Gli “Orizzonti Lontani” di Steve McCurry, un sogno ad occhi aperti

Un'immagine della mostra

Dal 22 novembre 2025 al 12 aprile 2026 si tiene la mostra Steve McCurry Orizzonti Lontani presso Palazzo Pigorini a Parma.

Sono scatti realizzati in oltre quarant’anni di carriera: dal Sud-Est asiatico alla  Cina, dal Sud America all’India fino all’ Afghanistan e al resto del Mondo.

La curatrice della mostra, prodotta da Artika in collaborazione con Orion57 e il Comune di Parma, è Biba Giacchetti.

La sensibilità sopraffina di McCurry rivela la bellezza del Mondo per mezzo del pensiero laterale perché ciò che dovrebbe far sempre un fotografo è rivelare a tutti una visione del Pianeta Terra che altri non hanno mai prima scoperto e poi rivelato.

Tutti i soggetti rappresentati hanno appeal e rendono il plot della mostra un sogno ad occhi aperti.

Con Steve il Mondo diventa un’enciclopedia in cui tutto si fa meraviglioso agli occhi dello spettatore.

Chi è Steve McCurry

Steve McCurry classe 1950 nasce a Philadelphia, città in cui inizia a realizzare i primi scatti per un giornale locale. Membro dell’agenzia Magnum nel 1974 si laurea in Cinematografia e Teatro all’Università della Pennsylvania. Negli anni Settanta lavora come freelance realizzando reportage sull’India e sull’Afghanistan, paesi largamente esplorati dal suo obiettivo. In india realizza il suo primo portfolio, ma è l’Afghanistan che gli spalanca le porte di riviste internazionali del calibro di Time, Life, Newsweek, Geo e National Geographic.  Steve è un instancabile viaggiatore e ha fatto del movimento una filosofia di vita.

«Il solo fatto di viaggiare e conoscere culture diverse – spiega –  mi dà gioia e una carica inesauribile».

Siamo nel 1979 e McCurry entra nelle terre dei Mujahiddin poco prima che siano invasi dai Russi. L’Afghanistan è una missione pericolosa in cui riesce per un pelo a salvare i rullini cuciti fra i vestiti.

Lo inviano poi su fronti caldi e sempre in prima linea: Beirut, Cambogia, Kuwait ed ex Jugloslavia. McCurry rischia spesso la vita per documentare le conseguenze tragiche delle guerre. Le sue foto a colori (rullini Kodak) hanno un taglio antropologico e documentaristico in cui l’autore osserva l’umanità in modo chirurgico.

Ciò che colpisce subito delle sue foto è la vigilanza certosina nel ritrarre soggetti dalle multiformi sfumature ed espressioni facciali, oltre alla capacità indiscutibile di differenziare ogni immagine rendendola indimenticabile. Il perfezionismo tecnico conduce lo spettatore all’interno di racconti di una calma olimpica.

L’alta stabilità emotiva del fotografo pare ipnotizzare i soggetti rappresentati.

 

Cronaca, narrazione e argomenti

Al Ahmadi, Kuwait, 1991: la guerra del Golfo è il più grande disastro ecologico del ventesimo secolo. C’è Steve che documenta per il National Geographic gli effetti disastrosi della guerra sull’ecosistema. E’ dura e rischia di saltare su mine anti uomo. L’occhio osserva una famiglia di cammelli spaesati e famelici che cerca di sopravvivere. Cavalli, vacche, interi stormi di uccelli sono disperati. Il ritmo di un fumo nero e acre, motivo dominante dell’immagine, sovrasta la composizione.

Umano troppo umano è l’afflato che si respira in ogni scatto di McCurry. Per Steve lo sguardo è un imperativo categorico: sguardi annoiati, tristi, cinici, intensi, fieri e degni in costante dialogo con il pubblico. Linee, forme e colori si espandono in una sinfonia di stile che emoziona e produce senso. Trattasi infatti di un leitmotiv di McCurry, il gioco di sguardi, che invita sempre lo spettatore a partecipare agli eventi narrati o alle persone ritratte.

Steve si relaziona con una realtà che narra senza alcuna sbavatura. “Ho imparato a essere paziente. – spiega –  Se aspetti abbastanza le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te”.

Nella sua opera la Camera Chiara (1980) Roland Barthes suddivide il testo fotografico in tre parti: l’operator è colui che scatta la foto, lo spectator è il fruitore dell’immagine e lo spectrum è il soggetto immortalato. In McCurry lo spectator è sempre sazio di bellezza, lo spectrum è in realtà vivo e vegeto in mezzo a noi e l’operator ha una coscienza purissima, una visione fra cielo e terra che è disciplina dello sguardo.

La macchina fotografica è qui come un Terzo Occhio Buddista: simbolo di illuminazione, saggezza superiore e visione interiore. L’obiettivo diviene la capacità di vedere oltre le illusioni del mondo materiale percependo la vera natura della realtà così com’è. La poetica di Steve è una questione non solo di corpi e di volti, ma soprattutto di intelletto: attimi irripetibili sottratti al fluire del tempo, immagini consacrate all’esercizio pratico dei cinque sensi, inquadrature cruciali che celebrano vite e cronache, forme geometriche della natura e anime scosse ma mai arrendevoli. Fotografie che sono da una parte un mezzo per attestare un senso presente nel Mondo (la fotografia come testimonianza) dall’altra un linguaggio che conferisce un senso alla realtà e alla natura (la fotografia come opera d’arte). Immagini che non sono esposte secondo un criterio cronologico o geografico, ma catalogate per affinità di soggetti ed emozioni.

