È iniziata la settimana scorsa e proseguirà a Forlì fino a maggio la rassegna musicale NUVOLOGRAMMI. Pratiche Sonore per Orientarsi nella Complessità, a cura del gruppo curatoriale ONDEURBANE, ad oggi formato da Luca Siboni, Pier Servetti, Stefano Evangelisti, Abdel Elshazly, Imane Chafoui e Silvia Mazzoccoli.
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Come e quando nasce ONDEURBANE? C’è stato un momento preciso in cui l’idea ha preso forma, oppure è emersa progressivamente da esperienze condivise?
ONDEURBANE nasce da una domanda ben precisa: esiste ancora Arte in grado di generare cambiamento? Di innescare riflessioni ed evoluzioni in un contesto sempre più dipendente dall’Algoritmo, dalle views e dall’apparenza?
A partire da queste domande ci siamo accorti che l’arte si stava orientando verso una fruizione sempre più digitale, incentrata unicamente su chi la produce.
Abbiamo iniziato a riflettere sull’importanza dell’incontro fisico tra pubblico, spazi e artisti. Partendo da una dimensione locale nella nostra città, Forlì, abbiamo cercato di coinvolgere artisti emergenti portando la loro arte in spazi pubblici e quotidiani, mettendo al centro il valore del dialogo, del confronto e dello sviluppo di un pensiero critico sull’oggi.
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Come vi siete conosciutə e, soprattutto, riconosciutə come affini? Quali sensibilità comuni vi hanno fatto pensare di poter costruire un progetto curatoriale insieme?
Paradossalmente l’affinità non ci contraddistingue. E questo è il motivo per cui siamo riusciti ad intercettarci in maniera sincera, senza le sovrastrutture degli ambienti che frequentiamo.
Assistendo alle nostre riunioni, tra chi propone di organizzare un half time show con gli ultras, chi insiste imperterrito per invitare in città i più indigesti registi post-sovietici e chi vorrebbe avviare una ricerca tassonomica su tutte le maniglie di Forlì, diventa davvero arduo individuare quale sia la sensibilità comune che ci tiene insieme, se non un marcato approccio eterodosso alla cultura e una persistente tensione a creare cortocircuiti nella quotidianità.
Però alla fine, nei risultati e nella realizzazione dei progetti, ci rispecchiamo sempre in maniera estremamente unita, come se tutte le nostre differenze fossero un collante, per obiettivi che condividiamo.
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Il nome ONDEURBANE suggerisce movimento, propagazione, relazione con il contesto. Qual è il suo significato per voi? È più un’immagine poetica, un programma di lavoro, o entrambe le cose?
Le onde rappresentano qualcosa in costante movimento, in grado di mutare di intensità e di adattarsi agli spazi.
L’urbano invece, come vicinanza alla comunità e alla quotidianità.
Scegliere questo nome è stato un po’ come un “bat segnale” per connettersi con altre persone che condividessero questa visione.
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Lavorate molto sugli spazi. Come scegliete i luoghi che attraversate e in che modo pensate che un progetto culturale li possa risignificare?
Risignificare è la parola giusta.
Uno dei giardini più discussi di Forlì è attualmente chiamato su Google Maps: “Bangla Park”.
Questo termine stigmatizzante è un riflesso di come gli spazi, che al giorno d’oggi non si presentino come “non luoghi”, creino paura o distacco.
Quando abbiamo proposto in questo parco una proiezione cinematografica, ci ha davvero sorpreso la risposta empatica e positiva del pubblico, così contento di abitare socialmente uno spazio, avvertito come poco fruibile nel quotidiano, e di interagire con la comunità che lo vive.
Vent’anni fa sarebbe stata una banalità, oggi invece sembra che i luoghi cittadini siano diventati dei vettori di passaggio o consumo.
Questo esempio mostra in maniera chiara le ragioni che guidano la nostra curatela riguardo agli spazi: la volontà di riappropriazione dal basso di luoghi che nascono pubblici, la riattivazione di aree urbane attraverso pratiche culturali accessibili e la costruzione di occasioni di incontro capaci di generare comunità.
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Forlì è oggi il vostro principale territorio di azione: quali scoperte avete fatto, sia in termini di realtà artistiche sia di relazioni umane e urbane, lavorando qui?
Un membro del nostro collettivo ha realizzato lo scorso anno un documentario dedicato all’Ex-machina, storico club della controcultura romagnola, intervistando i protagonisti della scena e i suoi organizzatori. Quello che è emerso è il loro entusiasmo nel riconoscere come a Forlì, in questi giorni, si stia respirando lo stesso fermento di quegli anni. Nascono gruppi dal basso e urgenze sociali ed emotive vengono sostenute da sempre più giovani.
