«Una serata così fa meglio che sei mesi dallo psicologo».
«Dio bono!».
Ho captato al volo questo ruspante frammento di dialogo, ieri sera davanti al Teatro Goldoni di Bagnacavallo, subito dopo la replica di AlgoRitmo. Lui e l’AI, con Raffaello Tullo e Martina Salvatore.
L’entusiasmo, a dirla tutta, era evidente anche prima dello spettacolo.
Ancora una volta, davanti al Teatro: una gran fila di persone, di molte età, con l’aria della festa. Un’attitudine sideralmente distante dal tono compunto e un po’ greve a cui sono abituato, nei mondi del contemporaneo in cui ho iniziato a coltivare le mie frequentazioni dell’arte della scena, molti anni fa.
Poi entriamo.
E lo spettacolo inizia.
Fin dai primissimi istanti Tullo e Salvatore hanno il pubblico dalla loro parte: reazioni ilari finanche esagerate, mi dico, per battute fin troppo facili, penso tra me e me, con smaccati riferimenti a discutibili personaggi e grevi balletti televisivi, alla nostra connettività ipertrofica, al comune abbruttirsi quotidiano, con cenni a buffi modi di dire in dialetto romagnolo (perché si sa, la comicità si basa sulla riproposizione del già noto in prospettiva parzialmente alterata).
Risate a bocca aperta, applausi a ripetizione: una benevolenza che Raffaello Tullo e Martina Salvatore si sono preventivamente guadagnati anche grazie a un uso sapientemente scanzonato e al contempo emotivo dei social.
Sanno, in tutta evidenza, come gira il mondo.
Molte migliaia di follower seguono –nomen omen– le avventure private e professionali di questa coppia d’arte e vita, ho scoperto poi.
Io, devo ammetterlo, figlio di un pre-giudizio polveroso e un po’ mortifero per cui esiste una cultura di serie A e una di serie B, con un’innata diffidenza verso ciò che è così smaccatamente comico e facile, ho iniziato questo spettacolo con più di un timore.
Che la cultura, mi sono sempre detto, non può assecondare l’annichilente modello americano the easier the better. Un po’ sana fatica è bene farla: per allenare neuroni, capacità di decodificare linguaggi complessi e innaffiare l’immaginazione consapevole.
E in questo spettacolo noi in platea, di fatica, non ne facciamo per niente: perché c’è ritmo, ritmo, ritmo dal primo al circa novantesimo minuto (più i supplementari, per dirla calcisticamente), in tutto ciò che questi due vorticosi, poliedrici, magistrali corpi-teatro dicono e fanno.
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Un po’ alla volta il mio iniziale pre-giudizio “di categoria” ha lasciato spazio a una sincera ammirazione per l’apparente facilità (anche questa è maestria) con cui Tullo e Salvatore mettono in vita i nostri tic, i nostri immaginari, con variazioni continue, frasi brevi, incalzanti riferimenti al patrimonio di pop culture condiviso, dando luogo a un dispositivo performativo segnatissimo ma al contempo fluido, come una millimetrica coreografia di tensioni e intenzioni, parole e silenzi, sospensioni e slanci, fra loro e con la platea.
Dal plot (un lui solitario e tristanzuolo si vede recapitare inaspettatamente una lei robotica e artificiale: insieme costruiscono una traiettoria di progressivo avvicinamento e favolistica umanizzazione) scaturisce una struttura drammaturgica affatto coesa, entro la quale i molti numeri di bravura si incastonano non come mere esibizioni di maestria, piuttosto come elementi funzionali a far progredire la vicenda.
Una sapientemente elaborata alternanza tra comicità di situazione e battute fulminanti, quadri musicali e body percussion, canto e dialoghi dà corpo scenico a una strabiliante sincronia e sintonia tra due portenti che grazie alla programmazione curata da Accademia Perduta / Romagna Teatri, anche co-produttrice dello spettacolo, ho potuto incontrare e applaudire.
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Qui le persone, mi sono detto uscendo dal teatro, festeggiano il sacrosanto sghignazzo, onorano la sapienza artigianale, celebrano quest’arte antica e presente facendo rinascere, vivaddio finanche etimologicamente, questo rito laico e umanissimo che da ventisei secoli chiamiamo teatro.
Bello quando la forza della scena incrina alcuni pre-giudizi stratificati in anni e anni, ho pensato: meglio di sei mesi dallo psicologo.
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