La grandiosità della mostra “Barocco il gran teatro delle idee”

Veduta della mostra

“Barocco il gran teatro delle idee”, a cura di Cristina Acidini, Daniele Benati, Enrico Colle, Andreas Dehmer, Fernando Mazzocca e Francesco Petrucci, è la nuova mostra allestita a Forlì fino al 28 Giugno 2026 tra l’ex Chiesa di San Giacomo e il Museo San Domenico.

I quadri, le prime edizioni, le piante, le sculture, gli oggetti d’uso e i bozzetti esposti sono circa duecento. Il segno Barocco è dinamismo, contrasto e teatralità: non si limita a rappresentare, ma mette in scena con sfarzo e innovazione. Il Barocco è protagonista a Roma nei primi decenni del Seicento e si sviluppa nelle più importanti città d’Europa per poi allargarsi ad intere Nazioni. Un seicento “sudicio e sfarzoso”, ma innovatore nella percezione di sé e del Mondo.

L’architettura e Roma

Il linguaggio con cui il Barocco si esalta è l’architettura: concezioni scenografiche di piazze e giardini in cui lo schema architettonico si allarga in effetti pittorici. L’architettura Barocca si differenzia dall’equilibrio Rinascimentale per le linee curve, il gioco di sporgenze e rientranze, gli effetti di chiaroscuro, gli effetti illusionistici, lo spazio come opera aperta, la grandeur degli edifici, la concezione unitaria della decorazione, gli effetti scenografici degli altari delle Chiese, i soffitti dipinti e aperti in audaci scorci verso l’infinito, le facciate che sembrano muoversi, le gallerie prospettiche e scenografiche.

In Francesco Borromini ci sono esempi brillanti di architettura Barocca grazie alla sua ricerca di elementi decorativi e alla sua perpetua trasposizione di elementi strutturali in elementi di ornato, agli effetti di contrazione spaziale e alla drammatica tensione delle strutture.

Sono tutte tecniche raffinatissime di un artista il cui fine comunicativo è la negazione dell’idea classica della forma come rappresentazione (ricostruzione della Lanterna di San Salvo alla Sapienza, Pianta della Chiesa di Sant’Ivo e del Cortile del Palazzo della Sapienza).

Gian Lorenzo Bernini, altro grande protagonista Barocco con il suo gusto scenografico dell’urbanistica Romana, eccelle con due dipinti: Levantino sdraiato e Nudo di spalle (studio per la Fontana dei Fiumi detto anche Nudo accademico), opere in cui noterete subito la perizia nello studio anatomico del corpo maschile.

Sempre Bernini ci stupisce con il suo drammatico e tragico Busto del Laocoonte, splendida maschera dall’espressione a metà strada fra il tragico e il patetico. La scultura Barocca decorativa accentua i ritmi mossi delle architetture, ma lascia piuttosto a desiderare nei busti stucchevoli e autobiografici. È un vero capolavoro la Visita di Innocenzo X alla Fontana dei Fiumi di Filippo Gagliardi, pittore noto soprattutto come autore di sfondi prospettici di opere altrui, ma molto maturo a livello di stile compositivo.

Altre opere che parlano di Roma e della sua magnificenza sono quelle di Salvatore Colonnelli Sciarra, vedutista di alta qualità con il suo Circo Agonale oggi detto volgarmente Piazza Navona ed Andrea Sacchi, temperamento riflessivo, con il suo Giostra del Saracino a Piazza Navona nel Carnevale del 25 Febbraio 1634. Esce dal coro l’opera di Johann Paul Schor, artista Austriaco di Innsbruck dall’alto perfezionismo e dal linguaggio decorativo molto originale dal titolo Corteo del principe Giovan Battista Borghese per il Carnevale di Roma del 1664 in cui l’evento collettivo è narrato con un taglio da fotogiornalista contemporaneo. Sembra infatti una vera e propria cronaca dell’epoca, quella del Schor, esposta con ricchezza di dettagli.

