Visto da noi: Un caso da manuale

La Trahison des Images, René Magritte

Con poche scatole di cartone è allestito lo spazio di un piccolo ufficio.
Sulla scrivania campeggia la scritta: “Ceci n’est pas un bureau”.
La citazione magrittiana lo esplicita: siamo nel campo del surreale.

Ma c’è altro, nel richiamo a La Trahison des Images, l’opera di René Magritte che mostra la famosa pipa.
C’è una considerazione sul divario tra realtà e rappresentazione e sul significato del linguaggio. Entrambi elementi che ritornano nello spettacolo Un caso da manuale, di Giulia Pietrozzini, messo in scena con la regia di Giulia Aleandri, portato sul palco del Teatro Belli di Roma, grazie al progetto EXPO, rassegna di nuove drammaturgie del teatro contemporaneo.

Il caso nello specifico è quello della protagonista (Chantal Gori), una donna che si rivolge all’amica avvocata (Giulia Pietrozzini), per prepararsi a rispondere in tribunale dell’accusa di omicidio, anzi, di maschicidio.

La dinamica della vicenda viene svelata poco alla volta, nel corso di un simulato interrogatorio, accompagnato dal palesamento di oggetti evocativi (fusti di candeggina), rappresentazioni di essi (il disegno di un vaso, di un coltello), e dall’affacciarsi di una voce, quella della vittima, con i suoi pensieri e le sue istanze emancipatorie.
Ritorna il discorso di realtà e rappresentazione, a rendere stratificata la lettura di una storia tutto sommato banale: una moglie ha ammazzato il marito.

Quello che non è banale è il contesto.
Ci troviamo in un mondo dove il femminile ha vinto sul maschile, dove domina un matriarcato spudorato e prepotente. L’intento è quello di ribaltare i ruoli e le posizioni, per scatenare una riflessione partendo dallo straniamento.
Una sorta di dimostrazione matematica per assurdo, che riveli l’assurdo della società attuale.

Viene in mente La culotte di Jean Anouilh, la farsa ambientata in un futuro dove i maschi sono sottomessi. Ma anche Mon crime, la pochade di Louis Verneuil e Georges Berr, che parla proprio di un maschicidio e della preparazione della protagonista al processo, dove si dichiarerà sfacciatamente colpevole. Un caso da manuale, però, assume direzioni e intenzioni differenti da entrambi.

Un caso da manuale

In questo mondo, la donna lavora e provvede alla famiglia. L’uomo deve stare a casa, in cucina o a badare “le bambine”.
I plurali sono sempre femminili, come del resto i participi (parlando della relazione tra lei e il marito, la donna dice “eravamo molto legate”).

Il testo gioca soprattutto con il linguaggio. Si parla di “genitrici”, non di “genitori”; si dice “chi fica è”, invece che “chi cazzo è”; l’intervento di chirurgia estetica più diffuso non è la mastoplastica ma l’addominoplastica, per tirar fuori la tartaruga addominale; si fanno nomi di killer, genderswapped, come Angela Izzo e Filippa Turetta.

Ma soprattutto, si parla di “maschicidio”.

Quando il termine viene usato per la prima volta, si sentono parecchie risate in platea. Subito accompagnate (in un effetto che sembra architettato) da una battuta a copione: “a sentire questo termine, tutte si devono fare una bella risata”.

Il dialogo continua, toccando tutti gli stereotipi di genere e giunge al culmine nel momento in cui le due donne, proseguendo a chiacchierare, fanno manspreading, flettono (o meglio flexano) i bicipiti, ed effettuano piegamenti. Ritorna il discorso tra realtà e rappresentazione, questa volta coinvolgendo elementi non verbali di un linguaggio sociale e di convenzione.
Il corpo della donna riporta il dramma di aver dovuto prendere forme non sue. Confligge con sé stesso, in un effetto grottesco che testimonia quanto sia necessario ritrovare e riaffermare la propria identità.

Ma, in questo gioco del contrario, c’è una crepa rivelatoria. Una serie di cortocircuiti interrompono la narrazione. Si muovono su un livello di realtà diverso da quello che vivono le protagoniste, in un’altra dimensione (forse la nostra) e non vengono percepiti dalle due.

Sono le incursioni musicali della canzone Il cobra non è un serpente e i mancamenti improvvisi della protagonista che inizia e termina lo spettacolo riversa a terra, come fosse lei la vittima del delitto.
Ancora, testo e rappresentazione confliggono. Come nella pipa di Magritte.

Un caso da manuale non è semplice riflessione per assurdo.
Anzi, spacca lo specchio della realtà e restituisce frammenti taglienti, riflessi parziali, punti di domanda esclamativi.

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