Inauguro oggi una nuova modalità di restituzione che confido possa vivificare il senso della scrittura critica che da molti anni pratico e che spero possa avere qualche minima utilità divulgativa reale per le persone che avranno voglia di leggere.
Esercizi di semplicità, potrei chiamare questa direzione.
E di brevità.
Per sintesi e dichiarazione di intenti, metto qui un frammento di un amatissimo romanzo dello scrittore ungherese Sándor Márai, Le braci, del 1942, che lessi da ragazzo e che da allora mi accompagna: «Nel cortile del castello c’era un fico pluricentenario, simile a un saggio orientale che ormai sappia raccontare solo storie estremamente semplici».
Ci provo.
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LETIZIA BATTAGLIA AI MUSEI SAN DOMENICO DI FORLÌ
Quando l’ho visitata, dal primo momento all’ultimo, tra le sale, ho avuto gli occhi lucidi.
A partire dalla frase stampata sullo specchio a destra, appena entrato: «Consiglio di fotografare tutto da molto vicino, a distanza di un cazzotto, o di una carezza».
Di fronte a me, un grande ritratto di Letizia Battaglia trentottenne, scattato a Milano da Santi Caleca nel 1972, in cui lei è disarmata e splendente, fragile e sorridente in una strada deserta, con le ciabatte in mano e i piedi nudi sul selciato.
Mi è sembrata una (doppia) dichiarazione di intenti: poi pienamente rispettata dal percorso cronologico e tematico delle circa 200 immagini a seguire.
Palermo > Milano > Palermo > mondo: questo l’itinerario biografico ed espositivo.
Dagli inizi un po’ osé in cui la fotografia serviva alla scrittura giornalistica e viceversa, agli incontri con artisti e intellettuali a Milano (Pasolini, Fo, Rame, Fofi, …).
E soprattutto Palermo: nelle molte foto di morti ammazzati dalla mafia, di corpi a terra e disperazioni.
E poi di case e vicoli e facce e occhi.
E occhi.
E occhi.
Di tante immagini, a volte un po’ sgranate e sbilenche e per questo ancor più commoventi, quelle che più mi hanno sorpreso (perché non conoscevo questo pezzo di sua biografia) sono legate all’avvicinamento alla regia e al lavoro teatrale nella Real Casa dei Matti, l’istituto psichiatrico di Palermo.
A differenza di tutte le altre fotografie, comprese le più patinate dell’ultimo periodo, che presentano chiarissime linee di tensione e di fuga, in cui le figure dinamicamente agiscono e (si) muovono pur nella fissità dell’immagine fotografica, gli struggenti scatti nel Manicomio presentano corpi inerti, ancorché vivissimi, come se l’essere imprigionati in una disumana condizione di reclusone trovasse un correlativo oggettivo nella composizione dell’immagine: non vanno, stanno.
Ferocemente eloquenti, terribili e al contempo delicatissime.
C’è tempo solamente fino a domenica 11 gennaio: siate curiosə, fatevi avanti.
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Info QUI.
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JEFF WALL ALLA FONDAZONE MAST DI BOLOGNA
Questo grande fotografo canadese, oggi quasi ottantenne, lo avevo studiato in occasione del Corso di Storia della Fotografia nei gloriosi anni del DAMS.
L’esposizione al MAST, sfolgorante Fondazione di cui tanto mi avevan parlato ma che ancora non avevo mai visitato, mi ha fatto pensare a quel celebre verso della canzone Incontro di Francesco Guccini: «le cose sognate e poi viste».
In effetti con la dimensione onirica e con l’atto di vedere hanno molto a che fare, queste immagini apparentemente fredde, finanche banali.
In netta contrapposizione con quelle traboccanti di pathos e drammi della mostra forlivese dedicata a Battaglia, queste fotografie (quasi tutte di grandi dimensioni, molte presentate in algide light-box, quasi un marchio di fabbrica di questo autore) vogliono stimolare un nuovo sguardo sull’apparentemente anonimo, di poco o nessun conto.
Un gruppetto di spalle con valigie che si muove da o verso una qualche stazione o aeroporto, due uomini che trasportano un pesante motore, un altro che spazza, una stanza d’albergo da cui sta uscendo una donna delle pulizie, alcune persone che lavorano del pollame.
Con minimale esattezza, il tipo di attivazione proposta da Wall è al contempo concettuale e narrativo: come se ciò che vediamo fosse un frame di un film – o, detto altrimenti, il pezzo di una storia – che sta a ogni guardante inventare, immaginare, raccontare.
Per estensione -e qui sta, forse, il potenziale politico di questo tipo di arte- al centro di queste opere stanno la possibilità e la responsabilità consegnate a ogni persona di creare la propria narrazione e, forse, la propria esperienza nel e del mondo.
L’accesso alla Fondazione è gratuito. C’è addirittura un bar in cui le consumazioni sono offerte.
Questa mostra è visitabile fino all’8 marzo.
Chi può vada. Io, per dire, ci tornerò.
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Info QUI.
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DINO MORRI ALLO SPAZIO CREATIVO DISPLAYART DI RIMINI
Dal grande al piccolo: dagli imponenti luoghi dell’arte a un minuscolo, ma brulicante, spazio indipendente, dai nomi storicizzati a un artigiano della fotografia, dalle immagini numerosissime e/o di grandi dimensioni a una manciata di scatti di misura ridotta.
Sembra seguire il buon consiglio citato in apertura, Dino Morri («fotografare tutto da molto vicino, a distanza di un cazzotto, o di una carezza») in queste immagini in bianco e nero che, come quelle di Battaglia, scaturiscono dall’intensità di incontri con una umanità fragile e sospesa, in questo caso avvenuti in un luogo di accoglienza e cura, in Emilia, qualche anno fa.
Mille sigarette.
E volti giovani e vecchi, occhi chiusi e sguardi dritti, abbracci e sagome solitarie: racchiudono contrasti, queste figure in gabbia, parola-chiave di questo progetto personale e sociale.
Qui il grado di partecipazione dell’autore è massimo – e perfettamente consono il luogo che lo accoglie: centralissimo rispetto alla città ma culturalmente liminale.
Così come il Festival Voci dell’Anima, diretto da Maurizio Argan e Alessandro Carli, nell’ambito del quale ho conosciuto Dino Morri, qualche mese fa.
Occasioni preziose di (r)esistenza artistica e culturale che ci ricordano che nei margini, spesso, si annida inaspettata, dolente, scalciante bellezza: in queste immagini si incarna in corpi che si espongono con pieno coraggio, da capogiro.
Mentre Dino Morri mi accennava le storie delle persone ritratte ho pensato che esiste davvero, etimologicamente, quella cosa che chiamiamo com-passione.
E mi è venuto in mente il poeta Walt Whitman: «Ma se il corpo non è l’anima, l’anima cos’è?».
Ecco una buona domanda.
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La mostra è visitabile fino al 6 febbraio (ore 9-12 e 15 30-18 30). Lo Spazio Creativo Displayart si trova in via Bonsi 40 a Rimini. Ingresso gratuito.
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