Tra ostensione e nascondimento. Su The Remembering box – La testa di Elena Galeotti

ph Dorin Mihai

 

Vien da pensare a Yoko Ono, alla sua A box of smile del 1967, apprestandosi a scrivere una breve nota su The Remembering box – La testa, progetto decennale di Elena Galeotti approdato nella sua forma più recente al Teatro delle Moline di Bologna il 30 e 31 gennaio scorsi.

L’operina di Ono è una semplice scatola che ha, nel fondo, un piccolo specchio: la apri, ci guardi dentro, ti ci vedi, inevitabilmente ti viene da sorridere, ecco che la scatola si riempie del tuo sorriso.

Ono, si sa, era parte di Fluxus, il movimento fondato da George Maciunas a inizio anni Sessanta che aveva nell’attivazione dei fruitori attraverso oggetti comuni, di produzione industriale, il proprio fuoco.

La creazione di Galeotti questo fa, a voler forse troppo brutalmente sintetizzare: chiama dentro.

Detta altrimenti: pone al centro del proprio esistere la percezione di chi la incontra, consegnando una quantità di segni aperti (Umberto Eco docet) in vece di un’univoca narrazione.

L’opera di quest’arte è dar luogo a una minuscola, intricata e al contempo luminosa boscaglia di segni nella quale (auto)orientarsi.

Un’ironia grandguignolesca pervade questo invito all’andare: reiterati abbassamenti e rilanci, morte e vita e ancora morte.

Una vamp male in arnese, lirica e dolente, sguaiata e minuziosa sta, contrappuntata da un’algida figura un po’ servo di scena e un po’ figlia.

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ph Dorin Mihai

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Erodiade e Salomè, i riferimenti dichiarati, a dar luogo a una relazione in cui la scatola (scenica) è scaturigine di ricordi, ora mesti e ora sornioni.

E ricordare, si sa, nell’etimologia, è ritornare dalle parti del cuore.

A tal proposito: è stracolmo di affetti, questo piccolo lavoro.

Usiamo ora questa parola non in senso comunemente romantico, ma letteralmente barocco.

La Affektenlehre -ricordi di scuola- concepiva la musica come un linguaggio capace di suscitare specifiche emozioni (affetti) nell’ascoltatore. Ogni movimento o brano era solitamente dedicato a un singolo affetto, utilizzando tecniche retoriche e ritmiche per provocare stati d’animo definiti, spesso divisi in giocosi e molesti.

Questo fa, la creazione di Galeotti.

E per farlo ci vuole mestiere. E cuore. E un progetto.

Tutto questo abbonda, nella miniatura scenica che ci è stata offerta allo sguardo, nell’intimità delle Moline: un passo alla volta, a (dis)orientarci, con continui repentini cambi di passo e d’atmosfera.

Ironia per reiterati abbassamenti e iperboli, accumuli ed esagerazioni; una ridda di riferimenti (da Oscar Wilde a Giovanni Testori, da Billy Wilder a Ken Russel, solo per nominare quelli indicati in locandina); masticamenti dialettali e silenzi, citazioni poetiche e cinematografiche.

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ph Dorin Mihai

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L’io dell’artista è qui, lo si può forse affermare senza psicologismi, motore della creazione.

Vien da pensare ai letti disfatti fotografati da Sophie Calle, a quell’ostender la propria intimità suggerendo inquietudini senza pornografia.

Vien da pensare alla commovente installazione permanente di Christian Boltanski al Museo per la Memoria di Ustica, proprio di Bologna. A quelle grandi casse nere, attorno al relitto, in cui sono custoditi, celati allo sguardo, gli oggetti personali e ordinari delle vittime: scarpe, giubbotti, libri.

Vien da pensare alle cancellature di Emilio Isgrò: lasciano affiorare frammenti che spetta a noi, ricomporre.

È in bilico esatto tra ostensione e nascondimento, si può forse azzardare, l’io che genera l’opera, in questo caso fortunato.

E fortunati noi ad aver preso parte a questo sgangherato ed esattissimo cabaret mitologico.

A questo sghignazzante rito funebre che, c’è da scommeterlo, continuerà a mutare: come la vita.

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Yoko Ono, A box of smile, 1967

 

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