Il gusto per l’effetto teatrale

Della cerchia del Bernini è il Baciccio, soprannome di Giovan Battista Gaulli, pittore Genovese noto soprattutto come ritrattista. Traduttore in pittura dello stile Berniniano e per nulla interessato a ricerche prospettiche il Baciccio si concentra sugli effetti drammatici che si ottengono grazie al chiaroscuro ed ai movimenti di masse. È certamente un linguaggio molto evoluto quello del Gaulli alias Baciccio come potete osservare nei due capolavori Gloria di Sant’Ignazio, spiritualità recitata, e Trionfo del nome di Gesù, rocambolesca e ardita rappresentazione di un caos ordinato, suprema illusione ottica di uno spazio ad libitum che evidenzia l’impermanenza della trascendenza Divina. Baciccio grande artista teatrale di tragico spessore, quindi, dove l’illusione della vanitas terrena viene elevata all’infinito coraggio della Divina Provvidenza.

Altro linguaggio molto fastoso è quello di Pietro Berrettini detto Pietro da Cortona, uno dei massimi protagonisti del Barocco Romano, nella sua Allegoria della Divina Provvidenza (copia?) ci sono una ricca immaginazione, un’ariosa scenografia, un sontuoso stile decorativo, il gesto teatrale, l’equilibrio compositivo, il tutto contenuto nel segno della croce.

Athanasius Kircher, erudito Gesuita ed eminente rappresentante dell’enciclopedismo seicentesco, è presente con la sua opera Sciatericon totius motus primi mobilis, un calendario gregoriano che illustra le fasi lunari, le durate del giorno, i segni zodiacali e il calcolo delle feste religiose mobili.

I ritrattisti

Geniali e mistici sono Diego Velazquez, dalla salda plasticità e dai netti contrasti fra luci ed ombre, con il Ritratto di Papa Innocenzo X Pamphilj, vero capolavoro di austerità e contemplazione e Jacob Ferdinand Voet, ritrattista di successo con il suo Ritratto di Olimpia Aldobrandini Pamphilj (principessa di Rossano) di cui spiccano l’incarnato vivissimo della donna, la perizia dei dettagli e la brillante resa cromatica.

Non lesina dettagli anche il Ritratto di Monsignor Ottaviano Prati del Sassoferrato, uno dei rari ritratti dell’artista Marchigiano in cui notiamo l’abilità tecnica nella stesura del colore.

Guido Reni con La fortuna, allegoria incantevole rappresentata da una donna tirata per i capelli da un putto alato, gesto che sottolinea la fortuna come una serie di atti favorevoli o sfavorevoli, ci rimanda alla superstizione popolare con le sue vane credenze.

Jean-Francois Niceron con la sua anamorfosi, un dipinto fondato su giochi di riflessione e di prospettiva, dal  titolo Ritratto di Luigi XIII davanti al crocifisso, spezza il ritmo della mostra come un lupus in fabula.

L’anamorfosi è infatti un’immagine distorta e indecifrabile che, se osservata da un certo angolo o riflessa con certi accorgimenti, svela particolari a prima vista non percepibili.

Domenico Remps con il trompe l-oeil lo Scarabattolo, astuto scrigno di bijoux dell’epoca, ci conduce in un interno a noi ignoto: un inganna l’occhio che con mezzi illusionistici fa credere allo spettatore di osservare oggetti veri.

Pieter Paul Rubens (copia da) con il Ritratto allegorico di Filippo IV di Spagna a cavallo in cui il Re è rappresentato a figura intera come un audace monologo della monarchia Ispanica e un serpente simbolo di eresia striscia fra i cardi, in agguato, proprio lì sotto.

Nature morte

E che dire di Christian Berentz, tedesco di Amburgo, con la sua precisissima osservazione della realtà e l’esecuzione tecnica magistrale che risplendono nei suoi due capolavori la Natura morta con calici e brocca di vetro, alzata, tazze di porcellana ed orologio da tasca su un piano (l’orologio) e la Natura morta con calici e zuppiera su alzata e piatto di savoiardi(la mosca), quadri in cui la ricerca stilistica del pittore diventa maniacale.

Se la natura morta è un dipinto che raffigura solo oggetti inanimati allora con Berentz essi riprendono vita perché Berentz li resuscita come un Deus ex machina dal mondo delle tenebre.

Berentz innova la natura morta facendone una descrizione minuta straordinariamente realistica.

Jan Vermeulen fa a sua volta un discorso analogo con la sua Natura morta con liuto, pentagramma, mappamondo, pistole e carte da gioco, opera anche questa dotata di molti dettagli compositivi, descrizione sublime del mondo degli oggetti così caro al Barocco.

