Questa fa l’Arte, quand’è con la maiuscola: muove viscere e neuroni, anche giorni dopo averla incontrata.
A me, spettatore incallito, un po’ di volte per fortuna è capitato.
L’ultima: il 21 gennaio, al Teatro Masini di Faenza, dove ho visto I ragazzi irresistibili con Umberto Orsini e Franco Branciaroli.
Testo di Neil Simon, traduzione di Masolino D’Amico, regia di Massimo Popolizio (che dà anche la voce al regista televisivo, in una delle scene più teatralmente avvincenti dello spettacolo).
Nomi di assoluta rilevanza, lo dico per chi non se ne intende: non mi metterò certo ora a evocarne le scintillanti biografie.
Per riassumere la situazione, invece, copio qui la prima parte della sinossi dello spettacolo:
«I protagonisti della commedia di Neil Simon, giustamente giudicato uno dei maggiori scrittori americani degli ultimi cinquant’anni, sono due anziani attori di varietà che hanno lavorato in coppia dando vita ad un duo diventato famoso come “I ragazzi irresistibili” e che, dopo essersi separati per insanabili incomprensioni, sono chiamati a riunirsi, undici anni dopo, in occasione di una trasmissione televisiva che li vuole insieme, per una sola sera, per celebrare la storia del glorioso varietà americano. In scena vediamo i due vecchi attori che, con le loro diverse personalità, cercano di ricucire quello strappo che li ha separati per tanti anni nel tentativo di ridare vita ad un numero comico che li ha resi famosi. Le incomprensioni antiche si ripresentano più radicate».
Proprio ieri, chi si interessa al mondo delle scene lo sa, è morto un altro grande attore e regista teatrale, Carlo Cecchi.
Lo specifico perché scrivere oggi di questo spettacolo, che nel declino di vite immerse nell’arte ha il suo fuoco, assume una valenza in più: mi e ci ricorda che il confine tra la finzione della scena e la realtà dell’esistenza è a volte affatto sottile.
Si muore davvero, insomma. E i due ragazzi irresistibili sono vecchi davvero: Branciaroli 78 anni, Orsini 91.
Ecco dunque che, a volerlo vedere, l’opera di questa opera -quello che mette in movimento, che fa, insomma- non è solamente offrire un’esilarante serata di magistrale divertimento: è illuminare quello specchio che a volte la scena offre, alle nostre vite.
Detta così, mi rendo conto, potrebbe sembrare un pippone predicatorio: tutt’altro.
Ci sono montagne di mestiere, qui, di quella téchne che da sempre distingue l’artista (e l’artigiano) da chi artista e/o artigiano non è.
E c’è un tenacissimo legame con l’arte antichissima e impermanente del teatro.
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«Perché avete fatto coppia per 43 anni?» «Perché era bravo»: la sapienza come motore e regola dell’esistere, i giochi con le parole del copione che iniziano con le T sputacchiose, l’omaggio al testo inglese originale («Come stai?» «Toccando legno, tutto bene»).
Le mille reiterazioni, l’esattissimo crescendo di refusi, dimenticanze e inciampi, le millimetriche variazioni ritmiche consegnate con una leggerezza che solo i grandi vecchi (e i bambini, e gli animaletti) han la saggezza di abitare.
Mi vien da pensare, a tal proposito, a Le braci, amatissimo romanzo del 1942 dello scrittore ungherese Sándor Márai, che lessi da ragazzo e che da allora mi accompagna: «Nel cortile del castello c’era un fico pluricentenario, simile a un saggio orientale che ormai sappia raccontare solo storie estremamente semplici».
E poi la scena nello studio televisivo, che apre il secondo atto: dialoghi da copione, incisi “veri” di litigio fra loro, risate registrate, voce fuori campo del regista che li incalza e rimbrotta, gli interventi in controtempo dell’assistente, del nipote, dell’infermiera. E ritmo! Ritmo! Ritmo! Un’architettura drammaturgica e registica che andrebbe mostrata in ogni scuola di teatro. Meglio: in ogni scuola, per far vedere quanto può esser viva e scalpitante, quest’arte spesso (anche giustamente) considerata roba polverosa.
E poi la scena finale, con i due che evocano gli applausi dei teatri in cui non sono stati: e di colpo il teatro diventa casa di fantasmi.
Tra il qui e ora e il lì e l’allora.
Tra carne e sogno, vivere e morire.
Chapeau.
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