Visto da noi: Hamnet, o la natura del teatro

ph Focus Features

 

Uscito da alcune settimane nelle sale cinematografiche italiane Hamnet di Chloé Zhao. Un film dall’incedere poetico che si avvia alla prossima edizione degli Oscar con ben otto candidature (tra cui miglior film, miglior regia e miglior attrice protagonista). Colpisce anche per la visione profonda del teatro, o meglio: della natura che alimenta il fatto teatrale – al di là delle assi e del palcoscenico – una forza terrena e rituale, legata alle relazioni umane (e non umane).

La regista traspone l’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell (in italiano Nel nome del figlio), pubblicato nel 2020. La vicenda prende spunto dalla vita familiare del drammaturgo elisabettiano William Shakespeare che con la moglie Anne Hathaway mette al mondo tre figli: Susannah e i gemelli Judith e Hamnet, quest’ultimo morto a soli 11 anni. Nella narrazione di O’Farrell rimaniamo a Stratford-upon-Avon, ma la moglie di Shakespeare si chiama Agnes (come effettivamente viene nominata Anne da suo padre nel testamento). Il personaggio, interpretato nel film da una magnetica Jessie Buckley, si presenta come la figlia di un pastore e di una donna comparsa dalla foresta, da cui eredita un legame strettissimo con il vivente, le sue forze guaritrici e i suoi misteri (come la morte e la nascita).

DISCLAIMER:

Per entrare nei dettagli è impossibile non spoilerare alcuni passaggi, anche salienti, della trama. Per chi l’ha già visto e/o non soffre anticipazioni possiamo proseguire.

Apparentemente l’unione di Agnes e William potrebbe sembrare quella di due dinamiche opposte, l’una legata al mondo della natura e l’altro a quello della cultura, della parola. In realtà la narrazione di O’Farrell e la trasposizione cinematografica di Zhao rivelano quanto questi due aspetti siano profondamente intrecciati e come il teatrale sia in realtà indissolubilmente vicino alle leggi che regolano le relazioni di esistenze, umane e non umane.

Il primo bacio avviene con una rivelazione. Agnes tocca la mano del giovane e alla sua domanda su cosa vedesse, lei risponde: “paesaggi”. L’immaginazione disordinata di William viene così ricondotta a un nuovo orizzonte, quello della sconfinatezza, dell’immensità. Con i suoi poteri visionari, la donna spalanca a un disorientato e tormentato professore di latino le potenzialità del suo genio creativo. Agnes, nel descrivere i paesaggi che abitano Shakespeare, si fa sciamana del viaggio nel suo inconscio che oltre ai versi contiene la natura.

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Shakespeare, in effetti, non rifiuta affatto i “paesaggi” nella sua scrittura e i poteri organici che ivi agiscono. Nel Macbeth, per esempio, non confina le streghe al mondo del demoniaco e del male assoluto, ma piuttosto a quelle forze ancestrali e legate al vivente – ben rappresentate da Agnes – che leggono il mondo attraverso categorie invisibili presenti nelle cose che ci circondano, restituendo vaticini. Tutta la scrittura shakespeariana è permeata di questa coscienza naturale, dal monologo di Mercuzio sulla regina Mab in Romeo e Giulietta alle vicende fatate nel bosco del Sogno di una notte di mezza estate.

In una scena successiva William raggiunge Agnes nel bosco, alla sua richiesta di ascoltare una storia il giovane risponde con il mito di Orfeo ed Euridice (il poeta musico che per salvare l’amata si reca agli Inferi, ma trasgredendo le regole imposte da Ade – non guardarla fino alla fine del viaggio – la fa piombare nuovamente nell’oltretomba). Qui la situazione si ribalta rispetto alla scena precedente. William mostra ad Agnes il potere delle storie, quanto esse siano intimamente legate all’agire umano nel mondo, portatrici di sintesi potenti ed efficaci della sfera naturale cui lei appartiene.

Queste due scene descrivono bene il modo in cui si sono incontrati e innamorati i due giovani, aprendo il proprio cuore reciprocamente a ciò che sembra opposto ma è in realtà simbiotico.

La morte del figlio Hamnet, che prende teatralmente le parti della sorella agonizzante Judith ingannando la Morte, costituisce un forte momento di incrinatura nella relazione tra Agnes e William. L’assenza del marito, nel frattempo trasferitosi a Londra, viene sentita come un elemento di distanza da parte della donna, generando nell’uomo fortissimi sensi di colpa.

La sintesi finale non può che essere il teatro, precipitato delle potenze naturali che abbiamo visto in azione per tutto il film – nelle frequenti inquadrature in alberi, vegetazioni o anfratti dei boschi che restituiti con una vividissima fotografia – ma anche cassa di risonanza e di comunità per le coscienze umane.

Così Agnes, convinta dal fratello, si reca a Londra per vedere l’ultimo lavoro del marito: Hamlet. Una volta entrata nel Globe Theatre, qui restituito con discreta cura storiografica, la troviamo disorientata in quella marmaglia di persone disunite tanto che la finzione teatrale nella prima scena sembra confonderla come un topo in trappola.

Appena entra il personaggio di Amleto, in cui riconosce il figlio, comprende e noi assieme a lei: William mette in scena la morte del figlio per curare l’assenza (intesa qui come la sua mancanza al capezzale e il vuoto dovuto alla scomparsa della persona cara) e al contempo per renderlo eterno. A quel punto la visione naturale e quella teatrale si sovrappongono. Lo spazio scenico diventa luogo di tutto ciò che è vivente e quello che è vissuto, uno spazio liminale in cui esistere è una questione di quinte, ma uscire di scena non vuol dire sparire, solo accedere a un’altra dimensione.

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Una sintesi perfettamente restituita con l’immagine del piccolo Hamnet, visibile solo alla madre e il padre, che scompare dentro il fondoscena, un oscuro arco al centro di un fondale dipinto con alberi. Quella “porta” è la trasposizione sul palco di un anfratto misterioso – una grotta nel bosco in cui spesso Agnes si reca – probabile simbolo di un potere invisibile del mondo. Qui, natura e cultura si uniscono all’insegna del mistero della nascita e della morte.

Infine, nel momento in cui Amleto muore alla fine della tragedia veniamo invasi emotivamente dalla potente intuizione. Agnes tende una mano verso l’attore, poco dopo seguono tutti gli spettatori, dai popolani posizionati nel pit accanto a lei ai nobili e abbienti nelle gallerie. La tragedia singola diventa così collettiva e comune, destinata a rinnovarsi ogni volta che accadrà in scena e a purgare il dolore dell’uno in una catarsi condivisa.

Oggi Hamnet è un film necessario. Ci ricorda il nostro legame con le cose del mondo, come noi dipendiamo da esse e come anche i nostri immaginari non possano essere scissi da quello che ci circonda. Il romanzo di O’Farrell – che non casualmente parla di peste – è uscito durante la pandemia, quando ci sembrava di essere ritornati a capire la nostra interdipendenza con il reale. Eppure, dopo sei anni, pare che tutto abbia preso un’altra piega e bisogna essere grati a Zhao per avercelo ricordato. La regista porta un cinema ecocentrato, capace cioè di dialogare con gli elementi del vivente, in cui l’inquadratura di un albero ha la stessa potenza del Globe ed è il loro montaggio ad ampliarne il valore. Così riafferma che la divisione tra cultura e natura non è un fatto dato, ma qualcosa da mettere in crisi attraverso l’arte, avvertendoci dell’importanza di non perdere il legame ancestrale con ciò che l’ha generata: la relazione tra il reale e l’immaginario. L’umano che guarda il mondo e inventa storie.

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