(In- dis- ultra-)umano. Su Mammut. Vita e Morte di un’Intelligenza Artificiale di Fartagnan Teatro

Karel Čapek, R.U.R., 1920

 

In principio fu Karel Čapek: la prima volta, nella Storia del teatro et ultra, in cui la parola “robot” apparve fu in un’opera del drammaturgo ceco dal titolo R.U.R. (sigla di Rossumovi univerzální roboti, traducibile come “I robot universali di Rossum”).

Era il 1920.

E il rapporto prevaricante tra robot e umani, secondo Čapek, è ben espresso dall’immagine di repertorio che ho posto in apertura di queste note.

Karel, a dire il vero, non fu il vero inventore della parola, che gli venne suggerita al posto dell’originario “labor” dal fratello Josef, scrittore e pittore cubista: forza delle ibridazioni di saperi e linguaggi.

A questo pensavo ieri sera, al Teatro Piccolo di Forlì, al termine di Mammut. Vita e Morte di un’Intelligenza Artificiale di Fartagnan Teatro, Compagnia di base a Milano specializzata in «commedia fantascientifica», come han spiegato tra gli applausi di una platea felice e felicemente intergenerazionale.

Il plot è ben sintetizzato nella pagina dedicata allo spettacolo del loro sito web, dunque lo copio qui:

«Ambientato in un futuro non molto lontano, minacciato da frequenti blackout energetici, dove la colonizzazione di Marte è diventata un’enorme speculazione edilizia, lo spettacolo racconta di Fred, frustrato agente immobiliare impegnato a rimettere ordine nella propria vita. In perenne stato di burn out, Fred vive e lavora incessantemente, rinchiuso in un appartamento di una grande città, insieme alle sue Intelligenze Artificiali (A.I.) dall’aspetto umanoide.

Tra i suoi oggetti più preziosi c’è Mammut, un dispositivo avanzato che simula il carattere e rielabora i ricordi del suo migliore amico, la cui morte è stata la causa di un tracollo emotivo.

Insieme a lui convive Sonny, una sofisticata A.I., specializzata nell’assistenza agli esseri umani, che lo affianca sia nel lavoro che nella cura della salute, anche contro la sua volontà. Con loro vive Elettra, la domotica di casa, sempre pronta a eseguire tutti i desideri di Fred, senza battere ciglio.

Oltre alle pressioni lavorative, la vita di Fred è disturbata dalle continue incursioni del cognato Gonzalo, un geniale scienziato che sogna di vincere il Nobel, costruendo un’intelligenza artificiale dotata di coscienza, così da poter riconquistare l’amore e le attenzioni della moglie Iris.

L’equilibrio quotidiano di Fred viene messo in crisi quando Sonny comincia a sviluppare una passione insolita per la comicità e a manifestare segni di una propria volontà».

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Quel che colpisce, di questo trattamento scenico, è l’impostazione etimologicamente “in bilico”.

Spiego.

Il termine robot deriva dal termine ceco robota, che significa lavoro pesante o lavoro forzato.

Va notato che i roboti di Čapek non sono in realtà gli automi meccanici a cui il termine si riferirà in seguito, ma androidi organici basati su una chimica diversa dalla nostra: esseri in apparenza umani, dunque, ma nascostamente, intimamente altro.

La creazione di Fartagnan Teatro articola con destrezza questa doppia possibilità: sia a livello attoriale (con un uso del corpo-voce inizialmente nettamente contrapposto, tra chi è morbidamente, finanche convulsamente umano e chi è freddamente altro, poi con progressiva umanizzazione di questi dispositivi tecnologici) sia a livello drammaturgico (linguaggio verbale -fin troppo- colorito e accalorato vs linguaggio verbale freddo e neutro, ma, un po’ alla volta, intrecciando con reciproche interdipendenze e rimandi interni gli uni e gli altri).

Nel far ciò, lo spettacolo incarna una sorta di meditazione aperta, o libera interrogazione filosofica, felicemente anti-predicatoria, sul tema affatto attuale del rapporto tra esseri umani e tecnologie.

Ma quel che più conta nell’arte, non mi stancherò mai di ribadirlo, è il come, non il cosa.

Il come di Fartagnan Teatro, realtà che è stato un dono scoprire, grazie alla programmazione di Accademia Perduta / Romagna Teatri, è un sapiente artigianato scenico: chiarissime variazioni di ritmo, di direzione e intenzione, continue contrapposizioni tra ironia e dramma, costanti ribaltamenti di prospettiva (un frammento esemplare, fra tanti: «A un tratto ho visto la stessa scena ma da un altro punto di vista»).

È stata una bella sorpresa, imbattersi in questa realtà artistica (il cui nome, a onor del vero, non suonava molto invitante, rimandando a qualcosa tra il parrocchiale e il bambinesco… e invece!): non vedo l’ora di approfondirne la conoscenza.

 

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