«Io detesto questo Natale di ipocrisia. I miei auguri vanno ai carcerati»: Pier Paolo Pasolini non cercava lo scandalo, ma la verità.
Il suo sguardo sul Natale era netto, scomodo, radicale: una festa svuotata dal consumo e dalla retorica, celebrata da una società che aveva dimenticato gli ultimi. I suoi auguri andavano a chi vive ai margini, agli esclusi, a chi porta addosso il peso della storia.
È da qui che prende senso PRESEPE: Quadri di vita e di speranza, messo in scena alle Cave del Duca, tra Lecce e Cavallino, nei giorni dedicati alla Sacra Famiglia (28 e 29 dicembre) sotto l’egida di AMA – Accademia Mediterranea dell’Attore. Non un presepe vivente o una rievocazione folkloristica, ma un atto teatrale e umano che restituisce al Natale la sua urgenza originaria.
La cava come luogo simbolico
Le Cave del Duca non sono solo uno spazio scenico, ma un corpo scavato, una ferita del paesaggio.
Pietra nuda, vuoti lasciati dal lavoro dell’uomo, segni di fatica e abbandono. Sono grotta, rifugio, marginalità. Per questo diventano luogo naturale della Natività.
Il presepe, del resto, nasce fuori dai centri, lontano dalle luci, in un luogo improprio.
Betlemme non è mai stata un salotto. Qui la Natività non viene addobbata: accade, nel silenzio e nella precarietà.
Un presepe che pone domande
La domanda da cui nasce lo spettacolo è semplice e radicale: quanti significati può contenere il presepe? La risposta è corale e concreta. In scena ci sono attrici e attori professionisti, ma anche detenuti della Casa Circondariale di Lecce, migranti e profughi, padri, madri, figli, bambini. Non figuranti, ma persone che portano la propria storia. Il confine tra scena e vita si assottiglia fino quasi a scomparire.
La regia di Carla Guido tiene insieme questa complessità con misura, evitando il patetico e lasciando spazio all’ascolto. Il progetto è prodotto da AMA sotto la direzione artistica di Franco Ungaro, e nasce da un’idea della sindaca di Lecce Adriana Poli Bortone, con la collaborazione della Casa Circondariale del capoluogo salentino e di Assoarma. Ma prima ancora, è un gesto comunitario, un atto condiviso che supera la dimensione puramente teatrale.
Il fuoco e l’agape
La scena è essenziale. Una comunità segnata dalla guerra si ritrova attorno a un fuoco. Un braciere diventa centro, tavola, riparo. Una tenda diventa casa. Le parole circolano come pane. Il clima è quello dell’agape, non simbolica ma vissuta: si ascolta, si attende, si condividono cibo e tè caldo. Ci si riconosce parte della stessa umanità prima di ogni appartenenza. La solidarietà non viene proclamata, ma praticata.
La Sacra Famiglia prende forma dentro questo presente ferito. Myriam è muta, eppure comunica. Shalom è messaggio, non slogan. Giuseppe è spaesato, come ogni uomo messo davanti a una responsabilità più grande di lui. Comprende che i figli non sono solo di chi li genera, ma di chi li cresce. Un padre ama un figlio non suo, e in quell’amore si apre una possibilità di elevazione. Non c’è teologia astratta, ma relazione concreta.
Il viaggio dei profughi
I profughi raccontano la migrazione. È lo stesso viaggio della Sacra Famiglia: chilometri percorsi, confini attraversati, checkpoint, sirene, armi. «Io sono i mille chilometri che ho fatto per arrivare qui».
Le stagioni diventano barriere, i documenti decidono il destino, le dittature spezzano gli amori. Il rumore della guerra resta un sottofondo continuo, un’eco che non si spegne fino all’epilogo.
Il tempo sospeso del carcere
Poi il carcere. Il tempo che si dilata fino a diventare soffocante. La solitudine che pesa come una morsa. Il silenzio è doppio, perché riempito dai nomi di chi non c’è più.
Le poesie recitate dai bambini entrano idealmente nelle celle, i libri diventano appigli. Raccontare errori, fughe e desideri è un modo per restare vivi. Nasce una gratitudine inattesa, nonostante le sbarre. Una religione minima fatta di piccoli gesti quotidiani.
Canti, parole, radici
I canti attraversano lo spazio e lo unificano.
Un profugo ringrazia la nuova terra di speranza, una donna canta la convivenza attorno al fuoco, un insegnante in fuga inventa filastrocche senza libri né colori.
Gianni Rodari affiora come promessa di futuro. Le poesie in dialetto diventano radice. Il campo profughi diventa scena, la scena diventa casa. La speranza insiste, ostinata.
Pasolini è presente come bussola morale, non come citazione ornamentale. È nel rovesciamento del centro, nel riconoscere nei carcerati, nei profughi, negli ultimi, un’autenticità evangelica che il Natale borghese ha smarrito.
Qui il Natale non consola e non vende. Qui il Natale chiede di restare, di condividere, di assumersi una responsabilità.
Un presepe che unisce
La gioia della nascita è reale. La felicità, in fondo, si somiglia ovunque. In questo luogo si incontrano destini in attesa di compiersi. Il silenzio pesa, ma è abitato. L’amore tenta di ricucire le ferite.
Non sempre ci riesce, ma prova. Ed è già un gesto di verità. Non un presepe che abbellisce, ma un presepe che unisce, intrecciando teatro e vita, arte e comunità. E proprio per questo commuove.
VINCENZO SARDELLI
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PRESEPE: QUADRI DI VITA E DI SPERANZA
Cave del Duca, Cavallino (LE)
In scena:
Carla Guido, Sofia Annese, Francesco Alfonzetti, Rocco Buono, Tyna Maria Casalini, Arianna Marangio, Karola Nestola, Stefano Castrignanò, Marco Maggio, Gabriella Margiotta, Lorenzo Paladini, Antonella Rizzo, Manda Rakesh Kumar, Ablaye Seye, Fode Diawara, Nohaye Seye
Regia: Carla Guido
Produzione: AMA – Accademia Mediterranea dell’Attore
Direttore artistico AMA: Franco Ungaro
Da un’idea della sindaca Adriana Poli Bortone, in collaborazione con la Casa Circondariale di Lecce, Assoarma, Accademia Mediterranea dell’Attore di Lecce
Service tecnico: Theatre Service