Sembra che a Forlì sia in corso un nuovo tempo, in cui le persone sono tornate a fare militanza. La città è cambiata molto negli ultimi anni, ma pare sia tornata anche la voglia di mettersi in discussione, anche attraverso canali non istituzionali o associativi.
Come in ogni movimento, i cross-over sono all’ordine del giorno: c’è una continua mutazione, innesco e contaminazione tra tutti i gruppi. È bello, e non banale, non sentirsi soli: noi lo chiamiamo PROVINCIA CORE.
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Quali sono i vostri riferimenti culturali o metodologici? Ci sono esperienze, collettive, pensatori o pratiche artistiche che hanno orientato il vostro modo di operare?
A una delle proiezioni ci hanno detto che eravamo neorealisti, forse per i film presentati in bianco e nero. Forse potrebbe essere un termine che ci accomuna per diversi aspetti: «Non si può vivere senza Rossellini!», citerebbero alcuni di noi.
Il desiderio di avviare luoghi della quotidianità dal basso è venuto da altri del gruppo, che hanno sempre visto nella strada il luogo privilegiato per la creazione e la condivisione. La stessa strada che influenza la cultura visiva grunge di colui che cura la nostra identità visiva e che fa pulsare il petto agli altri che sono sempre all’opera per unire street culture e welfare di comunità.
Anche qui il confine tra rivoluzione culturale e “Libro Cuore” da TiK Tok è molto labile, ma si, possiamo dirlo, ci sentiamo neorealisti, magici ogni tanto.
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Guardando al futuro, quali obiettivi, desideri o persino utopie accompagnano ONDEURBANE? C’è una direzione verso cui sentite di voler evolvere?
Un’edicola di editoria indipendente, con dehor esterno dove si beve vino casereccio, si ascoltano vinili di dark wave tropicale e si fanno fare micro residenze ad artisti caucasici.
No dai, forse così è troppo hipster anche per noi. Però ammettiamo che ci abbiamo fatto un pensiero.
A qualcuno di noi piace pensare che la nostra forma futura verrà da sé, come un superorganismo che ha ancora bisogno di espandersi per capire la propria forma. Altri, invece, hanno idee e visioni più nitide, come fondare uno spazio permanente che unisca impegno sociale e ricerca artistica.
Sono due visioni contrastanti che, per il momento, riescono a rafforzarsi vicendevolmente: la volontà di costruire una poetica così forte da poter diventare un manifesto si sposa con la missione di condividere idee e passioni per un pubblico sempre più eterogeneo, ma anche radicato nel territorio. L’idea di un centro di produzione e di un punto di riferimento per l’arte emergente dialoga ancora bene con la voglia di scoperta, di fuga e di messa in dubbio che, per fortuna, ci abita.
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Arriviamo alla nuova rassegna: NUVOLOGRAMMI. Pratiche Sonore per Orientarsi nella Complessità. Come nasce questo titolo e quale immaginario vuole evocare?
A scuola ci hanno insegnato che non bisogna pensare ad un elefante per disegnare un elefante.
Durante gli incontri di progettazione ci piace condividere le cose che ci stanno più appassionando in quel momento.
Nuvologrammi, nella sua dolcezza, nasce invece dalla lettura di un libro di speculazione pseudo-esoterica, Cyclonopedia di Reza Negarestani, dove tra petropestilenze e poromeccanica abbiamo scovato la parola “Demonogrammi”.
Da Power Montessoriani a performativi nichilisti è un attimo.
Nel frattempo grazie alla Grande Mostra del San Domenico ci eravamo appassionati alla forza sociale e liberatrice che si nascondeva nei dolci e sottovalutati stilemi del Barocco e, inebriati dai cataloghi di Bellini e Tiepolo che ci circondavano, ci siamo lasciati ammaliare dai loro cieli.
Da un termine così oscuro siamo arrivati ad un immaginario del tutto premuroso, come il barocco che dalla paura propagandistica legata al terrore manicheo da “paradiso o inferno” della contro riforma, è arrivato a creare opere di esplosione di luce, emozioni, connessione dell’arti sociali, infrangendo gli schemi imposti a priori, puntando a unire attraverso la condivisione di sentimenti e riflessioni.
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Che cosa intendete per “pratiche sonore”, in questo contesto?
Ad una delle nostre prime volte al Santarcangelo Festival abbiamo partecipato ad un workshop per essere Renne, tenuto da un collettivo finlandese.
Ci hanno fatto una lezione di un’ora sulla gerarchia sociale delle renne, sulla loro posizione nella catena alimentare e sui loro orientamenti sessuali.
Poi ci hanno dato un sacchetto di fiocchi di avena e ci hanno detto che eravamo liberi di spostarci per la città e i dintorni. Potevamo solo camminare, bramire e mangiare l’avena. Siamo stati in giro per ore, con i finlandesi che non facevano altro che abbaiare ogni tanto – i cani erano molto in alto nella catena alimentare – e suonare dei campanacci.