E’ il saper comporre una fotografia come se fosse lo spartito di un compositore che fa di McCurry un autore straordinario: ciò significa disporre i soggetti rappresentati in modo da ottenere immagini uniche alla vista accostando i colori in modo da ottenere una piacevole armonia cromatica. A livello testuale le opere illustrano un caleidoscopio descrittivo o narrativo eccezionale.

New York, September 11, 2001. L’attentato alle Torri Gemelle rappresenta la sua esperienza più personale. E’ cronaca, è storia. L’autore si trova lì in modo del tutto accidentale e documenta i fatti. Lo slancio delle linee verticali della prima composizione svanisce nel crack del crollo della torre, che va in un fumo come una banana sbucciata. Le linee orizzontali della seconda composizione conducono a piccoli uomini attoniti dinanzi alla devastazione. Rimane solo lo scheletro di un gigante d’acciaio fra sbuffi di polvere rincuorati dalla luce pallida di un Sole lontano.

Poi la macchina fotografica si fa denuncia sociale. Il testo argomentativo di un ragazzino di 12 anni è ritratto in piano americano segmentato da cinturoni di proiettili sul petto. Si vuole sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione terribile dei bambini soldato a Kabul, Afghanistan, 1993. In un solo scatto ci sono lo sguardo di un’ infanzia rubata e l’epopea dell’etnia Hazara perseguitata. La costruzione di senso del testo e l’orientamento dello sguardo dello spettatore sono onnipresenti creando così un intreccio nel percorso espositivo su due piani di Palazzo Pigorini.

La vivace apertura al cambiamento permette a Steve la sperimentazione di numerose tecniche fotografiche. Non solo tecniche ma anche fabula: ogni storia è osservata così come è accaduta. Wadi Hadhramaut, Yemen, 1999: regola dei terzi, ma non troppo. C’è la semplicità, che fa capire subito all’osservatore qual è il soggetto della foto, ovverosia la ripetizione per sei volte della curiosa forma di un copricapo un po’ alto in altrettanti sei soggetti accovacciati e cupi. La foggia degli abiti li fa sembrare delle ombre. Tempo e spazio sono sospesi. Il Sole irradia una luce luminosa. Steve si chiede il perché di un copricapo così alto.Una relazione antropologica sui costumi Yemeniti.

Angkor Wat, Cambogia, 1999: punto di fuga è la prospettiva sul Tempio principale di Angkor Wat, patrimonio mondiale dell’umanità. Quattro monaci a figura intera percorrono il selciato bagnato di una strada maestra. Ha piovuto, pioggia battente. La luce si fa rada in questa composizione ad X. Magistrale equilibrio compositivo. Un’esposizione a scopo informativo non solo del complesso architettonico, ma anche della pace che segue alle piogge della stagione monsonica. Il colore caldo arancione delle tuniche dei monaci fa da punctum, ovverosia da dettaglio rilevante.

Ed ecco che l’obiettivo diventa un mito. 

McCurry è infatti l’autore di uno degli scatti più iconici della fotografia mondiale: il ritratto della ragazza afghana dagli occhi verdi, Sharbat Gula, testo biografico pubblicato su National Geographic e divenuto simbolo della tristezza di un popolo costretto a vivere nei campi profughi.

Peshawar, Pakistan, 1984. – spiega – Mi trovavo in un campo di rifugiati Afgani. Sentii un vociare allegro provenire da una tenda e scoprii che si trattava di una scuola. L’insegnante mi permise di fotografare le bambine. E io avevo subito notato questa bambina dallo sguardo incredibile; era seduta in un angolo, in disparte.”

Ha un grande interesse per l’antropologia: si nota da come osserva le culture umane. Tracce di queste culture sono i costumi e i colori. L’autore ne evidenzia i caratteri tipici per ogni gruppo etnico. Le etnie sono percepite come un  insieme di usi e costumi che identificano un gruppo sociale o individui in particolare.

In McCurry il mondo diventa un insieme dialettico di patrimoni psichici esperienziali ed individuali e la sua visione antropologica pone al centro di tutto le biografie di umanità diversamente etniche per poi spostarsi in un tourbillon di conflitti spinosi, giochi d’infanzia, apocalissi urbane, culti devoti, amore sconfinato per la libertà della natura e ritratti in cui ogni volto è un concentrato di storie ed emozioni oltre che un’accurata ricerca estetica.

New York, USA, 2010: il ritratto di un malinconico Robert de Niro nel suo studio è un omaggio alla Grande Mela. Sviluppate la pazienza, molto pazienza, se volete ottenere un grande scatto.

Perchè visitare la mostra?

La mostra si rivolge a tutti gli amanti della fotografia e della bellezza.

Conoscerete lo sguardo profondo e autentico di uno dei più grandi narratori visivi del nostro tempo.

Uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea.

Pluripremiato con il prestigioso World Press Photo Award il “Premio Nobel” della fotografia.

Qualsiasi spettatore della mostra avrà l’occasione di capire lo studium, ovverosia si porrà domande sugli usi, i costumi, le informazioni razionali usuali o inusuali veicolate dalle immagini.

Qualsiasi spettatore coglierà inoltre il punctum di ogni situazione, vale a dire l’aspetto emotivo veicolato da un dettaglio in particolare delle foto (maschere, a testa in giù, sguardo in macchina, salti, volo sulla folla, lettering, stoffe, linea guida, lanterna, sacro, profano, rughe, denti, barbe, macigno, ritmo dei gradini, crepa, texture, giochi, decorazioni, acconciature, colori caldi, costumi etnici, fenotipi, presepe, caos, tragedia, macchie, tracce, impronte, linee, letture, controluce, riflessi, centri di interesse, figure di spalle che coinvolgono lo spettatore all’interno dell’immagine).