Visto da noi: L’oro del Reno

È un’epoca di cinema vuoti e salotti affollati da mille e più “contenuti”.
 Vengono chiamati così, in gergo, i film che si trovano sulle piattaforme di streaming.
 Come a ribadire che il loro unico valore è esserci ed essere in tanti.

Ma se l’arte ci insegna qualcosa è che il contenuto è niente, senza la forma e che il cinema (chiamiamolo ancora così) è questione di stile.

L’oro del Reno è un film che ha stile, uno stile libero e liberty.

Si tratta dell’opera prima del regista Lorenzo Pullega.
Il film è in un certo senso autobiografico, poiché la cinepresa è esplicitamente l’occhio del regista, che esplora le coste del Reno (non il fiume germanico ma quello bolognese) a caccia di storie. Raccoglie testimonianze e racconti di personaggi veri, che, in alcuni casi compaiono in scena e per l’occasione recitano sé stessi, giocando tra realtà e finzione e confondendo le acque della verità.

Di quaranta storie, afferma il regista, è stata fatta una selezione e sono circa una dozzina quelle sopravvissute, che compongono il film. Ad esempio, la leggenda degli spiriti dei bambini morti nel fiume, che compaiono di notte con i loro occhi luminosi. Oppure il racconto, tremendamente attuale, dell’alluvione che distrugge un paese e di una ragazza che prende il largo a bordo di un letto. Spesso sono accenni di storie, poco più di voci o corpi: un vecchio che prende il sole, nudo, in pieno inverno; un magistrato nelle fogne di Bologna; l’ombra di un amante che svanisce al mattino, una contessa immersa nell’acqua calda delle terme.

Si capisce già parlandone: sono immagini, accostamenti di colori, forme, fisicità che creano insieme nuovi significati.
Questo è quello che si dice “stile”.

Lo stile di questo film l’ho definito liberty.

Il film, infatti, parte con un piccolo equipaggio di giapponesi melomani (cioè amanti del melodramma), venuti ad esplorare il fiume Reno, credendolo erroneamente quello dell’opera wagneriana. Tutta l’estetica si gioca su questo equivoco, costruendo un affresco di font, architetture, colori e simboli mutuati dall’immaginario liberty operistico. Applicati ad un piccolo fiume delle campagne emiliane creano un contrasto forte, comico, ma non stonato, costruito su una serie di leitmotiv, anche musicali.

Le storie si inseguono, si richiamano tra loro. Alcuni elementi e simboli ritornano.
La cinepresa ascolta e segue con lo sguardo e con il movimento il loro unirsi e disunirsi, al ritmo del fluire del fiume.
Dalla sorgente fino alla foce si è totalmente immersi in un mondo del tutto realistico e, allo stesso tempo, surreale, che può capire bene chi ha nelle orecchie i racconti di genitori, nonni, zii, cugini, amici e spacconi di paese, assurdi, inventati, ma sempre veri.

Gli echi artistici sono tanti. Federico Fellini, in primo luogo.
A tratti pare di essere all’ombra della sua luna di paese, nella nebbia di Amarcord, alle terme di 8 e 1/2, sulla spiaggia de La dolce vita o di fronte ai musicisti di Prova d’orchestra.
Ma ci sono anche le acque di Gatto nero gatto bianco di Emir Kusturika, in cui galleggiano matti e lavatrici. La scena del battesimo nel fiume mi ricorda Fratello dove sei?, di Ethan e Joel Coen. Il letto galleggiante su cui si incontrano i due amanti mi riporta subito al Titanic di James Cameron.

Sarà perché l’acqua è un mondo che ci parla che è facile lasciarsi andare e cercare le pepite d’oro dei richiami e dei ricordi.

Sicuramente è il segno che il fiume costruito da Lorenzo Pullega è vivo e scorre.

Attualmente prosegue la sua distribuzione, un cinema alla volta.
Il mio invito è quello di farsi un tuffo.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.