Il corpo obliquo della parola. Su Il Vangelo di Cassandra di Gemma Hansson Carbone

ph Monica Pavoni

 

Mentre entriamo nello spazio scenico, attraversato da un fumo leggero, Gemma Hansson Carbone oscilla lentamente, con un movimento laterale reiterato.

Non introduce l’azione: la abita già.

La Figura solitaria de Il Vangelo di Cassandra – annunciazione di una genesi, visto al Teatro Rasi di Ravenna il 10 marzo scorso, appare immersa in un campo di tensioni: a muoverla è un testo di Dimitris Dimitriadis dal tono sapienziale, finanche oracolare, costruito su reiterazioni e su lievi sfasamenti temporali.

La parola, qui, non si dispone come sviluppo lineare ma come ritorno, formula che insiste e si riattiva producendo una temporalità circolare, fatta di slittamenti e ricorrenze.

In questa condizione la scena non presenta un evento, ma un sistema di relazioni: corpo, spazio, drammaturgia e sguardo dello spettatore entrano immediatamente in una configurazione condivisa.

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PROSSIMITÀ E DISEQUILIBRIO

Il dispositivo scenico costruisce una relazione di prossimità determinante.

Sediamo a ridosso della Figura, letteralmente sul suo grande abito.

Il tessuto diventa soglia, superficie di mediazione, filtro materiale e materico attraverso cui si stabilisce il contatto.

La relazione non è più quella frontale tra osservatore e oggetto osservato: la posizione di chi assiste viene incorporata nel dispositivo stesso.

La Figura si inclina progressivamente.

A tratti il corpo si sbilancia di lato fino a rimanere quasi sospeso orizzontalmente, sostenuto da una struttura nascosta sotto la stoffa.

Il disequilibrio non funziona come espediente, ma come principio formale e drammaturgico: è tensione continua tra gravità e sostegno.

La Figura è in controluce, trasformata in silhouette: il dettaglio anatomico si perde; resta la linea, il contorno. L’immagine riduce la presenza corporea alla sua dimensione plastica e figurale, a un profilo che si offre allo sguardo.

Il corpo non agisce soltanto: si dispone nello spazio come forma.

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PAROLA COME MATERIA

Al centro del lavoro si colloca la vocalità.

La parola, qui, non è trattata come semplice veicolo di significato ma come materia acustica mobile, dislocata nello spazio, autonoma.

La voce della performer, collocata frontalmente rispetto agli spettatori, si intreccia con sue moltiplicazioni e derivazioni diffuse da alcuni amplificatori disposti intorno a noi.

Si crea così una distribuzione policentrica del suono: la testualità affiora non come unità stabile ma come traccia replicata, segno che ritorna con una leggera alterazione.

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CORPO, VARIAZIONE, PARTITURA

Il movimento, elaborato con la collaborazione della movement director Gloria Dorliguzzo, sviluppa una partitura fisica composta da traiettorie pendolari, tensioni e spasimi.

Il corpo attraversa costantemente stati differenti di intensità e di orientamento.

La composizione procede per stratificazioni.

Alcune posture vengono mantenute a lungo, fino a trasformarsi in sculture di carne e tendini.

La logica della reiterazione — già presente nel testo — si estende alla dimensione organica.

Ogni elemento — parola, movimento, luce — introduce piccole deviazioni rispetto allo stato precedente, generando una sequenza di scarti minimi che progressivamente ridefiniscono l’assetto della scena.

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ATTRAVERSAMENTO FINALE

Nel breve segmento conclusivo la dimensione sonora cambia radicalmente.
Un bordone elettrico satura lo spazio acustico.

La luce si riduce al quasi-buio.
La Figura attraversa lo spazio con scatti rapidi e discontinui.

Attorno a quello che non si può manifestare, essa circoscrive un vuoto: in questo -proprio in questo- è Teatro.

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