Gli imperdibili

Salvator Rosa con il suo San Sebastiano curato da Sant’Irene, eccezionale opera ricca di pathos e lirismo, vera e propria anticipazione del set cinematografico.

Francisco de Zurbaran con il suo Cristo in Croce sprofonda la figura intera del Cristo in una sofferenza composta e avvolta dal buio.

Anton Van Dyck con Amarilli e Mirtillo in cui Mirtillo si traveste da donna e regala una ghirlanda di fiori alla sua amante Amarilli, composizione innestata su due diagonali e sul gioco di sguardi degli attanti.

Alessandro Algardi e il suo capolavoro di plasticità Ercole fanciullo con il serpente, scultura dal prezioso drappeggio che narra un’eroica lotta di un putto con un rettile.

Luca Giordano con il volto rugoso e gonfio del suo Ritratto di filosofo cinico (Cratete), filosofo noto per essere un intellettuale dai modi spicci e non troppo attento alla cura della propria persona.

Caravaggio con il suo San Francesco in meditazione contempla toni cupi e drammatici, come sempre disperati e senza rimedio alcuno.

Altri oggetti in esposizione: maioliche, argenti, cornici, intagli, mensole, arazzi, legni intagliati e dorati, specchiere, figure reggi candelabro, cartapeste fragili, bronzi dorati, globi terrestri pregni di segni talvolta risultano ridondanti e ampollosi, tuttavia si distinguono per stile e ricchezza di dettagli le opere di Pierre Gole (attribuito a) Tavolo con cofano, la Manifattura Trapanese con lo stipo monetiere, Paola Nizzoli Desiderato con Agrumi, melograni, mele e la sua scultura curiosamente realistica, l’armonia compositiva del Vaso di Massimiliano Soldani Benzi, il florilegio di stile e l’acuta ricercatezza compositiva delle Maestranze Trapanesi e Palermitane con il Trionfo di Apollo sul carro del Sole, la destrezza manuale di Sebastiano Novale con il Piano della consolle intagliata da Michele Fanoli, la Manifattura Messinese con il capolavoro Paliotto con la raffigurazione della Vergine in Gloria che benedice la Città di Messina e infine la Manifattura Siciliana che mostra grande abilità nell’esercizio del ricamo con l’opera Paliotto con Agnus Dei incorniciato da proscenio architettonico.

In chiusura del percorso espositivo alcune opere ispirate al Barocco fra cui le più significative sono le opere di Adolfo Wildt Santa Lucia e Parsifal (il puro folle) e Francis Bacon con il suo Studio dal ritratto di Papa Innocenzo X di Velazquez, che riconducono al leitmotiv Barocco dell’espressione del volto esagerata e tragica.

Perchè visitare la mostra?

Perchè il Barocco è un linguaggio di grandiosità, meraviglia, celebrazione di forme complesse e labirintiche, di corpi ricchi di movimento, di variazioni, di contrasti, di chiaroscuri, di teatralità, di potere, di devozione, di trascendenza e perchè il Barocco incarna la vanitas di un teschio simbolo di transeunte vita terrena.

Perchè il Barocco sottolinea perfezionismo spesso e volentieri, instabilità emotiva quasi sempre, apertura al cambiamento perché no, ansia da horror vacui tragica e farsesca, sensibilità a metà strada fra la ricerca di innovazione e l’astrazione immaginata, grande vivacità dei soggetti rappresentati, apprensione altissima per la caducità del sic transit gloria Mundi e ricerca forsennata di una spiritualità che fugga dai pantani di una ragione troppo spesso offuscata.

Perchè c’è tutto il mondo incredibile del Barocco composto di queste parole: artificioso, arzigogolato, bizzarro, carico, fastoso,ricercato, sfarzoso, sovraccarico, virtuosistico, vistoso, enfatico, sovrabbondante, turgido, verboso.

Inoltre la mostra devolve parte del ricavato della vendita dei biglietti ad un’iniziativa solidale rinnovando la collaborazione con Media Friends e destinando questi fondi al Progetto Ruth di Caritas Italiana finalizzato ad aiutare le donne vittime di violenza verso percorsi di autonomia (con un focus particolare sul territorio forlivese).

Info: 054336217, mostraforli@civita.art, www.mostremuseisandomenico.it