La giustizia non è una dea bendata: diritto, psicoterapia e prova penale nel caso Bibbiano

 

Tutto comincia con le parole dei bambini. Racconti di maltrattamenti, violenze e molestie consumate tra le mura domestiche, affidati a psicologi e servizi sociali e poi trasportati, pezzo dopo pezzo, dentro un’aula di tribunale. È da qui che nasce il caso Bibbiano, esploso nel 2019 e diventato rapidamente uno dei processi più controversi e divisivi degli ultimi anni.

La giustizia non è una dea bendata prende forma dentro quella vicenda. Il libro è scritto dall’avvocato Luca Bauccio, difensore in uno dei procedimenti penali avviati dalla Procura di Reggio Emilia, e nasce dall’esperienza diretta di un processo che ha coinvolto amministratori pubblici, operatori dei servizi sociali e professionisti della salute mentale. Al centro dell’accusa: l’ipotesi che alcune valutazioni psicologiche abbiano orientato in modo improprio gli affidamenti dei minori, trasformando racconti clinici in prove penali.

Il libro non finge equidistanza. È dichiaratamente un testo di parte. Bauccio scrive da avvocato penalista direttamente coinvolto nella vicenda, e in particolare dalla prospettiva della difesa di Nadia Bolognini, psicoterapeuta imputata e successivamente assolta con formula piena. La struttura segue il ritmo dell’arringa difensiva, ma l’obiettivo va oltre il singolo processo: interrogare il modo in cui la giustizia ascolta, interpreta e utilizza le parole dei bambini.

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IL CASO BIBBIANO: CHI, COSA, QUANDO, DOVE, PERCHÉ

Il procedimento si svolge a Reggio Emilia, riguarda fatti avvenuti tra il 2015 e il 2018, e ruota attorno al sistema di tutela dei minori della Val d’Enza. L’accusa ipotizza un uso distorto delle valutazioni psicologiche per orientare gli affidamenti familiari. Secondo la Procura, alcune consulenze avrebbero prodotto narrazioni suggestive e non scientificamente fondate, poi recepite come prove.

Bauccio concentra l’attenzione non sulla dimensione mediatica del caso, ma sul perché e sul come quelle consulenze siano entrate nel processo penale. Il libro si interroga sulla legittimità del passaggio da ipotesi clinica a fatto giuridico.

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CONSULENZE TECNICHE E IMPIANTO ACCUSATORIO

Il nodo centrale del libro riguarda la tenuta scientifica delle consulenze tecniche poste a fondamento dell’accusa. Secondo Bauccio, molte valutazioni psicologiche utilizzate nel processo sono state trattate come dati oggettivi, quando in realtà erano interpretazioni cliniche.

Il linguaggio specialistico viene assunto come garanzia di verità. Ma la scientificità non viene dimostrata. È qui che il lettore ha l’impressione che alcuni assunti dell’accusa risultino bislacchi, perché privi di un quadro teorico condiviso e di criteri di verificabilità. L’arringa procede smontando queste premesse e mettendone in luce le contraddizioni interne.

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PSICOTERAPIA E PROCESSO PENALE

Un asse portante del libro è la distinzione netta tra lavoro clinico e accertamento giudiziario. La psicoterapia non produce fatti, ma significati. Lavora su narrazioni che emergono in una relazione asimmetrica e situata.

Trasformare questo materiale in prova penale significa snaturarlo. Significa confondere il piano dell’ascolto con quello della dimostrazione. Bauccio mostra come questa confusione possa generare effetti rilevanti sul piano penale, soprattutto quando riguarda minori.

Il riferimento alla psicoanalisi ha funzione critica. Serve a ricordare che nessuna interpretazione è neutrale e che il terapeuta non è un perito super partes.

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IL CASO NADIA BOLOGNINI

La vicenda di Nadia Bolognini occupa un ruolo centrale. Psicoterapeuta imputata nel procedimento e difesa da Bauccio, viene assolta perché il fatto non sussiste. L’autore non presenta l’assoluzione come una vittoria ideologica, ma come dimostrazione dei limiti strutturali dell’accusa.

Il tribunale riconosce l’impossibilità di trasformare ipotesi terapeutiche in prove giuridiche. La figura della psicoterapeuta non viene idealizzata né assolta sul piano morale. Viene ricondotta al suo ruolo professionale, distinto da quello peritale. Una distinzione che il libro considera essenziale per evitare derive giudiziarie.

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STILE, CONTESTO E STRUMENTALIZZAZIONI

Lo stile è asciutto. Argomentativo. Privo di enfasi emotiva. I concetti giuridici e psicologici sono spiegati con chiarezza, senza tecnicismi superflui. Le citazioni colte sono misurate. L’obiettivo non è persuadere emotivamente, ma rendere trasparente il ragionamento.

Il libro non nega la necessità di tutelare i minori all’interno delle rispettive famiglie. Non delegittima in blocco magistratura e servizi sociali. Contesta il metodo. Smonta l’uso disinvolto dei saperi esperti come fondamento dell’accusa penale. In questo senso, è difficile non pensare ad altri casi recenti, come quello della cosiddetta “famiglia nel bosco”, anch’essa oggetto di letture e strumentalizzazioni politiche che hanno finito per oscurare il bene e la centralità dei minori a favore di narrazioni ideologiche semplificate.

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DAL LIBRO ALLA SCENA

Il progetto ha avuto una recente evoluzione teatrale. Con la consulenza drammaturgica di Chicco Dossi, il testo è in fase di adattamento come monologo teatrale. Un ritorno alla voce e alla responsabilità di chi prende parola davanti a un pubblico. Non spettacolarizzazione del processo, ma prosecuzione del discorso critico in uno spazio di confronto diretto.

La giustizia non è una dea bendata interroga il rapporto tra diritto, psicoterapia e prova. È un libro di parte, dichiaratamente. Ma è anche un testo rigoroso, una difesa consapevole del mestiere dell’avvocato e dell’importanza delle parole come costruzioni logiche di senso. Un libro che costringe a riflettere sui limiti dell’uso dei saperi esperti nel processo penale e sulle responsabilità di chi li maneggia.

Uno sguardo lucido, aperto e selettivo sulla giustizia come rigore dialettico, oltre ogni velleitarismo aleatorio.

VINCENZO SARDELLI

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Luca Bauccio, La giustizia non è una dea bendata. Diritto, psicoterapia e prova penale nel caso Bibbiano, Collana BehopeBooks, 2025, pp. 148, euro 10,39.

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