate in Sud Italia.
E le facce, a ben guardare, non sono quelle di Heath Ledger e Jake Gyllenhaal, ma degli attori che fra un attimo incontreremo sul palcoscenico: Edoardo Purgatori e Filippo Contri.
Ma lo scopo è esplicito e l’effetto raggiunto: chiarire di cosa si stia parlando. Qual sia il referente condiviso.
La regia di Giancarlo Nicoletti circoscrive all’istante un comune terreno di gioco: dentro la mente di ogni spettatrice, di ogni spettatore, lo spettacolo interpella innanzi tutto agganciando l’arcinoto referente cinematografico (certo più fruito del racconto di Annie Proulx da cui è tratto).
E ponendo in morbida questione lo “scandalo paradossale” alla base della vicenda: essere (rudi) cowboy e, al contempo, gay.
La vicenda viene articolata con ritmo battente, a tratti finanche comico, agendo per nette contrapposizioni e, elemento forse di maggior interesse dell’allestimento, a tratti forzando per via parossistica il rapporto tra finzione e credibilità.
Ce lo insegnano la Storia, la teoria e la concreta fruizione: alla base di qualsiasi immersione e piacere estetico teatrale vi è il meccanismo della «sospensione dell’incredulità».
Devo davvero credere che quella persona sul palco davanti a me stia gioendo, soffrendo, morendo per poter con e per lei ridere, piangere, straziarmi.
Se in ogni istante mi ricordassi che è un professionista allenato e pagato per far finta di provare quello che sembra stia provando, e che forse mentre dice e fa qualcosa sta pensando a tutt’altro, nessun tipo di empatia -né, più genericamente, di emozione- scatterebbe.
Resterebbe, in buona sintesi, un esercizio linguistico interessante per una cerchia ristretta di persone.
È invece ai molti che l’allestimento visto al Teatro Masini di Faenza lo scorso 7 gennaio parla forte e chiaro: contrapponendo, forte e chiaro, elementi antitetici.
Ne elenco alcuni.
Ciò che è socialmente accettabile (la famiglia tradizionale) e ciò che non lo è (l’attrazione omoerotica).
I buoni e i cattivi.
Chi comanda e chi è comandato.
La recitazione e il canto con musica dal vivo (a comporre una play with music in cui questi elementi sono parimenti significanti: connubio che non credo abbia molti eguali, almeno in Italia).
Gli uomini e la donna / i cow boy e l’indiana (Malika Ayane, che puntella l’intera fabula con una vocalità calda e una presenza fisica solenne ma al contempo morbida).
Elementi realistici affatto credibili giustapposti ad altri smaccatamente finti (esempio: la barba del capo).
Naturalismo (nelle mille sigarette fumate davvero, nel registro verbale quotidiano, finanche scurrile, …) e stilizzazione.
Brokeback Mountain mette in moto una macchina teatrale imponente e oliatissima: bisogna saperlo fare.
Grandi applausi alla fine: del pubblico vero, che è quello che conta.


