Quando il gioco si fa serio. Su Metadietro di Antonio Rezza e Flavia Mastrella

 

Un habitat di morbido tulle bianco appoggiato su sostegni leggeri, simile ad un trealberi, spiega le sue vele nella scena concepita da Flavia Mastrella per essere vissuta dalle ampie falcate di estro plastico e infrangibile con le quali Antonio Rezza solca il palcoscenico del loro nuovo Metadietro (produzione La Fabbrica dell’Attore, Teatro Vascello, Rezza-Mastrella, visto al Teatro Puccini di Firenze).

Mentre aspettiamo che lo spettacolo inizi stiamo già dolcemente naufragando in un gorgo caldo di brodo primordiale, di memorie che fanno risacca di schiume l’una sull’altra, siamo la conchiglia della battigia che ruzzola tra le suggestioni che si susseguono e la sballottano sul litorale di poltroncine rosse.

La costruzione tricuspide, metamorfica fino al midollo, diventa per noi una tenda degli indiani, uno stargate, un raviolo cinese gigante, la casa sulla spiaggia fatta di legno e ricoperta di asciugamani sabbiosi.

Prima ancora di cominciare, Metadietro è già una stanza dei balocchi senza soffitto, senza pareti, senza pavimento: siamo in Via dei Matti e dentro la stanza non c’è il cielo ma un colossale Big Bang di matrioske piene di coriandoli, un dadaspazio in cui l’angolo del play simbolico confina a nord con la scatola dei travestimenti, a sud con il gioco linguistico, ad est con il mare tempestoso di una Cipro shackespeariana con boe galleggianti a bordo palco, ad ovest con la palestra dove è appoggiata la palla da pilates.

 

 

Rezza-ammiraglio-astronauta-motociclista-robot si orienta in questa geografia immaginaria mettendo le mani a cannocchiale davanti alle pupille per scrutare l’orizzonte e giocare il suo testo mai scritto, ammainando e spiegando le vele, facendo naufragio, approdando su un’isola sconosciuta, decollando verso la Luna sulla navicella spaziale, remando in canoa sul Matogrosso.

Nei viaggi visionari ogni cosa deve essere detta per poter accadere realmente, deve essere sottolineata e descritta, spiegata e commentata, bisogna verbalizzare per poter visualizzare e vivificare, per rendere presente ciò che è nella finzione.

È in questa operazione che si dispiega tutta la virtus di Antonio Rezza nella parola, nel gesto, nell’espressione, nel suo farsi spazio così personale e peculiare, con la presenza e con la voce.

È un discorso che fluisce incalzante, senza soste e senza pause, procedendo per associazioni, assonanze, similitudini, come da una liana all’altra in una foresta di mangrovie, nessun ponte sospeso ma un concatenarsi di immagini che trascolorano l’una nell’altra.

Giocare ai naufraghi è anche una grande occasione per essere seri e fissare nella nostra memoria alcune istantanee di feroce ironia, per esempio prospettando un futuro nel quale la massa dei cadaveri di coloro che sono defunti in mare avrà superato quella dell’acqua e l’ombrellone più esclusivo sarà piantato a trenta centimetri frontemorti: allora l’orizzonte non sarà più un concetto astratto, ma figurativo, e si potrà fare piedino con l’alluce alle salme.

Il pubblico ride, anche quando Rezza lo tratta come fosse una foresta di posidonie o un banco di alghe incrociato durante la navigazione e ci apostrofa con “i vegetali”.

 

 

Monologando si sposta con andatura ginnica dal calcolo matematico delle età progressive ai neologismi, approdando ad un’ode all’intelligenza “artificiosa”, artigianale (ovviamente contrapposta a quella “artificiale”), divergente, alla capacità di creare sia lo schema che il suo fuorischema, all’inventiva necessaria per costruire la struttura con ciò che resta delle sovrastrutture demolite, a quell’intelletto che è capace di restare in silenzio quando tutti si aspettano il contrario.

Ma che cosa sarebbe tutto questo senza un compagno di avventure, un alleato a cui dare gli ordini, un fedele compare, un altro camaleontico fanciullo che sappia lasciarsi plasmare dalle giravolte della fantasia, dalle montagne russe (forse quelle dei russi, appostati sul satellite) che ci lanciano dai flutti dell’oceano fin su in orbita come palline da ping-pong? Semplicemente non sarebbe.

Ed infatti è una poltrona per due questo abitacolo anfibio nel quale Rezza occupa il sedile anteriore e Daniele Cavaioli, garbata, delicata e poetica presenza, quello posteriore.

Si percorrono gli anni luce tutti d’un fiato e il capitano incalza: “Come li vedi i Russi? Piccoli. E a me come mi vedi? Me da dietro”.

Ed è già metadietro, ma anche centro pieno dritto al cuore, in un teatro che è ritorno alle origini, bolla di sapone iridescente, primitivismo geniale che ci riporta a quel modo sorgivo e palpitante di esistere in cui bastava salire a cavallo di una scopa per essere un cavaliere al galoppo oppure muovere ritmicamente le braccia per volare attraverso infinite metafore.

 

 

È così che uno straccio per pulire i pavimenti diventa bandiera da esploratori, ora piantata per segnare la conquista, ora usata per pulirsi i piedi: i due viaggiatori sono un tutto unico, una sola squadra per un solo gioco, una metà davanti e una dietro.

A noi rimane addosso la sensazione di averli spiati durante le loro peripezie, di aver sentito sulla pelle il salmastro e la salsedine, di essere stati travolti da una mitragliata di parole policrome che infine si dissolve in una nube dolceamara di zucchero filato.

 

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