È stata un’esperienza catartica, abbiamo approfondito il valore empatico e sinergico che può avere qualsiasi attività: a fine percorso eravamo diventati un tutt’uno negli sguardi, nei movimenti e nel senso di pericolo ed estasi di tutto il gruppo.
Se essere renna per mezza giornata ha donato queste emozioni abbiamo pensato che la musica e i rituali sociali che la circondano potessero diventare una pratica collettiva di ampio respiro, che potesse sincronizzare tutta la comunità sulle urgenze sociali ed emotive attuali.
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Come avete scelto le realtà artistiche coinvolte? Avete seguito una linea estetica precisa, delle affinità tematiche, oppure avete adottato un criterio anagrafico e geografico?
Con questa rassegna vorremmo portare in città il fragore e il suono che può avere una presa di coscienza collettiva.
Su queste basi si è sviluppato e consolidato il dialogo curatoriale, insieme alla collaborazione con Volume e, in particolare, con Federico Ciotti. Federico, oltre a essere un amico e un professionista del settore, è una persona che crede con vigore nella scena musicale del territorio: è grazie a lui e la sua militanza che oggi possiamo presentare un programma di rassegna coerente con la missione di proporre forme necessarie di cambiamento.
Gli Amore Audio riportano in sala le sonorità della controcultura che hanno scandito il tempo marziale dei primi anni ’90. Dopo la caduta delle grandi narrazioni, la guerriglia era tornata a essere l’ultima forma di resistenza dell’immaginario: l’ultimo rifugio della Sierra. Non è un caso che queste sonorità riaffiorino oggi, in un momento storico in cui la prepotenza sembra nuovamente all’ordine del giorno e la presenza degli armamenti bellici torna a occupare il nostro orizzonte visivo e simbolico.
Allerta, frenesia e inquietudine: ci è sembrato che gli Amore Audio possano pulsare forte forte come il nostro inconscio in questo momento.
Le irossa hanno rivitalizzato e aggiornano il suono d’ensemble post-punk, da sempre emblema di lotta contro lo smantellamento del sistema sociale.
Le nuove generazioni non hanno conosciuto direttamente l’assalto neoliberalista verso il welfare, ma sono nate con gli spettri della Thatcher e Reagan che infestano la loro quotidianità economica e culturale. Sicuramente sentono che c’è qualcosa che non va ma spesso può essere difficile condividere questa consapevolezza. Per questo per noi è importante che esista una musica come quella delle irossa: un invito ad una fratellanza fiera e rumorosa, capace di trasformare la tensione in presa di posizione.
Prima l’allerta, poi la presa di coscienza; e alla fine arriva sempre la resistenza: Cacao e Asino sembrano portare, con il loro noise, il presentimento e la chiamata al combattimento. Un ritorno a un neorealismo sonoro, in una città aperta, pronta a prepararsi all’anno zero. La consapevolezza è che, per unirsi contro le ingiustizie del presente, bisognerà ritrovarsi tra macerie e porte spalancate: non un’apocalisse spettacolare, ma le rovine concrete del nostro tempo. È lì che possiamo soltanto raccogliere ciò che resta e provare a trovare un nuovo significato condiviso.
Poi arriva un sussulto tribale, una scarica primordiale che restituisce energia e ci rimette in movimento: è proprio in questa frizione che, per noi, CACAO e ASINO diventano un importantissimo raggio di sole.
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Dove si svolgerà la rassegna e perché proprio lì? In che modo il luogo dialogherà con la varietà che il vostro progetto propone?
Quando abbiamo pensato alla rassegna musicale, il primo desiderio è stato quello di creare un nuovo spazio per la musica dal vivo a Forlì di cui sentiamo la necessità.
Un luogo che speriamo possa entrare nelle geografie delle tournée di artisti emergenti a livello nazionale, e diventare un sostegno per la crescita dei giovani musicisti locali.
Una scultura sociale dove potesse convergere le sonorità che più rappresentano lo spirito dei nostri giorni e possano esprimere le turbolenze del nostro presente.
A volte ci sembra che il Campus di Forlì, e di conseguenza Volume, siano elementi disconnessi con la comunità forlivese. Ci capita spesso che quando chiediamo alle persone, nate a cresciute qua, se conoscono Volume, ci venga risposto che non sanno nemmeno dove si trovi.
Da questa considerazione nasce uno degli intenti del progetto: connettere il Campus Universitario, e Volume, al tessuto urbano di Forlì, creando spazi di incontro, riflessione e condivisione tra la comunità studentesca, la cittadinanza e le nuove e vecchie generazioni.
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