Ceci n’est pas une critique.
Questa non è una recensione: è un atto d’amore.
E di gratitudine, per questa miniatura del Teatro dell’Argine (ancora in scena all’ITC Teatro di San Lazzaro di Savena fino a domenica) che, per parte mia, sta dalle parti del capolavoro.
Liberata, si intitola.
Per almeno cinque motivi, sta da quelle parti, secondo me.
Provo ora ad elencarli.
Ben altro approfondimento, meriterebbe, Liberata, ma ora son preso dal sentimento dell’urgenza, dalla frenesia di pubblicarle, queste brevi note, per dire che chi non ci va, a vederlo, questo spettacolo, tra oggi e domenica, secondo me perde un’occasione, secondo me è un po’ un pataca, per dirla alla romagnola, lingua di vita e di scena della Nostra; Liberata, appunto.
Eccoli dunque almeno nominati, i motivi per cui uso qui una parola che non uso quasi mai: capolavoro.
Il primo motivo è che non sembra esser tale. Non ostenta. Non si atteggia. Non millanta. Sono artiste e artisti, al Teatro dell’Argine, che come falegnami e contadini vanno al sodo. Scolpiscono, cesellano, zappano, innaffiano. Sognano, anche. Sguardano lontano, anche. Ma senza pose, se capite cosa intendo. Presentano il loro artigianato, non si auto-rappresentano come artisti: la differenza è abissale.
Il secondo motivo è che i Nostri e le Nostre mettono in vita un meccanismo a orologeria, di corpi e fiato e voci e parole e legno e stoffe e funi e luci e suoni e musica e intrecci di tutto questo e ritmo e ritmo e ritmo e ritmo- che se penso al teatro è questa, la sua molteplice materia – e tutto quel che fanno, i mondi che inventano davanti ai nostri occhi, gli abissi e le rincorse e i balli e le disperazioni in cui si e ci immergono – tutto, tutto sta nell’alveo del teatro, in quel precario e smisurato campo di forze. Nessun furbesco svicolamento in altri ambiti e codici e linguaggi: si pratica con rigorosa gioia l’arte impermanente e antichissima della scena. Sembra un paradosso ma ci vuole una gran fiducia, a stare lì dove si è scelto di stare. Da queste parti, con tutta evidenza, ce l’hanno.
Il terzo motivo è che Liberata fa ridere. E immaginare. E battere il piede a terra a ritmo di musica. E fa paura, fa affacciare nel buio che siamo. Con alcuni millimetrici e al contempo vertiginosi cambi di prospettiva -una sedia che ruota, una frase secca e ben detta, uno sguardo dritto in faccia a noi- ci fa ricordare che il nostro guardare non è mai (non è più) atto neutro, innocente. È il nostro guardare che genera l’inaudita violenza che di colpo guizza, davanti ai nostri occhi. Liberata fa ridere e fa paura: come uno specchio.
Il quarto motivo è la materia del tempo. Ci ricorda, Liberata, che il tempo è una cosa. Va a ritroso e poi balza in avanti, questa drammaturgia, e poi ancora, e ancora. La storia di questa famiglia, anche. E i corpi-teatro in scena. E noi con lei, e noi con loro.
Il quinto motivo è che non sta mai fermo, questo spettacolo. Guizzi improvvisi, immediate impennate di gioia e violenza e. E. E. Quante immagini ci vengono addosso: come essere bersaglio di fiori di molti colori e anche di piume, e sassi, e spinte e carezze e. E. E. Liberata è uno spettacolo che non sta fermo. Che non finisce.
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Avevo pensato di parlare di Blaubart di Pina Bausch, pensando ai sussulti del loro stare insieme. E della pittura fiamminga, ragionando sulle composizioni frontali, immobili, con cui ogni tanto si offrono a noi. E delle Passioni del Sud Italia. E della lingua di Testori. E della vertiginosa maestria di Micaela Casalboni – Liberata, appunto. Pazienza. Sarà per un’altra volta.
Ora fatevi un regalo: andate.
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