Il galateo gentile di Agostino Picicco nell’era dei social

 

In un’epoca di incessanti notifiche, selfie compulsivi e intelligenze artificiali che dialogano con noi più fluentemente di certi nostri amici in carne e ossa, Agostino Picicco ci consegna un piccolo ma potente saggio: Essere per esserci (Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, pp. 144, €12).

Il libro si legge in un giorno, e non ci si annoia mai.

Le frasi sono brevi, le parole semplici, il ritmo scorrevole. Nessun tecnicismo inutile.

È un testo pensato per chi vuole portare a casa riflessioni sensate e quel minimo di consapevolezza che può aiutarci a cercare contatti e relazioni autentiche.

Il titolo è già una dichiarazione di intenti. Una figura etimologica che invita all’autenticità prima che al presenzialismo. All’identità piuttosto che all’apparire. Essere per esserci non significa semplicemente “esserci online”, ma esserci davvero: per l’altro, con l’altro.

È, in fondo, una sorta di galateo della comunicazione nell’epoca dei social e dell’intelligenza artificiale, che Picicco osserva con lucidità, senza demonizzazioni facili.

I social ci hanno cambiato la vita.

Possiamo ritrovare persone che davamo per perse, comunicare a distanza nei modi che preferiamo, superare tempi morti e silenzi.

Picicco, scrittore e giornalista, si sofferma sull’etimo della parola comunicazione – mettere in comune – ma nello stesso tempo invita alla discrezione. Comunicare non significa invadere, né esporsi senza misura.

Uno dei nodi centrali del libro è la difficoltà di staccare la spina.

L’iperconnessione alimenta il narcisismo, produce bolle, isolamento e solitudine.

Dall’uomo senza qualità si passa all’individuo senza legami, più attento a sé che all’altro. La provvisorietà delle relazioni digitali favorisce superficialità, inquietudine, ansia da prestazione, chiusura.

È il paradosso di cercare compagnia restando soli.

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Il cuore del saggio è un invito limpido: riscoprire l’ascolto e la gentilezza. Il garbo.

Picicco ce l’ha, e lo pratica anche nella scrittura: mai una parola di troppo, mai un’offesa.

La cura delle parole nasce dalla cura di sé, dalla coerenza tra ciò che si dice, ciò che si fa e ciò che si è. In un tempo di linguaggi aggressivi, questo stile diventa già un messaggio.

Significativa la proposta di coniugare ego sum con ego cum: non solo “io sono”, ma “io sono con”.

Esserci per qualcuno.

Oggi, invece, spesso si cerca di esserci con sgarbo e arroganza: foto postate in modo convulsivo, promozione continua di sé, follower come unità di misura del valore personale.

Picicco invita alla sobrietà nel mostrarsi e nel giudicare, ricordando, con Papa Francesco, il rischio di virtualizzare la vita.

Ampio spazio è dedicato al tema del volto e dello sguardo, cari a Tonino Bello.

Senza volto non c’è relazione. Senza sguardo non c’è responsabilità. Da qui nasce l’idea di un possibile nuovo umanesimo digitale, capace di usare la tecnologia senza perdere l’umano. Anche perché, paradossalmente, a tante informazioni corrisponde oggi un nuovo analfabetismo: tanti messaggi, pochissime telefonate. E spesso la telefonata spaventa.

Interessante e più equilibrato il passaggio sulla scuola.

Picicco non rimpiange nostalgicamente il passato, ma osserva come un tempo le relazioni scolastiche – compresi controlli, registri, presenze – fossero parte di una comunità educativa reale, fatta di sguardi, conflitti, mediazioni.

Oggi la digitalizzazione, se non accompagnata da relazioni vive, rischia di ridurre tutto a controllo o sorveglianza, favorendo iperprotezione e delega ai dispositivi.

Meno relazioni autentiche, più esposizione ad hater, spettacolarizzazione, bullismo.

Il libro non elude i lati oscuri dei social: campagne d’odio che possono portare alla tragedia, infodemia, influencer come pifferai di Hamelin, dove una cosa esiste solo se viene pubblicata.

Ma i social non sono riducibili a un megafono della malignità umana.

Serve senso critico e responsabilità. E soprattutto tempo: tempo da non buttare via stando sempre online, ma da restituire alla lettura, agli amici, ai ricordi, ai luoghi.

Picicco non dice cose nuove. Ma le racconta in modo tale che ce ne accorgiamo di nuovo.

E allora, forse, per un po’ riusciremo a staccarci dalle chat, a esorcizzare Instagram, Facebook e WhatsApp. Almeno fino alla prossima vibrazione del cellulare.

Il libro si chiude con un’immagine forte: il libro come piccozza per rompere il mare di ghiaccio dentro di noi, citando Kafka. Ed è proprio questo che Essere per esserci riesce a fare: una piccola fenditura nel ghiaccio dell’abitudine, per tornare a guardarci negli occhi e a scegliere relazioni vere.

VINCENZO SARDELLI

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