Tengiz Abuladze: il regista che trasformò la memoria in un atto di libertà

 

Nel panorama del cinema sovietico del Novecento, sono pochi i nomi che si sono affermati con la stessa forza civile e poetica di Tengiz Abuladze.

Regista georgiano, nato nel 1924 a Kutaisi, dopo gli studi all’Istituto teatrale Rustaveli di Tbilisi negli anni fra il 1943 e il 1945, frequentò i corsi all’Istituto di cinematografia, VGIK, con maestri come Lev. V. Kuleshov, Michail I Roman e Sergei Yutkevich, uno dei più grandi e prolifici registi russi del periodo successivo alla Rivoluzione d’Ottobre.

In un’epoca in cui il cinema sovietico era spesso chiamato a mediare fra ideologia ed esigenze artistiche, Abuladze portò in scena un nuovo, personale linguaggio, fortemente legato al cinema e alla cultura della Georgia ma capace di parlare all’intera società sovietica con una potenza simbolica che nessuna censura sarebbe riuscita a spegnere.

Autore e regista raffinato, Abuladze ha sempre mantenuto uno sguardo profondamente umano nelle storie che raccontava. I suoi personaggi, uomini e donne sospesi tra la «fragilità della condizione umana» e il rigore delle leggi morali, incarnano un profondo ideale di giustizia. Non è un caso che nelle sue opere si intreccino realismo e poesia, critica e misticismo, memoria collettiva e tragedia personale, in un tessuto narrativo che riflette la complessità della storia georgiana e al tempo stesso le tensioni politiche dell’intera Unione Sovietica.

Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli Ottanta il lavoro creativo di Abuladze si centra su una trilogia ispirata al tema del bene sul male. I primi due film sono liberamente tratti dalle opere di due classici della letteratura georgiana, Mol′ba del 1968, (La supplica) e Drevo želanija del 1977 (L’albero dei desideri) dai racconti contadini di G.N. Leonidze.

 

 

Nel film La supplica, la parola diventa il motore di un racconto che parla del destino, fra tradizione e di spiritualità. Ne L’albero dei desideri Abuladze racconta la vita rurale con uno sguardo al tempo stesso affettuoso e implacabile. Trasformando storie quotidiane in una meditazione sulla insicurezza della comunità contadina precedente alla rivoluzione.

È però con Pokajanie (Pentimento), girato nel 1984, che Abuladze raggiunse la fama internazionale.

 

 

Opera di denuncia dei crimini staliniani e del loro occultamento, lo porterà a scontrarsi con la storia sovietica. Il film, realizzato in un momento ancora dominato dalle ombre del passato staliniano, affronta per la prima volta in modo esplicito il tema delle purghe degli anni Trenta. Lo fa attraverso un linguaggio allegorico che richiama il teatro e le fiabe popolari, ma che lascia spazi alla denuncia morale in scena. La figura del dittatore, dipinta con tratti quasi caricaturali, inquietanti, diventa il simbolo dispotico del potere e della fragilità della verità sotto i regimi totalitari. In una delle scene più curiose, tra i personaggi principali del film, ironia della sorte, compare un uomo di nome Sandro, più precisamente Sandro Barateli, – interpretato dall’attore georgiano David Giorgobiani.

Non sorprende che Pentimento fu immediatamente proibito, considerato troppo vicino a quelle ferite storiche che il regime preferiva non riaprire. Il film fu messo da parte, censurato almeno fino al 1987. Con la glasnost’ di Michail Gorbačëv l’opera venne riabilitata e distribuita in tutto il Paese. La sua proiezione fu un evento collettivo, un momento che molti ricordano come un riscatto della coscienza e dell’apatia imposta dal regime. Per la prima volta, dopo anni di avversione, il cinema sovietico si trovava davanti, a guardarsi allo specchio, il volto oscuro del passato.

Presentato anche all’estero, in quello stesso anno il film ricevette diversi premi al Festival di Cannes, dove ottenne il Gran Premio Speciale della Giuria. Fino ad allora Abuladze  era poco conosciuto in Occidente. Il film diventò in pochi anni, «un atto di coraggio, di verità», dopo il lungo silenzio di un popolo dalle macerie di un’ideologia fallita.

 

 

Oggi, riguardando la sua opera nel suo insieme, si coglie con chiarezza il filo che unisce i suoi film: la convinzione che il cinema non sia soltanto ricerca estetica ma un modo per interrogare la Storia, per ricordare ciò che è stato e per dare voce a ciò non deve essere dimenticato. La sua versatilità, capace di muoversi dal neorealismo alla poesia sperimentale, non fu mai un semplice esercizio stilistico, ma un modo per dare forma a una verità che, nel contesto sovietico, non poteva essere detta apertamente.

Ed è forse questo, più di ogni altro cosa, che rende i film di Abuladze ancora oggi attuali, necessari e profondamente commoventi.

 

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Nasco a Cesena nel 1978, con la grande passione per la musica e un amore folle per Chet Baker. Lavoro da tanti anni, quasi troppi, come commercialista, districandomi fra imposte e dichiarazioni dei redditi. Mi appassiono fin da giovane alle arti e alle lingue, per poi scoprire la cultura sovietica e russa. Ora cerco di bilanciare il mio lato pragmatico con l’utopia dei miei sogni inespressi, affannandomi nel cercare un equilibrio. Nonostante questa mia doppia indole, credo che la vita debba essere concepita come la realizzazione dei propri desideri, per cui dopo una laurea al Dams ottenuta negli anni della mia senilità, sto realizzando un altro grande desiderio: quello di scrivere!

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