Orfeo ed Euridice. O della fiducia nel linguaggio

 

Il Mito di Orfeo è una delle storie che la cultura occidentale non ha mai smesso di far rinascere.

Ogni epoca lo ha rimodellato secondo la propria sensibilità: dalla poesia alla filosofia, dalla pittura alla musica.

Quando nel 1607 L’Orfeo di Claudio Monteverdi inaugura, di fatto, la grande stagione dell’opera moderna, è proprio questo mito a essere scelto come materia originaria: il potere dell’amore e dell’Arte che (s)piegano il mondo, smuovono la Natura, tentano perfino di trattare con la morte.

Lo spettacolo Orfeo ed Euridice della compagnia Il Baule Volante, visto il 27 febbraio scorso alla Casa del Teatro di Faenza nell’ambito della rassegna Teatri d’Inverno – Sguardi sulla drammaturgia contemporanea curata da Accademia Perduta/Romagna Teatri, parte da questa eredità e la riporta a una dimensione primaria: quella del racconto a voce nuda, quella di corpi in azione in uno spazio vuoto.

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IL LINGUAGGIO CHE FA APPARIRE IL MONDO

La struttura dello spettacolo è essenziale: due interpreti, Liliana Letterese e Andrea Lugli, narrano e incarnano la storia attraverso una partitura fisica e vocale costruita con precisione artigianale.

La regia di Roberto Anglisani dà forma a questa fiducia radicale nel linguaggio: non un semplice racconto illustrato, ma un dire che produce presenza.

Nel Teatro di Narrazione, quando merita le maiuscole, l’uso della parola passa dal creativo al creaturale: nomina e, dunque, fa apparire.

Le immagini non sono rappresentate ma evocate; nascono nello spazio mentale del pubblico.

Orfeo, ancora bambino, canta nel bosco e gli animali si radunano intorno a lui. Non li vediamo – eppure ci sono. Il racconto li convoca.

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UNA PARTITURA DI CORPI E RITMO

La drammaturgia del movimento di Elisa Cuppini struttura una narrazione fisica che affida a minime variazioni del corpo la trasformazione dei personaggi e delle situazioni.

Un modo di lavorare da miniaturisti: piccole accensioni luminose, cambi millimetrici nella postura, nell’intensità o nella direzione, frammenti musicali che si inseriscono con discrezione. Le immagini che fioriscono davanti ai nostri occhi non sono monumentali ma dettagliate, minute, come se il Mito venisse osservato attraverso una lente d’ingrandimento molto, molto ravvicinata.

Anche i personaggi nascono da micro-trasformazioni: una torsione del busto, una variazione della voce, un gesto ripetuto.

La scena, qui, è un laboratorio alchemico, di metamorfosi.

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GLI DÈI NON AMANO

Nel viaggio di Orfeo emerge un’altra linea di pensiero, in parte sottotraccia ma molto significativa.

Gli dèi, dice lo spettacolo, non amano: “noi non vi amiamo, noi siamo”.

È una formula che riecheggia con esattezza alcune dottrine dell’antichità.

Gli Atomisti, ad esempio, sostenevano che gli dèi esistono, ma non si occupano degli affari umani. Vivono in una condizione di perfetta autosufficienza, estranea alle nostre passioni.

Se è così, la salvezza non arriva dall’alto, ma dall’altro.

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COSA RESTA?

Lo spettacolo sembra suggerire una risposta semplice e radicale: ciò che resta è la possibilità del racconto condiviso.

Il teatro diventa il luogo dove una storia antichissima viene messa in vita ancora una volta. Non per conservarla come reliquia, ma per rimetterla in circolo nel tempo presente.

Ogni replica, di qualsiasi spettacolo, è sempre un atto effimero: scompare nel momento stesso in cui accade.

Eppure, forse, proprio questa impermanenza produce valore.

Nei casi più fortunati, nel qui e ora del teatro si forma una piccola comunità di attenti.

Alla Casa del Teatro, ci siamo raccolte e raccolti attorno a una vicenda che continua a interrogare il nostro rapporto con la perdita, con l’amore, con il desiderio di attraversare il buio.

Orfeo fallisce: si volta, Euridice scompare.

Ma la storia continua a essere raccontata e dunque, in qualche modo, a esistere.

E noi, con lei.

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