Quello che si fa con l’eternità. Su Gilgamesh del Teatro dell’Orsa

ph Gaetano Nenna

 

Solo resiste al tempo
quel che si fa
col tempo.
E quello che si fa
con l’eternità?

[ Cristina Campo ]

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«Stiamo per raccontarvi una delle storie più antiche al mondo. Qualcuno quattromila anni fa l’ha ascoltata. Perché alcune storie sopravvivono e altre no?»: fa il paio con quella dell’autrice de La tigre assenza, la buona domanda che Monica Morini, venerdì scorso 16 gennaio, ha posto alle bambine e ai bambini seduti nella piccola platea del Teatro Biagi D’Antona di Castel Maggiore (BO), lì per vedere e ascoltare Gilgamesh oltre i confini del mondo.

Quanta vertigine, in queste domande apparentemente senza risposta: quesiti che generano pensieri, sussurri che aprono scatole del possibile e dell’impossibile. Così sideralmente distanti dal fare moraleggiante e bambinesco che troppo spesso impesta e annichilisce quel moto originariamente rivoluzionario che è (stato) il Teatro per le nuove generazioni.

Quanto senso nel condividerle, queste domande, occhi negli occhi, con chi è in tutt’altra fase del proprio percorso.

Essere nel principio: essere, direbbe Rilke, «colmi di figure».

Quanta poesia, nel voler accostare a tale breve misura di vita la smisurata gittata di una storia raccontata quattromila anni fa.

Fecondi paradossi dell’arte: parola che, nell’origine, era molto intrecciata ad artigianato, a quel saper fare che le donne e gli uomini del Teatro dell’Orsa non finiscono, con umile caparbietà e matematica visione di cesellare, ogni giorno.

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ph Gaetano Nenna

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È un assolo affatto popolato, questo Gilgamesh.

In scena c’è Bernardino Bonzani, trickster affabulante e saltellante, una faccia «perfetta per prender la luce dei fari» si potrebbe dire con gergo teatrale e una voglia di raccontare che rende più esigenti di storie le orecchie di ciascuno.

Le parole che dice sono sue e di Annamaria Gozzi (dal cui libro edito in Italia da Topipittori e già tradotto in molte lingue origina la drammaturgia) e di Monica Morini, che cura anche la regia, che qui più che mai significa intrecciare significanti e significati, segni e sogni.

Un altro felice paradosso, mescolare una storia tanto antica a una recente riscrittura e alla feroce sintesi che il qui e ora del teatro (soprattutto se la platea è popolata da un pubblico che, se non l’acchiappi, invece di dormire rumoreggia) obbliga a rendere viva.

In scena, di nero vestito, c’è anche il giovane Isacco Garimberti, che anima alcune figure costruite da lui e da Franco Tanzi, artista-artigiano che da molti anni realizza tutte le scenografie e gli oggetti di scena della Compagnia: quanto senso in quest’arte così fuori moda e fuori dal tempo che mescola età e generazioni e saperi che sono innanzi tutto fare accurato delle mani e dei corpi.

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ph Gaetano Nenna

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Ancora.

Per questa creazione il Teatro dell’Orsa si è avvalso della collaborazione artistica di un Maestro del teatro italiano, Bruno Stori: quanto senso in questo dispendio anti-economico di tempo, energie e risorse a coltivare millimetri, a innaffiare dettagli minuti, a incoraggiare respiri.

A proposito di respiri, ci sono anche le musiche originali di Gaetano Nenna, che in molti altri spettacoli del Teatro dell’Orsa suona dal vivo il clarinetto e non solo.

E poi, molto vicino, il lavoro sulla voce e il canto che da molti anni Antonella Talamonti porta avanti con il Teatro dell’Orsa.

Per non parlare della macchina organizzativa: altri cuori, altre menti al lavoro, per far sì che questa cosa impalpabile accada.

«È normale», penseranno le due persone che si troveranno a leggere queste note «è il mestiere del teatro».

Vero.

Non si cercano primati, qui.

Si cerca vita.

E onestà: che in questo caso, fuor di retorica, significa fare bene il mestiere. Come un falegname costruisce una sedia solida, un tavolo che non traballa, un cassetto che si apre come deve.

Si cesella, qui.

Si lima.

Si stringono alcune viti. Altre si allentano.

Affinché il corpo-voce narrante che si consegna alla platea (il corpo-teatro, direbbe Jean-Luc Nancy) sia degno di tale enorme responsabilità.

Ci si guarda occhi negli occhi, qui, tra persone dalle età e vite così diverse.

Vicini, nonostante tutto, di fronte alla gittata smisurata di questo passato che qui, che ora, si vuol (si deve) rendere vivo e presente.

Dire grazie, almeno.

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ph Gaetano Nenna

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