Liberatutti di ScenaMadre: tra Marcel Duchamp e Gianni Rodari

 

Far apparire facili le cose difficili: bisogna saperlo fare.

E bisogna volerlo -soprattutto in un ambiente, quello malandato del teatro dell’oggi, n cui spesso ci si compiace di essere happy few: io sono io perché escludo te.

Peccato che lo si faccia col soldo pubblico. Ma questo è un altro discorso.

Tornando a noi: domenica scorsa, 18 gennaio, sono andato al Teatro Testori di Forlì a vedere Liberatutti di ScenaMadre.

Una performance, non uno spettacolo: come ci insegna Patrice Pavis nel suo Dizionario del teatro la differenza sta nel presentarsi come persone, e non come personaggi. Nel non fondare la relazione con il pubblico su quella che in gergo si chiama «sospensione dell’incredulità»: in platea mi commuovo, rido e ho paura se credo davvero, almeno per un po’, che quella persona sia qualcuno che sta amando, lottando, morendo, ecc…

Secondo il modello teatrale consueto, infatti, se io in ogni momento pensassi che quello è un attore preparato e pagato per dire e fare ciò che sta dicendo e facendo non scatterebbe il meccanismo indispensabile di quell’arte.

Nelle performance, e in questo caso in Liberatutti, si cerca una relazione altra con chi guarda. E un’altra verità.

Parola scivolosissima, verità, quando si parla d’arte. Ma questo è un altro discorso.

Tornando a noi: quattro corpi sportivi giocano (ricordiamolo ancora una volta, che in molte lingue i mondi ludici e quelli della rappresentazione e dell’arte sono accomunati dalle stesse parole) platealmente eterodiretti da fondo sala.

Interpellati per nome, articolano una quantità di scene: concitati dialoghi, brevi monologhi in proscenio, azioni dinamiche nello spazio. Materiali performativi che costituiscono l’evidente emersione di improvvisazioni e percorsi di laboratorio, che è una delle assi portanti il lavoro della Compagnia.

Echi di vecchi giochi da cortile, elenchi di scaramanzie e ossessioni, altre semplici invenzioni, in un rapido alternarsi di comicità di battuta e di situazione: tutto incastonato in un contenitore tematico che non intende celare la finzione ma che, al contrario, mette in piena evidenza il linguaggio.

Questo mi son detto soprattutto nella scena finale, in cui lo spazio viene invaso da strisce di nastro adesivo.

E ho pensato a Marcel Duchamp, gigante delle rivoluzioni della Avanguardie storiche. Et ultra.

Era il 1942, erano a New York, Duchamp e André Breton, poeta e teorico del surrealismo.

Organizzavano una mostra d’arte.

Duchamp curò l’allestimento ed il catalogo.

L’allestimento era costituito da una rete di corde intrecciate lungo tutto lo spazio espositivo in modo di avere una percezione diversa delle opere presenti.

L’operazione, intitolata Sedici miglia di stringhe, era in pratica un’opera d’arte che ospitava ed evidenziava le altre opere d’arte, proponendo punti di vista diversi, perché osservare attraverso un reticolato non è la stessa cosa che vedere a campo libero: il suo intento era modificare la percezione.

I visitatori dell’inaugurazione rimasero assai disorientati, non solo dall’installazione, ma anche dalla presenza -voluta da Duchamp- di un gruppo di bambini che giocavano a palla fra i fili tesi in ogni dove.

Merci, Monsieur Duchamp.

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Marcel Duchamp, 16 miglia di stringhe, 1942

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A questo pensavo, domenica scorsa, sul finale di questo spettacolo semplice e interrogante.

Che ci fa soggetti e oggetti di linguaggio senza per questo rendere l’opera qualcosa di cervellotico adatto ai pochi che amano questo genere di elucubrazioni.

Pensavo a questa storia insopportabile della cultura di serie A e di serie B, e di come le opere con e per bambine e bambini, ragazze e ragazzi siano generalmente considerate di minor valore (basti pensare agli spazi che non hanno sui giornali, ai Premi che non vincono, eccetera).

E pensavo alla semplice bellezza di costruire la scena con persone di età e vite così diverse: alcune anche molto, molto giovani, a consegnarsi a quest’arte antica e impermanente con la fragilità e la voglia e la sfrontatezza che solo a quell’età, si può avere.

Mentre tornavo a casa mi è tornato in mente un altro Maestro del Novecento, Gianni Rodari, le ultime righe dell’antefatto della sua Grammatica della Fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie: «”Tutti gli usi della parola a tutti” mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo».

Perché nessuno sia schiavo: Liberatutti.

Dire grazie, almeno.

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