Variazioni su ciò che resta. LI HO VISTI di Stefano Ricci

Stefano Ricci - ph © Lorenzo Burlando

 

La mostra LI HO VISTI, visitabile fino al 19 aprile alla Galleria Modernissimo di Bologna, mette in vita un’operazione che, pur nascendo in relazione diretta con il cinema, con un balzo lo travalica.

I disegni di Stefano Ricci non sono illustrazioni di film, né omaggi iconografici.

La sua ricerca si colloca entro una linea della modernità che ha messo in crisi l’idea dell’immagine come rappresentazione, trasformandola piuttosto in evento, in apparizione instabile della materia.

Non siamo nel dominio dell’astrazione lirica: la sua pratica dialoga con la persistenza ostinata della figura umana, sebbene la sottoponga a un processo di consunzione.

In questo senso il suo lavoro appare in qualche modo prossimo alla “pittura di carne” di Francis Bacon — quella che non rappresenta il corpo, ma ne evoca la vulnerabilità attraverso la materia.

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ph Lorenzo Burlando per Cineteca di Bologna

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Il colore, spesso compresso in gamme ristrette o violente, non costruisce atmosfera ma agisce come agente chimico. Il rosso, in particolare, non è simbolico né espressivo in senso romantico: è un elemento strutturale, quasi un reagente che corrode la forma e insieme la rende visibile. Si potrebbe parlare di pittura ematica?

Il segno, qui, non descrive, non delinea: incide.

La linea è più simile a un graffio che a un contorno.

Il lavoro di Ricci suggerisce che ogni immagine, oggi, è inevitabilmente postuma, e che crearne significa lavorare su ciò che resta: lacerti, fantasmi, residui visivi.

La forza del suo lavoro risiede proprio in questa posizione non conciliata. Il disegno non viene scelto come linguaggio sovrano, ma praticato come campo di attrito tra visione e cancellazione, tra memoria e materia.

È in questa frizione che l’immagine, pur continuamente negata, continua ostinatamente a riapparire.

Il progetto — un disegno al giorno per un’intera Stagione di programmazione cinematografica — si fonda su una scelta metodologica che richiama pratiche artistiche novecentesche basate sul vincolo, sulla serialità, sulla durata. Non si tratta però di un’accumulazione fredda, concettuale: la moltiplicazione qui è esposta al rischio, all’affaticamento, all’errore.

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ph Lorenzo Burlando per Cineteca di Bologna

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In tal senso il volume LI HO VISTI, pubblicato dalle Edizioni Cineteca di Bologna, non va inteso come semplice catalogo.

Come suggerisce Roy Menarini, può funzionare piuttosto come Libro dei sogni: raccolta non lineare, attraversabile per salti, associazioni, ritorni.

Questa possente pubblicazione si colloca nella tradizione di quei volumi d’artista che non documentano un lavoro ma lo prolungano: non archivio, ma spazio ulteriore di esperienza.

Teatro-in-forma-di-libro, avrebbe detto Ferdinando Taviani.

Emilio Varrà, nel suo contributo insiste giustamente sulla dimensione performativa del progetto. Non perché i disegni nascano davanti a un pubblico, ma perché sono nati vincolati a un tempo, a una regola, a una durata.

Questo spiega anche il rapporto con il teatro di Ricci (in primis con Ermanna Montanari): non come mera contaminazione linguistica, ma come condivisione di un’etica del fare, in cui l’opera è inseparabile dal processo che la genera.

Per concludere, azzardo: nel loro insieme, i lavori di LI HO VISTI costituiscono una presa di posizione dialettica rispetto alla proliferazione contemporanea delle immagini.

Non accumulano visioni, le restringono.

Non moltiplicano l’accesso, lo rallentano.

Ogni disegno è una forma di resistenza alla trasparenza immediata del visibile.

Più che una semplice celebrazione del cinema, questa mostra e questo volume propongono una riflessione sulla persistenza delle immagini: su ciò che resta, su ciò che si deforma, su ciò che continua a lavorare nello sguardo anche quando lo schermo è ormai buio, anche quando il libro è ormai chiuso.

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ph Lorenzo Burlando per Cineteca di Bologna

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